Gli svedesi possono apparire silenziosi, ordinati, quasi trattenuti per undici mesi all’anno, ma quando arriva il momento della Maturità scolastica, si trasformano improvvisamente in una popolazione oceanica, rumorosa, travolta da una eccitazione collettiva che sembra insieme carnevale, rito di passaggio e addio all’infanzia. Alla scoperta di una festa speciale, capace di tenere insieme disciplina nordica e improvvisa euforia: lo “Studenten”, tra balli, carri e gadget. Non è soltanto una (sentitissima) festa scolastica, ma il momento preciso in cui una società (in cui, più che dalle nostre parti, ci si aspetta che ragazze e ragazzi inizino abbastanza presto a costruirsi la propria autonomia) dice ai suoi giovani: adesso tocca a voi…
A Lund, nella Scania, famosa città universitaria, nei giorni dello Studenten si capisce una cosa molto in fretta: gli svedesi possono apparire silenziosi, ordinati, quasi trattenuti per undici mesi all’anno, nondimeno, quando arriva il momento della maturità scolastica, si trasformano improvvisamente in una popolazione oceanica, rumorosa, travolta da una eccitazione collettiva che sembra insieme carnevale, rito di passaggio e addio all’infanzia.
La chiamano Studenten, oppure studentutspringe, letteralmente “la fuga degli studenti dalla scuola”. E, in effetti, tutto in questa festa ruota attorno a un’immagine simbolica molto precisa: uscire, scappare fuori, oltrepassare un confine e lasciarsi alle spalle la vita protetta dell’adolescenza.
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In Svezia, infatti, il passaggio all’età adulta possiede ancora una concretezza sociale che in molti altri Paesi europei si è in parte attenuata. Dopo il liceo, che si scelga l’università oppure il lavoro, ci si aspetta che i ragazzi inizino abbastanza presto a costruirsi la propria autonomia. Andare via di casa, mantenersi almeno in parte da soli, imparare a organizzare la propria esistenza, viene considerato quasi naturale.
Lo “Studenten”, allora, non celebra soltanto la fine della scuola. Celebra il momento in cui si “prende il largo”.
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Il cappello bianco, per celebrare non solo la fine della scuola
E forse proprio per questo il simbolo più importante della festa è il celebre cappello bianco, lo “studentmössa”: una specie di copricapo da marinaio, con visiera nera e coccarda blu e gialla, spesso personalizzato con il nome dello studente e l’anno del diploma. Lo si prova giorni prima, quasi fosse una cerimonia preliminare. A guardarlo bene, sembra davvero il cappello di qualcuno che sta per salpare.
Nei giorni precedenti la festa, i ragazzi preparano anche il balletto con cui usciranno dalla scuola, perché l’uscita deve essere esplosiva e memorabile. Nulla è lasciato del tutto al caso, neppure il disordine.
Poiché lo “Studenten” è una celebrazione fragorosa, le scuole delle città si accordano tra loro per scaglionare i giorni delle uscite e impedire che il traffico collassi completamente. A Lund, quest’anno, gli studenti delle ultime classi erano parecchie migliaia, e, già molto prima dell’inizio delle cerimonie, in città non si parla d’altro.
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I negozi, per tutto il mese di giugno, espongono gadget, trombette, nastri, fiori, bandierine svedesi, corone decorative blu e gialle, fotografie, peluche, cartelli, bottiglie da stappare e qualunque altra cosa possa contribuire ad aumentare il tasso generale di entusiasmo.
La giornata dello “Studenten” comincia presto, spesso con una lunga colazione collettiva. Gli esami, in realtà, sono già terminati nel mese di maggio, materia per materia, secondo un sistema che ricorda un po’ l’università. Adesso, non resta che festeggiare, e infatti già a colazione compare lo champagne, perché gli svedesi, quando decidono di celebrare qualcosa, lo fanno con sorprendente serietà.
Ecco che arriva il momento dell’attesa.
Il traffico si blocca per la festa, tra gadget, balletti e champagne
Davanti alle scuole si raduna una vera folla: genitori, fratelli, nonni, amici. Molti tengono in mano cartelli giganteschi con fotografie dei figli da piccoli. Si capisce, non fotografie dignitose, sarebbe troppo semplice. Le più apprezzate sono quelle imbarazzanti: neonati sporchi di pappa, bambini sdentati, nasi colanti, pose improbabili, espressioni tragicomiche. Tutto ciò che possa ricordare pubblicamente al diplomato che, nonostante il completo elegante o l’abitino bianco, fino a pochi anni prima mangiava la sabbia o si infilava le dita nel naso.
A un certo punto, dall’alto di una scala, un rappresentante della scuola – anch’egli col tradizionale cappello bianco – annuncia il nome della classe che sta per uscire. Ogni cinque minuti circa ne compare una nuova.

Le ragazze indossano abitini bianchi corti, i ragazzi sfoggiano completi blu scuro o neri. Poi, accade.
Le porte si spalancano e i ragazzi escono correndo, urlando, saltando, come se fossero stati liberati dopo anni di prigionia. Per qualche secondo la scena ricorda insieme una fuga, una vittoria sportiva e un’invasione barbarica. Gli studenti si fermano nel cortile, eseguono rapidamente il balletto preparato nei giorni precedenti, cantano, agitano le braccia, si abbracciano, mentre sotto di loro la folla esplode in un frastuono di fischietti, applausi e lacrime.
Perché i genitori piangono moltissimo… ed è difficile non commuoversi dinanzi a tanta gioventù.
Subito dopo avviene il ricongiungimento: fiori al collo, abbracci, fotografie, brindisi, urla, parenti dispersi da ritrovare tra la gente, ma la festa non è ancora neppure a metà.
Dopo i saluti, gli studenti tornano dentro e si cambiano. Gli abiti eleganti spariscono. Compaiono tute da lavoro decorate da loro stessi con scritte, disegni, firme, colori, soprannomi, ricordi scolastici. A quel punto la civiltà ordinata della Scandinavia si avvicina improvvisamente a qualcosa di molto simile a un Dioniso nordico.
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Ogni classe sale sul proprio camion scoperto
Ogni classe sale sul proprio camion scoperto, decorato con striscioni e lenzuola dipinte. I ragazzi bevono, cantano, ballano, saltano, spruzzano birra, agitano bandiere, lanciano coriandoli, bloccano il traffico e attraversano la città in una lunga processione rumorosa e felicemente eccessiva, che si chiama “Flak”. E non importa se piove a dirotto (come è accaduto quest’anno): il “Flak” non può mancare.
Una delle canzoni tradizionali più cantate è Sjung om studentens lyckliga dag, ovvero Canta il felice giorno dello studente, un antico canto ottocentesco diventato l’inno ufficioso dello Studenten. Chiunque – forse tranne gli automobilisti in coda, il che accade davvero di rado – saluta allegramente i ragazzi, magari ricordando il giorno in cui è stato lui stesso il protagonista della giornata.
Ed è forse proprio questa la cosa più bella della festa svedese: il fatto che riesca a tenere insieme disciplina nordica e improvvisa euforia collettiva.
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Per un giorno intero la Svezia sembra autorizzare i propri ragazzi a essere enormi, scomposti, visibili, persino ridicoli, a gridare il proprio passaggio nel mondo. Poi, lentamente, i camion si svuotano. Le famiglie rientrano nelle case. Cominciano le feste private, che spesso durano fino al mattino successivo.
E il giorno dopo, quasi all’improvviso, tutto torna normale. Oppure no. Perché uno Studenten, in fondo, non è soltanto una festa scolastica. È il momento preciso in cui una società dice ai suoi ragazzi: adesso tocca a voi.
L’AUTRICE – Simonetta Tassinari ha insegnato storia e filosofia nei licei e nel Laboratorio di didattica della filosofia dell’Università del Molise. Da anni coltiva la psicologia relazionale, la psicologia dell’età evolutiva, il counseling filosofico e divulga la filosofia tra bambini e ragazzi. Anima partecipati caffè filosofici e tiene conferenze in tutta Italia e all’estero. Collabora con la fondazione Quid+ e con Treccani Futura.
Ha pubblicato romanzi, testi di argomento storico e filosofico (tra gli altri, per Einaudi scuola) e il saggio “brillante” – sull’insegnamento della filosofia nelle scuole – La sorella di Schopenhauer era una escort (Corbaccio). Con Corbaccio ha pubblicato anche Donna Fortuna e i suoi amori, La casa di tutte le guerre, Le donne dei Calabri di Montebello e L’ultima estate in paese.
Per Feltrinelli ha pubblicato nel 2019 Il filosofo che c’è in te; S.O.S. filosofia. Le risposte dei filosofi ai ragazzi per affrontare le emergenze della vita, rivolto agli adolescenti; Il filosofo influencer. Togliersi i paraocchi e pensare con la propria testa (2020); per Gribaudo Instant Filosofia (2020) e Le 40 parole della filosofia (2021) e Il libro rosa della filosofia – Da Aspasia a Luce Irigaray, la storia mai raccontata del pensiero al femminile (2024). Dopo aver pubblicato nel 2025 Il bello tra le crepe – Manuale di riparazione della vita quotidiana, a inizio 2026 è uscito per Gribaudo La sublime arte del disordine – Filosofia dei calzini spaiati.
Qui i suoi articoli per ilLibraio.it.
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