Fleur Jaeggy (che le ha dedicato “Gli ultimi giorni di Ingeborg”) e Ingeborg Bachmann (poetessa e scrittrice austriaca nata il 25 giugno di 100 anni fa, e morta nel ’73 a seguito di un incidente tetro e assurdo, il rogo innescato da una sigaretta in una sera di fine estate) sono state molto amiche. Ne parla Ilaria Gaspari, che all’autrice di “Il trentesimo anno” e “Malina” ha dedicato un libro e un podcast: “Per Ingeborg non c’è stata vecchiaia nel volgere dei decenni in cui il suo nome ha cambiato tante volte segno, celebrato e poi un poco offuscato e celebre di nuovo…”

Il mio libraio di fiducia mi conosce bene, e infatti mi è corso incontro: eccolo qui, è arrivato.

Brandiva il libro minuscolo color carta da zucchero, l’ho riconosciuto prima ancora di leggere il titolo. Gli ultimi giorni di Ingeborg, di Fleur Jaeggy.

In effetti lo aspettavo da anni, almeno tre: da quando per la prima volta avevo letto, chissà dove, che prima o poi sarebbe uscito questo libriccino leggerissimo, pochi grammi di carta che mi fanno sentire sopraffatta. Per paradosso, o per contrappasso, o semplicemente perché c’è di mezzo qualcosa di così speciale che non riesco nemmeno a dirlo a parole. Infatti da giorni giro intorno a questo pezzo che pure smanio per scrivere.

Fotografie di un’amicizia

Inizio a comporre le frasi mentre cammino, mi blocco, ricomincio.

Apro un nuovo documento e la pagina immacolata mi sembra che non basti, chiudo senza salvare, vado in cucina a bere un po’ d’acqua, penso alla casa al mare del primo racconto del libro, dove l’acqua esce salata dai rubinetti, mi pare salata anche quella nel bicchiere anche se lo so che è solo suggestione, un sorso e non bevo più, torno a sedermi e riapro il documento tutto bianco ma ormai ho in testa un giardino nel sole di tanti anni fa, una villa in affitto e i suoi pini malati, vedo l’immagine abbrustolita nei colori come pellicola di un film mai girato vecchio di mezzo secolo, e nessuna frase somiglia al groviglio di cose che avrei da dire e questo mi irrita, perché di solito riesco a trovare il bandolo, a tirare il filo e mettere le idee una dietro l’altra. Questa volta no. Troppe cose da dire, troppe tutte insieme.

Fleur Jaeggy e Ingeborg Bachmann nella foto di Roberto Calasso (collezione privata)

Fleur Jaeggy e Ingeborg Bachmann nella foto di Roberto Calasso (collezione privata)

Torno a pensare al giardino, ascolto cicale fantasma, sento il fresco della penombra di stanze sconosciute in una casa in affitto, così vicina al mare che dai rubinetti esce acqua salata.

Fleur Jaeggy e Ingeborg Bachmann sono state molto amiche in anni in cui la vecchiaia era per entrambe un pensiero astratto: una fantasticheria vaga e sognante per Fleur, la più giovane delle due, che l’altra, scrittrice già affermata, aveva incoraggiato all’epoca del suo esordio con il romanzo Il dito in bocca; un pensiero da scacciare come si scaccia un insetto fastidioso per Ingeborg, che vecchia non sarebbe mai diventata, perché – non poteva saperlo, mentre rispondeva, all’amica ancora ragazza che faceva progetti su una lunga longevità sospesa e la chiamava vecchiaia, che “la vecchiaia è orribile” – sarebbe morta per le conseguenze di un incidente tetro e assurdo, il rogo innescato da una sigaretta in una sera di fine estate, a quarantasette anni compiuti da poco.

La casa dell’acqua salata

Quando Ingeborg dice a Fleur che la vecchiaia è orribile, lei le risponde che tutto è orribile e nella voce ha una sorta di allegria: finiscono per ridere, le due amiche, di quella ostentazione di prematuro nichilismo – ma se ridano per incoscienza o per troppa vicinanza alle pieghe scure della vita, questo non è dato saperlo, e del resto l’istantanea del dialogo che la memoria di Fleur Jaeggy fa galleggiare fino a noi, che oggi finalmente lo possiamo leggere nel minuscolo libro color carta da zucchero che contiene tre frammenti del ricordo di Ingeborg, ci arriva in un tempo in cui la giovinezza delle due amiche è tramontata com’è tramontato ormai da un pezzo il secolo di cui il primo frammento, La casa dell’acqua salata, ci racconta un’estate di statico splendore, di grilli e prati secchi, di arsura e di silenzi.

Gli ultimi giorni di Ingeborg

Per Ingeborg non c’è stata vecchiaia nel volgere dei decenni in cui il suo nome ha cambiato tante volte segno, celebrato e poi un poco offuscato e celebre di nuovo, il nome scritto sulla copertina del romanzo con cui fu accompagnata – non si trovavano documenti, il passaporto chissà dov’era, avrebbe fatto fede il libro – all’ospedale, di corsa, la notte che si bruciò, da Maria Teofili, che era stata la custode della casa degli anni forse più sereni della sua permanenza romana.

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Fuori da quella casa una lapide la ricorda, affissa all’intonaco del bel palazzo da cui transitano giornalmente torme di turisti perché il numero 60 di via Bocca di Leone, dove Ingeborg Bachmann, secondo il ricordo di un’altra amica dell’epoca, la scrittrice e poetessa Marie Luise Kaschnitz, viveva in una casa con un bagno bianco e rosa, ospita oggi un gran numero di bed and breakfast: sembrerebbe, anzi, a scorrere i nomi sul citofono, che il condominio non abbia quasi altri inquilini che gli ospiti di passaggio.

Chissà se qualcuno, prenotando una camera online, digitando fuori dalla porta del b&b il codice dell’apriti sesamo, si domanda se quella precisa stanza a due passi dai gradini di Trinità dei Monti, dietro il viavai di piazza di Spagna e le eleganze soffuse di Piazza del Popolo, possa magari essere stata la stanza in cui dormiva Ingeborg, o quella in cui scriveva; con un paio di scarpe da uomo dimenticate nell’armadio, come nella poesia Via Bocca di Leone di Marie Luise Kaschnitz, scritta dopo la morte di Bachmann, che dice: La tua Roma non è morta/ Questa in particolare,/ Piena di bancarelle di fiori/ Piena di barbieri.

Fleur Jaeggy e Ingeborg Bachmann nella foto di Roberto Calasso (collezione privata)

Fleur Jaeggy e Ingeborg Bachmann nella foto di Roberto Calasso (collezione privata)

Quella Roma invece è morta

Forse questa Roma invece è morta, il che apre la possibilità di una rievocazione – qualcuno entra nel b&b, le ruote del trolley ronzano sul selciato. Lo spiraglio del portone si richiude ma ci sono parole, come formule magiche, che funzionano da incantesimo; le parole della poesia su via Bocca di Leone, con il suo piccolo salotto e il bagno civettuolo, e l’incongrua pesantezza di quel paio di scarpe di uomo in un armadio, oppure le parole leggere e perfettamente sagomate dei frammenti di Fleur Jaeggy, che chiamo frammenti perché somigliano a quelle testimonianze sopravvissute alle distruzioni – agli incendi – dell’antichità, meticolosamente ordinati da antologisti coscienziosi come Diogene Laerzio che ci ha conservato un repertorio di vite esemplari di filosofi.

La purezza paradigmatica dei maestri antichi ha qualcosa di magnetico ma pure qualcosa di perturbante – forse la torsione impressa alla vita vera, che all’assoluta pacatezza contemplativa risulta irriducibile, se non nei secoli in cui la filosofia fu giovane, certo in quelli in cui l’interiorità si scopre soggetto complesso e tempestoso, e spacca il modello antico come un frutto troppo maturo, un melograno di cui un solo chicco assaggiato a tradimento è sufficiente a indurre un incanto irreversibile.

Mentre leggo degli ultimi giorni di Ingeborg non posso fare a meno di pensare al fatto che proprio Fleur Jaeggy abbia tradotto un piccolo capolavoro incendiato dall’attrito fra la vita riottosa del corpo e la disciplina della devozione al pensiero – Gli ultimi giorni di Immanuel Kant di Thomas de Quincey, sulfureo esploratore di stati psicotropi che, con il tocco grave del saggio antico e un perturbante senso di pietà che non risparmia nulla, ritrae il crepuscolo dell’irreprensibile filosofo, che resiste ma non può opporsi al galoppare della demenza, e si fa forse pienamente uomo quando è costretto dalla meschinità del declino a dimenticare la grandezza dell’impresa a cui si è votato.

C’è un’altra tragedia, forse evitabile

Ne Gli ultimi giorni di Ingeborg c’è un’altra tragedia, una tragedia forse evitabile, come suggeriscono le pagine finali che ampliano impressioni intraviste in un racconto pieno di dolore della raccolta Sono il fratello di XX, dove già in punta di piedi si entrava nella camera asettica dell’agonia di IB all’ospedale Sant’Eugenio, e il ronzio di una mosca disturbava troppi silenzi.

E Ingeborg, nel titolo, non ha cognome: forse perché non c’è bisogno di creare un contrasto fra la fragilità di lei vivente, e poi morente, e la silhouette ufficiale incisa nella storia del pensiero, come per il Kant del librino di Quincey.

Se Quincey lavorava a partire dagli appunti di un discepolo del filosofo, qui Fleur Jaeggy ha ricordi di prima mano, ricordi di testimone, di amica, ricordi che non sono propriamente un passato, perché la narrazione ne fa istanti sospesi, così presenti che pare di poterli toccare; pure se hanno una consistenza rarefatta, e ti lasciano dunque annaspare, stringendo e allargando la presa su un nulla che è forse illusione ottica, forse invece più vero del vero, come tutto quello che passa per la memoria.

La sensazione di illusione riuscita è evidente più che mai nella prima storia, o forse meglio dire diapositiva, La casa dell’acqua salata. Una manciata di pagine che ho letto due volte, poi una terza, per lasciare che mi si imprimesse la forza di certe sentenze sibilline che asseriscono e intanto domandanoi ricordi non sono propriamente un passato. Ma la verità è che questo racconto l’ho letto e riletto perché mi emozionava come una scoperta. Come un cassetto che parrebbe incastrato, e invece poi cede alla pressione e dentro rivela un tesoro intatto: istantanee, negativi dimenticati, immagini che fermano un mondo che non c’è più se non in quel frammento congelato di tempo.

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Il dito in bocca

L’attimo si dilata come in certe fotografie ritrovate in case in cui non abbiamo vissuto, e si ha la sensazione di avere il permesso di guardare, e insieme di spiare un segreto, forse nemmeno per voyeurismo (“per Ingeborg l’indiscrezione è imperdonabile”): solo per la precisione così netta, così rara, dell’immagine che ferma il tempo.

Lo ferma in un’estate imprecisata, immobile prima della catastrofe – e proprio la catastrofe, nella struttura del libro, di quell’estate decreta la fragile fissità nel ripetersi di piccoli gesti che galleggiano in una sospensione illusoria, precaria come i pini del giardino, allampanati pini marittimi dall’aria malaticcia, nel concerto delle cicale, nel biondo spento del prato sotto gli aghi caduti. L’acqua dai rubinetti esce salata – è la contiguità del mare, e insieme un presagio sottile come una crepa, come le cinque iniezioni di ricostituente fatte a Ingeborg, che nuota nel mare salato con gambe bellissime, perde forcine dorate in giro per casa, dorme in una stanza che sa di rose e si veste come una regina, ma non ha voglia di andare a cena con gli altri villeggianti, di fare conversazioni mondane, fosse anche con Calvino o con ricchissimi editori-viveurs.

Fleur Jaeggy

Fleur Jaeggy (foto GettyEditorial)

Ha voglia di ridere, in compenso, di scherzare, e di quei silenzi in cui non è necessario dimostrare nulla. La vediamo attraverso gli occhi dell’amica e delle due donne di servizio che si prendono cura della casa e delle villeggianti, e scrutano il suo mistero – una di loro si compra l’acqua di rose nella bottiglietta blu, di cui ha conosciuto il profumo. È lei l’addetta alle iniezioni, curiosa e ammirata di questa signora che scrive e nuota e scende le scale tutta elegante. Intorno, i Ronchi e il Poveromo, un angolo di Versilia di pinete e dune che ha conosciuto a partire dagli anni Venti del Novecento, come meta di un turismo intellettuale e cosmopolita – quasi una versione litoranea del Monte Verità – uno splendore ora offuscato.

Oggi il famoso Albergo Villa Irene, nel cuore della foresta incantata del Poveromo, è come il castello della Bella Addormentata, divorato dai rovi dell’abbandono. È in vendita, da anni, dopo diversi passaggi di proprietà. Fra un paio d’anni compirebbe un secolo: fu costruito nel 1928 dall’esule polacco Alexandre De Guttry, e divenne poi un hotel raffinatissimo.

Cercando in rete si trovano fotografie dei campi da tennis abbandonati, qualche scorcio del ristorante e del giardino. I pini sembrano un po’ male in arnese, come quelli della casa dell’acqua salata, dove soggiornò Ingeborg prima della tragedia. Anche lei compirebbe cento anni, questo giugno. Rimane nell’istante fermo che la vecchiaia non le concesse mai, nelle ultime parole sussurrate da un letto di ospedale all’amica: è stato bello, Wir haben es schön gehabt.

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L’AUTRICE – Ilaria Gaspari, scrittrice, è nata a Milano. Ha studiato filosofia alla Scuola Normale di Pisa e si è addottorata con una tesi sulle passioni all’università Paris 1 Panthéon Sorbonne. Dal 2015 collaboratrice di ilLibraio.it, scrive per diverse testate e collabora con radio, tv e scuole di scrittura.

Nel 2015 è uscito il suo primo romanzo, Etica dell’acquario (Voland). Ha poi pubblicato Ragioni e sentimenti – L’amore preso con filosofia (Sonzogno), Lezioni di felicità. Esercizi filosofici per il buon uso della vita (Einaudi) e, sempre con Einaudi, Vita segreta delle emozioni. Nel 2022 per Giulio Perrone editore è uscito A Berlino – Con Ingeborg Bachmann nella città divisa. Con Emons, (e con il sostegno dell’Institut Français Italia), sempre nel 2022, ha curato e condotto il podcast Chez Proust. Per la collana digitale Quanti di Einaudi ha inoltre pubblicato il saggio breve Cenerentole e sorellastre – Una botanica della bellezza.

Guanda a marzo 2024 ha pubblicato il suo secondo romanzo, La reputazione, in cui la scrittrice affronta temi stringenti della nostra contemporaneità. Nel 2025 è tornata in libreria con il racconto lungo L’hotel del tempo perso – Non rubare, un giallo a tinte filosofiche che omaggia Agatha Christie e le sue atmosfere, nell’ambito di una nuova collana Rizzoli ispirata ai dieci comandamenti.

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