"Sono nata il ventuno a primavera / ma non sapevo che nascere folle, / aprire le zolle / potesse scatenar tempesta...". Lo scrittore Giuseppe Marotta omaggia la poetessa Alda Merini (1931 – 2009) utilizzando i suoi stessi indimenticabili versi

 “Anche la follia merita i suoi applausi”  *

sono nata il primo giorno di primavera del 1931 a pochi passi da qui, in via Mangone, dietro la stazione di Porta Genova e nella cerchia dei Navigli ho vissuto la maggior parte della mia vita.

Mio padre era un assicuratore, mia madre una casalinga. Erano moralisti e severi e ci siamo scontrati abbastanza.

A 15 anni ho scritto le mie prime poesie e a 16 anni sono finita per la prima volta in manicomio: “matta in mezzo ai matti. Alcuni di loro erano molto intelligenti: sono nate lì, le mie più belle amicizie. I matti sono simpatici, non sono come i dementi che sono tutti fuori nel mondo: i dementi infatti li ho incontrati dopo, quando sono uscita.”

Il mio primo grande amore si chiamava, Manganelli Giorgio: aveva occhiali da intellettuale, un naso a becco d’aquila, ed era un fine scrittore. Ho nutrito una passione travolgente per Giorgio, “dopo di lui infatti mi sono svegliata fiorita, ma di colpo in manicomio.” E una volta che ci siete entrate, “il manicomio non finisce più. È una lunga pesante catena che ti porti fuori, che tieni legata ai piedi. Non riuscirai a disfartene mai.” E con questo macigno nella mente ho trascorso il resto della mia vita: ho camminato in questa città, tra i navigli silenziosi che scorrono lenti fino al mare, ho attraversato i vecchi ponticelli che li congiungono, ho percorso queste calli nascoste guardando avanti, “anche se il cuore rimaneva sempre qualche passo indietro, e sempre con questa sorta di peso ai piedi e dentro l’anima”: il manicomio.

 Mi sono sposata nel 1953, mio marito si chiamava Carniti Ettore, era un fornaio “che sapeva amare come un soldato che dirige tutte le truppe.” Con lui ho messo al mondo quattro figlie: Emanuela e Flavia, Barbara e Simonetta, dalle quali mi sono dovuta separare molto presto.

Dal ‘65 al ‘72 sono stata internata al Paolo Pini e lì ho subito la sterilizzazione e più di cinquanta elettroshock che tuttavia non hanno scalfito la mia personalità e il mio amore per la vita: il mio amico Fornari, che all’epoca mi teneva in cura, diceva spesso che “il manicomio è come la rena del mare, se entra nelle valve di un’ostrica genera perle” e le mie perle sono state tutte generate da una vecchia macchina da scrivere senza nastro, che ho utilizzato per anni servendomi della carta carbone. Le mie perle, i miei versi si sono materializzati magicamente, le parole si sono allineate senza sforzo, e mi sono venute in soccorso, “perché la casa della poesia non haporte”, né muri.

Dal 1986 ho abitato in Ripa di Porta Ticinese, al secondo piano del civico 47 in un piccolo appartamento di ringhiera: due camere in affitto povere e regali, piene di vecchi cimeli, di gatti, di sigarette e dei miei inseparabili rossetti con cui ho abbellito le labbra e ho scritto, sulle pareti di casa, versi di poesie e numeri telefonici.

 “Non sono stata certo una donna addomesticabile, sono stata una piccola ape furibonda. La pazzia mi ha visitato almeno due volte al giorno”, e con lei ho convissuto per il resto dei miei anni. Ho amato altri uomini e “la vita l’ho goduta”. Ho amato Pierre, l’amore del manicomio; un pittore di nome Charles, di cui ricordo “lo scricchiolio dei suoi passi nella mia casa e la sua carne perfetta”; e poi un clochard che si faceva chiamare, Titano, forte e vigoroso come “un’armata” di cento soldati.

Il mio secondo marito si chiamava, Pierri Michele, un medico e poeta tarantino che all’epoca seguii giù nelle Puglie, come un cane segue il suo padrone. Per un po’ “lasciai il mio Naviglio, povero e pieno di languore”, con le sue trattorie modeste, i caffè letterari, le botteghe degli artisti. Ma laggiù, nel tavoliere, la nostalgia bussò più volte al cuore fino alla pazzia che mi portò stavolta nell’ospedale psichiatrico di Taranto.

A Milano vi ritornai di notte, come un profugo che sbarca di nascosto. E fu bellissimo. Io sono affezionata a questi navigli, i navigli sono un po’ il cuore di Milano. La mia Milano, “che è come una donna altera e sanguigna, con due mammelle amorose, pronte a sfamare i popoli del mondo. E questa città potrei lasciarla per sempre solo per andare in paradiso, ma forse anche da lì desidererei la mia casa.”

E adesso che in paradiso ci sono per davvero, posso dirvi che ogni tanto ritorno alla mia casa in Ripa di Porta Ticinese al 47, piena di gatti e vecchi cimeli, di sigarette e degli inseparabili rossetti con cui ho abbellito le labbra e ho scritto versi alle pareti, e lì in quelle due camere che avevo in affitto ci passo qualche ora. Mi affaccio alla finestra al secondo piano “e guardo il mio naviglio con le ragazze così belle che Venere si perde.” E guardo Milano che “adesso è un po’ come una grassa signora piena di inutili orpelli,” Milano che ho lasciato per sempre, solo per andare in Paradiso.

 Ma non vi crucciate per me, per la mia vita d’inferno. “Io la vita l’ho goduta, la mia vita è stata bella perché l’ho pagata cara.”

In quanto a voi siate felici perché “non c’è niente che faccia più impazzire la gente che vedervi felici.” È stata questa la mia miglior vendetta verso chi nella vita mi ha molte volte ferita.

Sono morta a Milano il primo novembre 2009 e mi chiamo Alda Giuseppina Angela Merini, a tutti nota come, Alda Merini.

 

*  in grassetto: versi e aforismi di Alda Merini

fonti:

La poetessa dei navigli. La Milano di Alda Merini, tra le amate Odiate sponde di Sanzia Milesi;

Alda Merini: la poetessa dei navigli, la pazza della porta accanto – Maila Daniela Tritto oubliettemagazine

Milano, una giornata sui navigli con Alda Merini di Ileana Ongar – Viaggi nel Mondo.net;

Alda Merini: Io vivo nell’aperto dell’anima – di Mia Lecomte – Sagarana.net

 

 

 

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