“Andare a funghi è anzitutto un atto di libertà. Non intendo la libertà di una certa propaganda populista, quanto piuttosto la libertà assai scomoda (come lo sono tutte le forme di libertà vere, cioè quelle che passano dall’esperienza della resistenza) di chi abbandona il sentiero battuto e si addentra nell’ignoto del bosco…”. Matteo Righetto torna in libreria con “Lo zen e l’arte di andare a funghi”, un saggio, di cui proponiamo un estratto, che lo porta ancora una volta a contatto con la natura, su in montagna. Un viaggio alla scoperta della lentezza e della ricerca, in un ambiente in cui non esistono notifiche, mappe e orologi. La raccolta dei funghi non è più solo un hobby, ma diventa un modo per conoscere sé stessi e il mondo circostante…
Ci sono le montagne, la natura incontaminata, gli animali, le foreste e il senso d’avventura nella produzione di Matteo Righetto, padovano, classe 1972, narratore della montagna, tornato in libreria con Lo zen e l’arte di andare a funghi (Feltrinelli).
Dopo aver esordito nel 2012 con Savana Padana, Righetto ha pubblicato, fra gli altri, Dove porta la neve e la Trilogia della Patria (tradotta in Gran Bretagna, Stati Uniti, Canada, Australia, Germania e Olanda), che comprende i romanzi L’anima della frontiera (2017), L’ultima patria (2018) e La terra promessa (2019).

Da segnalare anche la trasposizione sul grande schermo di La pelle dell’orso, nel 2016, con la regia di Marco Segato.
La raccolta dei funghi come via di meditazione
E se nei boschi raccontati in Il sentiero selvatico (Feltrinelli, 2024) – romanzo vincitore del Premio Emilio Salgari – la protagonista è la pioggia, in Lo zen e l’arte di andare a funghi al centro troviamo proprio i funghi e la loro raccolta, un passatempo diffuso fra tanti appassionati della montagna; nel nuovo libro di Righetto non è più solo un hobby, ma diventa anche un esercizio di meditazione e una via di conoscenza di sé stessi e del mondo circostante. Ne risulta un saggio sulla natura e sul legame indissolubile che unisce uomo e ambiente.
Proprio in virtù del suo rapporto con gli animali e la natura, l’autore si era espresso in un articolo firmato per il nostro sito, in merito a una polemica scatenatasi nel 2023 dopo l’aggressione ai danni di un giovane runner da parte di un’orsa.
Può interessarti anche
In questo libro, lo scrittore affianca al genere saggistico ricordi personali legati alle Dolomiti e a memorie familiari, in una narrazione che accompagna verso la rinuncia al pieno controllo e all’attesa, l’osservazione e l’adattamento al bosco, che non offre orologi, mappe o risultati certi; qui, la lentezza non è fallimento né pigrizia, ma capacità di rallentare e di rendersi conto che il vero traguardo non è il momento della scoperta, ma quello della ricerca.
L’autore invita al distacco dall’iper-produttività e dall’ossessione per la perfezione, lasciandosi andare ai ritmi della natura e del bosco.
Può interessarti anche
Per silenzio e vento, il documentario scritto e interpretato da Righetto

La locandina del film
Righetto ha riversato questa passione per le Alpi non solo su carta ma anche su pellicola: il 21, 22 e 23 settembre sarà in sala il documentario Per silenzio e vento – presentato alla 74esima edizione del Trento Film Festival – scritto e interpretato dall’autore, con la regia di Marco Zuin, prodotto da Albolina Film.
Questo film segue lo scrittore in una riflessione – letta da lui stesso all’interno di una baita – sull’alpinismo e sul valore evocativo delle montagne, che funge da filo rosso in tutto il film e parla direttamente allo spettatore; a questo si alternano incontri con alpinisti di diverse generazioni ed esperienze, con cui Righetto compie un viaggio reale – tra le Alpi – e metaforico – sulla considerazione dei luoghi circostanti come specchio del nostro tempo e come guida pratica per ripensare il nostro approccio al territorio.
Può interessarti anche
Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, proponiamo un estratto dal nuoo libro dello scrittore:
Andare a funghi è anzitutto un atto di libertà.
Non intendo la libertà di una certa propaganda populista, quanto piuttosto la libertà assai scomoda (come lo sono tutte le forme di libertà vere, cioè quelle che passano dall’esperienza della resistenza) di chi abbandona il sentiero battuto e si addentra nell’ignoto del bosco, dove il telefono non prende, ogni comfort sparisce e la mappa non serve a nulla.
Andare a funghi è anche un gesto sovversivo, di pacifica disobbedienza, nonché un atto di resistenza contro l’omologazione di una civiltà fatta di traffico automobilistico, contro il frastuono propagato ovunque, contro orari tassativi, notifiche invasive, agende fitte e talvolta perfino contro il comune e omologante concetto di “buon senso”.
Può interessarti anche
Pensateci bene: quale attività, quale azione o gesto, quale disciplina o pratica, se non quella di andare a funghi, si presta perfettamente a metafora, rappresentazione o allegoria della ricerca di se stessi e della resistenza a tutto ciò che in questa società ci ammorba soffocando il nostro animo selvatico-poetico: la nostra anima ancestrale in cui si nasconde l’Io raccoglitore? Tra tutte le forme di raccolta infatti (erbe, frutta, frutti di bosco, radici, bacche ecc.) nulla è più simbolico, intimo, immersivo, radicale, stupefacente e misterioso della raccolta dei funghi.
Cercare funghi significa recuperare un linguaggio arcaico che la civiltà della frammentazione temporale e della simultaneità ha dimenticato: quello dell’attenzione totale, assoluta. Nessuna distrazione, nessun rumore antropico o artificiale, nessun bisogno di sedia, schermo, notifica o interazione tecnologica.
Solo noi stessi, il nostro respiro, l’aria fresca, le fronde degli alberi sopra le nostre teste, il terreno vivo sotto i nostri piedi, e il mistero del bosco.
Immersi in questa nuova dimensione esistenziale tutto acquisisce una presenza e una dimensione nuova: il canto dello zigolo, la forma della pietra, l’odore della pioggia, la morbidezza del muschio. Ogni cosa ci richiama a una nostra presenza-esistenza che più umana non si può.
Ma cosa succede veramente in quel momento e come facciamo a riconoscerlo?
Immaginate una lampada accesa ma coperta da cento coperte nere. Immaginiamo poi di sfilare le coperte una dopo l’altra. Dopo cinque veli, ancora la luce non si intravede. E così dopo altri cinque. Ma giunti all’ultimo, ecco finalmente la luce! Era sempre stata accesa eppure non la percepivamo, l’avevamo addirittura dimenticata o non sapevamo esistesse. È questa stessa sensazione che accompagna il raccoglitore che è in noi. Quando si manifesta comprendiamo che non stiamo più cercando “cose”, ma intuiamo e percepiamo relazioni, che è tutt’altra faccenda. Un ribaltamento totale e assoluto dell’esperienza quotidiana. E questo processo si tramuta naturalmente in un dialogo rinnovato tra noi e la Terra, e nella lingua muta di un lichene o di una pigna possiamo ritrovare e riconoscere la grammatica perduta della vita.
Può interessarti anche
Nel bosco, ogni passo è una decisione. Ogni suono, un indizio o un inganno. Si torna a una condizione primitiva, pre-logica, in cui l’istinto guida più della ragione. È un ritorno a casa, come mi piace ripetere spesso, ma a una casa che non ricordavamo di avere. La più bella delle case possibili perché è l’unica vera. Non vi è lusso qui, ma ricchezza.
Qui, sotto gli abeti, i faggi, i larici, i frassini e gli aceri, si risveglia qualcosa di antico: il raccoglitore che è in noi, il cercatore di tracce, colui che un tempo viveva grazie a ciò che trovava. Non è nostalgia, è memoria biologica. Cercare funghi però significa anche sospendere la tirannia dello scopo.
Non importa quanto a lungo si cammini, o se si torni con il cesto vuoto o pieno. L’esperienza stessa è la ricerca. È una profonda rieducazione alla physis: lentezza, attesa, pazienza, stupefazione, eros, gratitudine. Chi torna senza funghi, ma con gli occhi lucidi e il cuore calmo, ha capito la lezione. C’è una gioia sottile, quasi infantile, nel chinarsi e sollevare una foglia, nello scrutare un’ombra diversa tra mille uguali. È la gioia di chi vive il viaggio e non il risultato.
Nella vita, come nel bosco, il fungo trovato è un incidente felice, mai il fine ultimo.
© Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano
Prima edizione in “Scintille” luglio 2026
© 2026 Matteo Righetto
Pubblicato in accordo con
Piergiorgio Nicolazzini Literary Agency (PNLA)
(continua in libreria…)
Scopri le nostre Newsletter
Notizie, approfondimenti e curiosità su libri, autori ed editori, selezionate dalla redazione de ilLibraio.it
Fotografia header: Matteo Righetto (nella foto di Michele Lapini)