Un’indagine sulla violenza come fondamento delle istituzioni e dei poteri dominanti, analizzata nelle sue molteplici forme, storiche e sociali. In libreria “Abolire l’impossibile – Le forme della violenza, le pratiche delle libertà”, saggio di Valeria Verdolini, di cui proponiamo un capitolo, dal titolo “Che cosa (non) possiamo abolire”. L’autrice propone “un’utopia concreta”, che mira a trasformare strutture oppressive, come prigioni, confini e polizie. L’obiettivo? costruire alternative reali fondate sulla speranza, sull’ammissione del privilegio e sull’impegno collettivo per nuove forme di convivenza democratica…

Questo libro è la storia di un’utopia, uno spazio di prova, un laboratorio mentale in cui diventano pensabili possibilità che ancora non esistono. Non si tratta di idealizzare il futuro, ma di scovare nelle pieghe del presente i germi di nuove forme di vita e convivenza, pratiche e relazioni capaci di incrinare l’ordine dominante”.

Il libro in questione è Abolire l’impossibile – Le forme della violenza, le pratiche delle libertà, in uscita per Add.

L’autrice, Valeria Verdolini, docente presso l’Università di Milano, è un’attivista, e ha condotto ricerche in Tunisia e in Italia nell’ambito della sociologia della devianza, con un focus su carcere, marginalità e sicurezza.

Tra le altre cose, Verdolini è responsabile del coordinamento di Biennale Democrazia, e dal 2012 è presidentessa di Antigone Lombardia. Ha pubblicato, tra gli altri, L’istituzione reietta – Spazi e dinamiche del carcere in Italia (Carocci).

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Nel saggio Valeria Verdolini (che ha scritto per Lucy, The Italian Review, Micromega, CheFare e Doppiozeroanalizza la storia della violenza, la parte che ha nelle istituzioni e i modi in cui si può presentare, la descrive nelle sue molteplici facce e il ruolo che ha sempre avuto nel plasmare le forme di potere.

La violenza fisica è in questo discorso soltanto l’aspetto più evidente del fenomeno, perché c’è un filo rosso che collega la storia della schiavitù alla nascita del capitalismo, il colonialismo alla costruzione dei confini, l’emarginazione degli ultimi alla nascita della cittadinanza. Se la realtà è intrisa di un male originale, per l’autrice la risposta non può che essere un pensiero utopico ma, allo stesso tempo, costruttivo, che sposi l’idea di abolizionismo come territorio politico e di confronto.

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Abolire le prigioni, i confini, le polizie sono gli ambiti da cui Verdolini parte per allargare il discorso a nuove sfide politiche e sociali. Guardando alla storia delle abolizioni riuscite – la schiavitù negli Stati Uniti o i manicomi in Italia – si arriva al concetto di “abolizioni impossibili”, ossia quelle strutture che perpetuano i meccanismi di oppressione: patriarcato, razzismo, proprietà, lavoro… Contro queste dinamiche, apparentemente incrollabili, si può fare qualcosa, ma la risposta chiede un duplice sforzo, culturale e operativo: l’ammissione del privilegio e l’impegno per costruire istituzioni altre.

L’abolizionismo che racconta Verdolini si fonda sulla speranza e propone trasformazioni radicali, che sono ormai i due orizzonti indispensabili per la sopravvivenza della democrazia. Fare “utopia della realtà”, scrive Verdolini riprendendo gli insegnamenti di Basaglia, significa restituire una prassi all’ottimismo della volontà contro l’attuale e imperante pessimismo della ragione.

 Abolire l'impossibile Valeria Verdolini

Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, proponiamo un estratto:

Che cosa (non) possiamo abolire

La distinzione tra abolizionismi possibili e abolizionismi impossibili ci pone davanti a una domanda: che cosa possiamo abolire attraverso processi legislativi e cosa no?

In linea di principio, infatti, possiamo dismettere le istituzioni per via legislativa, ma tale processo non si può applicare alle strutture simboliche, come il patriarcato, il razzismo, o l’ordine proprietario, perché abitano le pratiche sociali, i linguaggi, gli immaginari.

Cercare queste risposte ha una duplice funzione: da un lato permette di costruire alleanze istituzionali intorno all’ingiustizia, individuando obiettivi concreti e immediati; dall’altro evidenzia il bisogno di lavorare per smantellare la violenza sistemica, quella strutturale e le forme più pervasive dell’oppressione.

L’abolizionismo, nella sua forma originaria, fu un movimento che mirava a porre fine alla schiavitù e a garantire i diritti civili agli individui schiavizzati. Era radicato nei princìpi di giustizia ed equità, ma fu anche un processo sociale complesso. Eric Foner ha evidenziato come l’abolizione della schiavitù è stata sia un cambiamento legale sia una trasformazione sociale profonda, che ha imposto la revisione di tutte le istituzioni che la sostenevano. Dunque, pur nelle difficoltà, l’abolizionismo istituzionale è praticabile, perché è già stato applicato con la schiavitù e i manicomi.

Da tale esperienza nasce il concetto di «rovesciamento», elaborato da Franco Basaglia e dal gruppo di Trieste, inteso come ritorno delle istituzioni alla loro funzione dichiarata, e non a quella svolta de facto. Secondo la logica del rovesciamento, applicata al manicomio, l’ospedale psichiatrico non può essere uno spazio di internamento ma deve tornare a essere un luogo di cura, ribaltando la relazione malattia/paziente e riportando l’internato alla dignità di persona. Seguendo questo ragionamento, il carcere dovrebbe diventare uno spazio di rieducazione e non un luogo di mera segregazione; il rovesciamento del confine comporta riportarlo al suo ruolo di limite amministrativo e non a quello attuale di strumento di esclusione. Si tratta di una rivoluzione copernicana, che implica la messa in discussione dei discorsi che ne hanno fin qui giustificato l’esistenza. Quando chi esercita il potere e la violenza istituzionale rinuncia a quel ruolo, il meccanismo istituzionale non segue più la logica della separazione, ma si orienta verso una logica di relazione.

Il nucleo fondativo di queste prassi è il concetto di cura della cosa pubblica come criterio di progettazione istituzionale e di responsabilità politica.

A differenza delle abolizioni possibili, quelle impossibili riguardano strutture epistemiche e materiali come il patriarcato, la proprietà, il lavoro salariato, il razzismo, la guerra. Le chiamo abolizioni impossibili non perché siano strutture intoccabili, ma perché abitano le coscienze e i linguaggi prima ancora delle leggi. Sono le strutture della conoscenza e dell’organizzazione sociale, l’insieme di quei saperi che hanno permesso la costruzione del nostro modo di conoscere il mondo e di custodire i privilegi. Qui l’opera è più sottile e più lunga: decostruire gerarchie ormai interiorizzate, riportare alla luce narrazioni silenziate, mettere in discussione processi che hanno costruito le forme della violenza epistemica.

Il lavoro di rovesciamento diventa quindi indispensabile e l’unica via percorribile anche per le cosiddette «abolizioni impossibili»: si tratta di una trasformazione culturale e politica che opera su tutte le radici della violenza e delle forme dell’oppressione. Perché il nostro obiettivo politico non è soltanto quello di abolire il possibile, ma rendere politicamente praticabile «abolire l’impossibile».

(continua in libreria…)

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Fotografia header: Valeria Verdolini @Campagna dei 100 di Perimetro x FAROUT, Fotografie di Rafa Jacinto

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