Attraverso la cronaca di sei settimane "filosofiche", ciascuna vissuta nel rispetto dei precetti di una diversa scuola, nel suo nuovo libro ("Lezioni di felicità. Esercizi filosofici per il buon uso della vita"), la scrittrice Ilaria Gaspari guida il lettore in un insolito esperimento esistenziale - Su ilLibraio.it un estratto

Che cosa succederebbe se di punto in bianco decidessimo di conoscere noi stessi al modo degli antichi Greci? E se per farlo ci scegliessimo per maestri Pitagora e Parmenide, Epitteto e Pirrone, Epicuro e Diogene? Potremmo scoprire che le scuole dell’antichità non hanno mai chiuso davvero – non finché penseremo alla felicità come a un destino da conquistarci.

Attraverso la cronaca di sei settimane “filosofiche“, ciascuna vissuta nel rispetto dei precetti di una diversa scuola, nel suo nuovo libro (Lezioni di felicità. Esercizi filosofici per il buon uso della vita, Einaudi), la scrittrice Ilaria Gaspari guida il lettore in un insolito esperimento esistenziale, a tratti serissimo, a tratti esilarante.

Scopriremo cosí che piegandosi alle regole astruse del pitagorismo si può correggere la pigrizia patologica, mentre i paradossi di Zenone mettono a nudo certe strane contraddizioni nel modo in cui siamo abituati a considerare il ritmo della vita. E se essere epicurei non è cosí piacevole come sembra, il cinismo può regalare gioie inaspettate. Un esercizio di filosofia pratica che ci insegnerà a sentirci padroni dell’attimo che fugge.

Gaspari, che collabora con ilLibraio.it, ha studiato filosofia alla Scuola Normale Superiore di Pisa e si è addottorata all’università Paris 1 Panthéon Sorbonne. Nel 2015 è uscito per Voland il suo primo romanzo, Etica dell’acquario, e nel 2018 ha pubblicato per Sonzogno Ragioni e sentimenti, un conte philosophique sull’amore.

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Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, proponiamo un estratto:

Conosci te stesso

Quando è sera guardo le luci accese nelle case degli altri. Di fronte c’è una camera di ragazzini, due fratelli che litigano e si picchiano nel quadro della finestra; qualche volta invece fanno i compiti alle loro scrivanie, ma dura sempre poco, perché poi ricominciano ad azzuffarsi. Alla destra della loro stanza, la finestra successiva è un salotto; grandi librerie alle pareti, illuminazione da terra, molti quadri, un ficus benjamin che avrebbe bisogno di essere annaffiato: ogni sera conto qualche foglia in meno, ormai è rimasto quasi nudo. Sopra il salotto c’è una cucina, è la casa di una coppia di vecchietti; la luce troppo chiara e fredda si riflette su mobili spartani, di radica, che hanno l’aria di aver vissuto in quella cucina già piú di qualche annetto. Cenano alle diciannove e trenta, ogni santo giorno, e lui dà le spalle alla finestra; lei lo serve e quando finiscono, intorno alle diciannove e cinquanta, è lui che fa i piatti. Lei rimane seduta al tavolo e chissà cosa si raccontano. Per la prima volta mi sorprendo a pensare che, dalla casa di fronte, anche loro – i fratelli, la loro mamma che accende la lampada da terra nel sa-lotto, i vecchietti – possono vedere le mie finestre illuminate; ma sarà l’ultima sera che vedranno questa casa com’è ora, com’è sempre stata da quando è mia.

Domani i libri nella libreria saranno già spariti, ingoiati dai cartoni che nell’ingresso aspettano solo di essere riempiti. In questa casa molto amata, dove conosco il posto di ogni cosa perché l’ho pensato e l’ho trovato io, all’improvviso mi sento come in un teatro, sola – l’altro attore se n’è andato; l’ultimissima replica di uno spettacolo andato in scena per dieci anni, e nessuno spettatore. Ho poco piú di una settimana per lasciare la casa. L’ho letto da qualche parte, chissà dove (ho persino creduto, allora, che fosse un’esagerazione): i traslochi sarebbero, insieme a lutti e divorzi, i momenti piú traumatici nella vita di una persona. Eventi psicosociali stressanti, li chiamavano in quell’articolo; possono causare stress, ansia, depressione. Avevo sorriso e mi ero detta, posando la rivista sul tavolino: quante storie! Che sarà mai, un trasloco, pensavo soddisfatta come un gatto accoccolato su una stufa.

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E poi ecco che mi ritrovo qui, a misurare la mia vita nel volume di scatole di cartone: non c’è piú niente di esagerato nelle conclusioni di quella ricerca, nella sibillina classifica degli episodi sconvolgenti, che avevo sottovalutato e quasi dimenticato.

Sono felice?, mi chiedo mentre stacco dal muro un quadro, e ricordo quando abbiamo appeso il chiodo, ridendo e litigando per scherzo perché avevamo sbagliato a prendere le misure. Sono felice?, mi chiedo ancora, e sembra una domanda stupida in un momento cosí. La vita a brandelli, la casa che con tanta pazienza avevamo cercato di far somigliare, a poco a poco, all’idea di casa che avevamo in testa, smontata un pezzo per volta – è chiaro che sono tutto tranne che felice. Ma come spesso succede, quando ci si chiede una cosa e si risponde troppo precipitosamente, la prima risposta non è mai quella vera. O meglio: non l’unica.

Sono disperata, come chiunque venga mollato di punto in bianco, dopo dieci anni d’amore – oltretutto, con l’incombenza di traslocare perché l’affitto all’improvviso è troppo alto. Questo trasloco è una violenza; eppure mi sta succedendo qualcosa. E? uno strappo, ma come quello di un cielo di cartapesta che si laceri in un teatrino di marionette: dietro vedo il cielo, quello vero.

Per la prima volta dopo molto tempo, ritrovo la sensazione asprigna della libertà, mentre tutto crolla e si disperde. Forse è il momento di pensare a un modo per essere felice.

Chiunque abbia vissuto, una volta nella vita, l’inebriante esperienza del trasloco, lo sa: si comincia sempre dai libri. All’occhio dell’impacchettatore in procinto di iniziare a trasferire mesi, anni, decenni interi di vita nel provvisorio ricovero delle scatole di cartone, la libreria, con le sue ingannevoli file compatte di parallelepipedi regolari, appare come un fulgido miraggio. Nei rari (ma non impossibili) casi di buonumore da trasloco, la libreria è l’immagine perfetta, l’illustrazione concreta di quello che l’incosciente ottimista va ripetendo da quando ha deciso, o scoperto, di dover cambiare casa: che non ci vuole niente. In men che non si dica sarà tutto imballato. Pure nei frangenti in cui prevalgono nichilismo, scoramento, neghittosità, ansia da scatolone, la libreria sembrerà un’ancora di salvezza: se anche l’imballo del resto della casa preannuncia contorcimenti e sfide impossibili a tetris, la libreria è l’esercizio facile, la parte veloce da affrontare come riscaldamento per le ingrate imprese che seguiranno.

Naturalmente è un errore: le librerie obbediscono a misteriose leggi entropiche, per cui i libri si moltiplicano, man mano che li si infila negli scatoloni. Ma il trasloco comincia sempre da lí; e forse non solo perché cosí sembra piú semplice. Il fatto è che svuotare una libreria è come improvvisarsi archeologi di se stessi. A ogni nuovo scaffale si leva la polvere da mesi, settimane, anni, pomeriggi – fasi della vita che da chissà quanto tempo non tornavano fra i pensieri né fra i ricordi. Ma prendendo in mano i libri, il passato si ritrova subito, immediato, intatto come una reliquia.

Me ne sono accorta dopo aver finito di svuotare gli scaffali centrali, i piú frequentati, quelli dei romanzi disposti secondo un criterio cronologico-geografico che l’indolenza aveva piano piano incrinato. Da molti anni, invece, piú in ordine di quanto credessi o ricordassi, nei ripiani piú alti stavano i libri dell’università.

Mai piú ripresi in mano, alcuni, dal giorno in cui li ho sistemati lí: eppure, solo sfiorarli, in un accesso di starnuti per la polvere che li ricopre, è imbattersi nel piú vivido ricordo degli esami. Mattine di sole, caffè al bar del dipartimento di Filosofia, i compagni che discettavano su tutto, barbe e occhiali di professori, sessioni invernali e sessioni estive, gli assistenti inflessibili e quelli mansueti, ultimi appelli, ansie e statini, domande a piacere, il voto sul libretto. Le notti prima dell’esame, a ripassare con gli amici, la caffettiera sul fuoco e le frasi scaramantiche. Tutto come se fosse successo ieri, non dieci anni fa. Istituzioni di filosofia politica. Estetica. Filosofia del linguaggio. Filosofia teoretica, I e II, tutto l’armamentario, Kant e Schopenhauer. E il corso su Nietzsche e il nichilismo – nello scatolone. Per un attimo penso che forse potrebbe essere il momento giusto per riprendere Umano, troppo umano. Piú umana di cosí, del resto, non mi sono mai sentita.

Già in procinto di abbandonare tutto e tuffarmi nella lettura, appollaiata in cima alla scala mi fermo. E? la mia vita che sta andando in pezzi, qui, non la mia Weltanschauung. O meglio, sí, anche quella – ma ci penserò domani, alle faccende teoriche, e per domani intendo un remoto domani vagheggiato, quando tutto questo trambusto sarà finito e forse la vita avrà provveduto da sola, come succede, a riparare la mia visione del mondo. Ora, in cima alla scala sono solo coperta di polvere, disorientata, e non so fare altro che riempire, meccanicamente, dieci venti trenta scatoloni con il fior fiore della saggezza umana.

Ho studiato filosofia, perbacco, ma con un’attitudine cosí necrofila! L’ho studiata come una cosa morta – quanto sono stata stupida, ad arrivare alla laurea senza sognarmi nemmeno la fortuna che avevo! Era tutto davanti ai miei occhi e non ho visto niente. All’improvviso ogni cosa si fa spaventosamente semplice. Questi libri che non sfioravo da anni, non solo li devo aprire, non solo devo tornare a leggerli: devo lasciare che mi insegnino qualcosa, che mi educhino, una buona volta. Invece di cedere al pessimismo, voglio imparare a vivere. Mi curerò con la filosofia, come gli antichi. Per trovare un senso al motto scalpellato sul tempio di Apollo: conosci te stesso – che significherà mai? Siamo noi stessi anche grazie alla conoscenza che abbiamo di noi, oppure no? Irresolubile enigma su cui non mi sono mai piú interrogata, da quando… ecco, dal tempo dell’esame di filosofia antica, sciorinato proprio qui davanti a me, ultima mensola in alto, a sinistra della finestra. In bilico sulla scala, con sprezzo del pericolo, mi sporgo sullo scaffale mentre i due fratelli, dalla loro stanza oltre la strada, mi indicano e sghignazzano – ma che importa, anche Talete fu deriso dalla servetta trace, quando inciampava per pozzi cercando la luna. Eccolo lí, riemerso da anni di oblio come una casa appena dissotterrata da un archeologo fortunato: il mio primo esame, Storia della filosofia antica. C’è tutto, e di ogni libro ho un ricordo. Le Vite dei filosofi di Diogene Laerzio; la monumentale raccolta dei frammenti dei presocratici, il Diels-Kranz. La copertina argentata del libro di Pierre Hadot, Esercizi spirituali e filosofia antica, sfugge alla mia presa; per uno stupido istinto a frenarne la caduta manca poco che mi sfracelli per recuperarlo, nemmeno fosse di porcellana. Illesi – io per miracolo, il libro perché con dolcezza è planato sul pavimento.

Mi ritrovo seduta sul parquet, in mezzo alla confusione degli scatoloni, a leggere. Improvvisamente, insieme al sollievo di non essermi rotta l’osso del collo, è arrivata l’illuminazione. Ho bisogno di una scuola, e di scuole, la filosofia greca antica ne ha prodotte a bizzeffe. Mi iscriverò a tutte quelle a cui posso iscrivermi. Comincerà cosí, ora che ne ho piú bisogno, ora che avrei cose ben piú urgenti di cui occuparmi, la mia educazione filosofica, la mia ricerca della felicità.

© 2019 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino

(continua in libreria…)

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