Continuano a far discutere le dichiarazioni del ministro Poletti sui giovani italiani all'estero. Ma c'è un'altra fuga di cervelli, che dovrebbe allarmarci, e su cui si sofferma su ilLibraio.it Lorenzo Cavalieri

Tutti parlano del ministro Poletti e della sua “infelicissima” battuta sui giovani italiani espatriati per motivi di lavoro. L’uscita del ministro è così assurda da lasciar pensare a uno sfogo puramente emotivo. Proviamo a metterci nei suoi panni: ogni giorno una conferenza e ogni giorno qualcuno che lancia la lamentazione sui cervelli in fuga espulsi da un Italia matrigna e pasticciona, un Italia che non crea lavoro. Alla millesima ripetizione dell’obiezione il ministro ha perso le staffe e la lucidità.

Se non ci accontentiamo delle solite chiacchiere da bar sulla sbandata di Poletti, possiamo sfruttare l’occasione per ragionare senza retorica sulla mitologia della fuga di cervelli. Ecco tre riflessioni secche:

1) È vero, molti giovani vanno via. Nel 2015, secondo la fondazione Migrantes, circa 40.000 ragazzi sotto i 34 anni sono espatriati. La percezione è quella di un fallimento del sistema Italia. Ma è davvero così? È l’Italia l’unico paese sviluppato da cui i giovani emigrano? I dati sembrerebbero smentirlo. Più semplicemente il mondo si è rimpicciolito e le persone si muovono. Non si emigra più con la valigia di cartone e la prospettiva di un destino segnato: si arriva, si fa un’esperienza, si ritorna, si riparte per un altro angolo del mondo. Le persone nel terzo millennio si muovono. Tutto qua. Se un problema c’è, dunque, non è tanto quello del giovane cervello italiano che emigra, ma quello dei pochi cervelli stranieri che decidono di valorizzare i loro studi e le loro esperienze venendo a lavorare in Italia.


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2) Qualche anno fa un sottosegretario al lavoro disse: “Chi si laurea a 28 anni è uno sfigato”. Poi un ministro del lavoro dichiaro: “Cari giovani, sul lavoro non siate troppo choosy”. Quello del lavoro è un ministero che quando decide di provocare viene divorato dal vittimismo politicamente corretto. Cui prodest? Per esperienza diretta so quello che dicono i direttori del personale e gli imprenditori sul l’approccio al lavoro di tanti giovani. E purtroppo dicono cose molto simili a quelle che un ministro non può dire. Ma davvero noi giovani ci dobbiamo accontentare della retorica del vittimismo e non accettare queste provocazioni come occasioni per guardarci in faccia, scuoterci e confrontarci in modo spietato con le nostre responsabilità personali? Ci basta chiedere le dimissioni di un ministro per risolvere i nostri problemi di lavoro?


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3) In Italia viviamo una imponente fuga di cervelli. Ma non è quella oltre confine. E’ quella tra Sud e Nord Italia. Secondo i dati Almalaurea il 20% dei ragazzi meridionali emigra al centro-nord per motivi di studio. E il 26% dei laureati meridionali lavora lontano dalla famiglia d’origine. Sono dati in crescita strutturale. Sullo sfondo una prospettiva da incubo già prospettata da qualche studioso: al Sud resteranno solo i vecchi e i disoccupati.

L’AUTORE – Lorenzo Cavalieri è laureato in Scienze Politiche e ha conseguito l’MBA presso il Politecnico di Milano. Dopo aver ricoperto il ruolo di responsabile commerciale in due prestigiose multinazionali, si occupa dal 2008 di selezione, formazione e sviluppo delle risorse umane. Attualmente dirige Sparring, società di formazione manageriale e consulenza organizzativa.
www.lorenzocavalieri.it è il blog in cui raccoglie i suoi articoli e interventi.
È in libreria per Vallardi  Il lavoro non è un posto.

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