"Brevemente risplendiamo sulla terra" di Ocean Vuong, tra memoir e autofiction, è una lettera che l'autore scrive alla madre per dichiarale un amore che prende forma nella resistenza comune al dolore. Ma è anche una meditazione sulla sopravvivenza, individuale e collettiva - L'approfondimento

Brevemente risplendiamo sulla terra di Ocean Vuong è stato uno dei debutti più attesi del 2019 nel mondo anglosassone. Ancora non era stato pubblicato ufficialmente che già si parlava di capolavoro. Benché la voce si dovesse a recensori e lettori che ne avevano apprezzato anticipatamente la qualità, l’aspettativa era dovuta principalmente al successo che Vuong da qualche tempo aveva iniziato a godere negli ambienti letterari. Nel 2017 aveva infatti ricevuto il prestigioso T. S. Eliot Poetry Award per Cielo notturno con fori d’uscita (La Nave di Teseo, traduzione di Damiano Abeni e Moira Egan), una collezione di poesie che parlano di migrazione, guerra, violenza, sesso, omosessualità. Ora inaspettatamente arrivava un memoir, anzi un’autofiction, un testo che a quelle poesie, con quelle immagini così virulente e potenti, avrebbe fatto da controcanto. Un testo che avrebbe raccontato da dove venivano i silenzi e il dolore sommesso che Vuong aveva riversato nei versi, ma che allo stesso tempo li avrebbe espansi lasciandoli scorrere nello spazio più ampio e libero della prosa.

C’erano troppe premesse positive perché il libro potesse deludere la critica. E infatti alla pubblicazione il coro di apprezzamento è stato unanime.

Brevemente risplendiamo sulla terra (La Nave di Teseo), che arriva ora in Italia nella viscerale traduzione di Claudia Durastanti, è prima di tutto una lettera che Vuong scrive alla madre per dichiarale un amore che prende forma nella resistenza comune al dolore, un dolore fatto di memoria e violenza, di lingua mozzata e lingua salvata, di terra abbandonata e classe sociale schiacciata. Ma è anche una meditazione sulla sopravvivenza, individuale e collettiva.

Vuong si muove infatti tra Saigon e il Michigan raccogliendo e inanellando tra loro istantanee che catturano i movimenti di una famiglia in fuga dalla guerra che finisce per cercare riparo in una terra respingente. Racconta così la distruzione di un’origine (il Vietnam) e di una destinazione (l’America) e di come queste non avvengano solo con le bombe e il Napalm, ma anche con l’odio e le droghe. Allo stesso tempo, pur di fronte a questo crollo, si sofferma sulla bellezza fragile e tenera che non smette di brillare anche laddove la mostruosità umana è più grande.

Ocean Vuong Breemente risplendiamo sulla terra

Vuong sceglie di raccontare alla madre questi istanti, sapendo che non potrà mai leggerli perché è illetterata. Eppure proprio attraverso questa impossibilità di scambio trasforma una lingua incompresa in un corpo vivo il cui alfabeto è “scritto in sangue, muscolo, e neuroni” e nelle cui cavità più profonde, come nella punteggiatura, si sedimenta l’amore. In questa nuova lingua ibrida e corporea, gli spazi geografici hanno l’estensione delle frasi, i punti determinano il respiro, gli spazi tra le parole danno forma ai silenzi. E in questo corpo linguistico, allo stesso tempo fragile e duro, si ritrovano riuniti i corpi di Vuong stesso e della madre Rose, della nonna Lang, e dell’amato Trevor, corpi traumatizzati, violentati e violenti, malati ed erotici. Corpi che risplendono nella loro solitudine e che disegnano costantemente i confini dell’alterità.

Contemporaneamente scrittore e corpo immerso nella scrittura-corpo, Vuong si muove tra punti di vista diversi, osservando e osservandosi, come due occhi che guardano la stessa immagine senza potersi vedere tra loro, consapevole che scrivere significa “andare in basso, così in basso che il mondo ti offre un nuovo angolo benedetto e aggraziato da cui essere osservato” e  “una visione più larga fatta di cose più piccole”. Ed è proprio questa visione allargata che permette di avvicinarsi alle ferite più dolorose per cercare di proteggerle e farle rimarginare. Permette in altre parole di trasformare uno scatto di rabbia violenta in un atto di protezione, di ritrovare il desiderio nella vergogna, la cura nel distacco, la ricchezza nella povertà. E soprattutto permette di ritrovare l’amore laddove sembra essere negato.

Cielo notturno con fori d’uscita Ocean Vuong

Il linguaggio creativo non è però rigenerativo che nei limiti di una libertà relativa perché vivere è essere in una gabbia e se talvolta pare che le sbarre svaniscano e si possa uscire al di fuori, quella che si ritrova al di fuori non è una che una nuova gabbia, “come quando gli animali selvatici si ritrovano ‘liberi’ nelle riserve naturali solo per essere contenuti da confini più grandi”. Eppure, nonostante ciò, “a volte non vedere quelle sbarre è più che abbastanza.”

Se la lettera è esplicitamente destinata alla madre, ci sono però altri due destinatari impliciti, la nonna Lang e Trevor.

Lang e Trevor sono i rifugi di Vuong, sono luci che splendono brevemente rischiarando una vita altrimenti buia. Tramite loro vede riverberarsi nelle cose quella bellezza restorativa che la scrittura cerca di catturare e incorporare. Sono i suoi fari. Lang che ha sacrificato il corpo per salvarsi dalla guerra, che lo costringe a raccogliere fiori oltre i cavalcavia dell’autostrada, che lo protegge dal dolore e dalla violenza della madre con le sue storie. E Trevor, figlio di quell’America che inesorabile seduce e schiaccia chi è solo, povero, immigrato, omosessuale o non ha la pelle del colore adatto, il “ragazzo che stava escrescendo fuori e dentro di sé”, che lo fa attraversare le strade e le campagne di Hartford bevendo, fumando e cantando, che lo fa schiantare contro il desiderio e la disperazione e che finisce per incarnare l’Amore e il crollo che porta con sé quando è incontenibile.

Lang e Trevor sono le rive tra cui scorre la vita di Vuong, incarnano l’origine e la destinazione, le due culture tra cui si muove, la memoria di un passato ereditato nel sangue e il seme di un futuro ancora da scriversi. In questo spazio liminale, che è a tratti violento e a tratti struggente, galleggiano i pezzi finalmente leggibili di una storia che è un “naufragio”. Si trovano le mani crepate dalla fatica e dalle sostanze chimiche di Rose, i capelli bianchi di Lang, le dosi di OxyContin assunte da Trevor, il rivolo di sangue che gli esce dal naso dopo un incidente, i campi di tabacco del Michigan, le veglie funebri delle cantanti transgender vietnamite, una radio che trasmette canzoni immersa in una pozza di latte, la testa imbalsamata di un cervo che continua a morire, i vestiti sontuosi dei negozi di beneficenza. Ognuno di questi frammenti racconta parte della storia, sono riverberi di bellezza fragili e brevi. Sono come le poesie raccolte in Cielo notturno con fori d’uscita, tentativi di catturare lo splendore dell’attimo perfetto che si spegne nella distruzione, atti d’amore e resilienza, la punteggiatura che ordina e rincorre una vita fatta di parole. Il loro splendore è sfuggente e fragile come la luce rossastra che spegne le giornate. “Perché il tramonto, come la sopravvivenza, esiste solo nel momento in cui sta per sparire. Per essere bellissimi e risplendere su questa terra, prima qualcuno deve vederci, ma essere visti significa essere prede.”

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