Esercizio filosofico può essere anche passeggiare in un bosco, salire su un monte, annusare una notte di primavera, saper cogliere la bellezza o la crudeltà di quel che esiste... Lo dimostra il saggio "Socrate in giardino" di Andrée Bella - Leggi un capitolo

La filosofia come cura di sé, come esercizio per vivere meglio, per trasformare se stessi e i luoghi in cui viviamo, che sono parte di noi: dunque non una filosofia speculativa, astratta e lontana, ma la ricerca di una saggezza e di una felicità immanente. Nel libro “Socrate in giardino” (Ponte alle Grazie), Andrée Bella parla proprio di questo, ma non solo: sceglie come teatro esemplare dell’esercizio filosofico la Natura, il luogo in cui le grandi metafore che hanno nutrito la riflessione filosofica – il nascere, il morire, il divenire, il risorgere – sono a disposizione di tutti e ci vengono incontro con la potenza e la semplicità della loro esistenza. Le metafore in natura sono i concetti incarnati nel vivente, miti da narrare per allargare i confini dell’anima.
Ecco un estratto da  “Socrate in giardino” pubblicato per gentile concessione di Ponte alle Grazie

Come sostare tra piedi e radici?

«Le radici affondate nel suolo, i rami che proteggono i giochi degli scoiattoli, i rivi e il cinguettio degli uccelli; l’ombra per gli animali e per gli uomini; il capo in pieno cielo. Conosci un modo di vivere più saggio e foriero di buone azioni?» Marguerite Yourcenar, Scritto in un giardino

Immaginatevi un maestoso albero dalla corteccia liscia e scura, un tronco solido con forti radici ben piantate nella terra e visibili nel disegno del suolo, e un’ampia chioma di rami con foglie di un verde intenso. E poiché, come scrisse Platone, non è possibile guardare le stelle togliendole dal cielo, immaginatelo al limitare di un grande prato, circondato in tutto il suo perimetro da un vecchio cascinale ben ristrutturato, in una calda giornata di inizio estate.

Sto descrivendo un luogo che esiste davvero, è il centro di un parco alla periferia di una grande città italiana. Vi chiedo ora di immaginarvi di essere uno dei cittadini di questa imprecisata metropoli che, approfittando del fine settimana, ha deciso di andare a fare due passi nel verde per prendere una boccata d’aria, magari con l’intenzione di fare un picnic con gli amici. Costui non possiede alcuna nozione botanica, non conosce degli alberi né caratteristi-che né nomi, non sa in merito molto di più di quel che vagamente ricorda, eredità scolastica, sul processo della fotosintesi clorofilliana. Si siede ai piedi di questo gigante vegetale. Gode della sua ombra e di un venticello tiepido che sem-bra misteriosamente soffiare solo lì. Non avendo nell’immediato nessun impegno particolare, la persona con cui vi chiedo di provare per gioco a identificarvi comincia placidamente a guardare i giochi di luce dei raggi di sole che filtrano tra le foglie. Si sente invadere da un grande senso di pace. Gli torna alla mente una poesia su «certi alberi vicini alle case» che sanno stare con pazienza accanto alle nostre camere in cui «gridiamo a volte di uno stare insieme che ha dentro la tempesta». Alberi che sostando chiamano «gli inquieti, i distratti abitatori del mondo» (Gualtieri, Bestia di gioia). Quell’albero lo sta richiamando a sé. Guardiamo i nostri piedi appoggiati fra le radici. Un desiderio di radicamento fatica a prendere forma riconoscibile, ma scorre dentro come linfa.

La qualità della nostra presenza è insolitamente limpida come l’aria di un cielo terso e senza nuvole, e, al contempo, un po’ ovattata, in un’indefinibile sospensione del tempo. È come essere sprofondati dentro di sé, nella propria intimità, e insieme essere tutt’uno con quei rami, quel tronco, gli uccelli che cantano, nulla di diverso da quello che c’è fuori. Immaginiamo dunque il nostro uomo – per me si tratta di una donna, ne parlerò dunque da qui in poi al femminile – alzarsi. La mia è una giovane ragazza che con aria trasognata ammira con gratitudine la fitta chioma sopra di sé. Vuole sapere che albero è, come si chiama. Come quando incontra una persona che le piace e desidera scoprirne il nome e la storia. Come fare? Andrà a cercare un manuale, farà delle fotografie, interrogherà il personale del parco, è disposta a chiedere ai passanti. Quell’albero incarna per lei il desiderio di un pensiero e un sapere che incontra il mondo, lo anima, invita ad abitarlo e conoscerlo.

(continua in libreria…)

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