David Tell (uno pseudonimo) racconta in un memoir conturbante gli anni in cui è stato membro di un corpo speciale dei Marines

È il novembre del 1989 quando David Tell (pseudonimo usato dall’autore  di “Io sono un’arma – Memorie di un marine” – libro autobiografico pubblicato da Longanesi in anteprima mondiale – per nascondere la sua vera identità), un diciassettenne della Virginia, decide di arruolarsi nel corpo dei Marines.

David sogna di difendere il proprio Paese, è pronto ad affrontare a testa alta, con l’incoscienza della giovinezza, un duro addestramento, ma nulla può fargli presagire ciò che lo aspetta. L’addestramento al boot camp è infatti durissimo, fatto di insostenibili umiliazioni, fisiche e morali. Quando David si rompe una caviglia ha due scelte: tornare a casa e rinunciare al suo sogno, oppure ricominciare, in un nuovo plotone. La scelta della seconda opzione lo porta a essere un indesiderato nel nuovo plotone. E l’addestramento ricomincia, più duro che mai. Ma David tiene duro, trova dentro di sé la forza per reagire e combattere e si distingue nell’addestramento al punto tale da essere selezionato per una forza d’elite, il Fast Co, impiegata nell’antiterrorismo. Diventa così, a poco più di 18 anni, membro di un corpo speciale all’interno dei Marines.

Un uomo, un’arma, un soldato pronto a tutto. Nei due anni successivi affronterà missioni segrete di alto profilo, fino alla decisione, comune a tanti suoi commilitoni, di abbandonare il corpo per tentare di recuperare ciò che di umano è rimasto dentro di lui…

 

Per gentile concessione dell’editore, proponiamo due brevi estratti dal volume

 

Il sergente mi rivolse uno sguardo irritato: «Fottuto Tell, il fatto che ti ho chiesto che ne pensi non è un invito a discuterne con me, è una… come cazzo si chiama… domanda retorica. Normalmente ti direi di chiudere quella cazzo di bocca e sparire dal mio ufficio ma… solo per questa volta, vedrò di spiegarmi. Dal punto di vista delle abilità tecniche sei uno dei migliori nel combattimento ravvi-cinato urbano. Però a Charleston hai anche dimostrato di saper pensare. I due calamari al posto uno e il modo in cui hai gestito la storia di Davies che trascinava il fucile mi hanno dimostrato che sai prendere decisioni corrette. So di Jones e della pistola persa in acqua e anche della faccenda del camion: anche in quelle situa-zioni hai preso le decisioni giuste. Non fare quella faccia sorpresa, maledizione: so ogni stramaledetta cosa che succede nel mio plotone e non pensare mai che non sia così. Gente più esperta ha cominciato ad aspettarsi che tu li guidi e quando fai attenzione a quel che succede e ti concentri sei un bravo leader. Prima che inizi la guerra ci sarà un crescendo lento e lungo: sfrutta il tuo periodo nel gruppo due per mettere in pratica le tue doti di comando…

(…)

 

Quando mi ero arruolato nei Marines, certe caratteristiche erano già infuse dentro di me. I marines le avevano prese, le avevano sommate ad altre, poi le avevano perfezionate per prepararmi. An-che se rimanevano alcune tracce del vero me stesso, a un certo pun-to del percorso avevo smesso di resistere e avevo accettato ciò in cui il Corpo mi stava trasformando. Man mano che diventavo più duro e deciso avevo tagliato i legami con tutti coloro che esistevano nel mondo fuori dal mio plotone e l’avevo fatto senza rimorsi: il legame coi miei genitori era l’unico contatto che mi era rimasto col mondo esterno. Fuori dal plotone non avevo una vita e la mia vita nell’ambito del plotone era definita dalle mie abilità, la maggior parte delle quali ruotava in definitiva attorno alla morte. La cruda verità era che, una volta che l’avevo accettato, quel che facevo era diventato ciò che ero. Le armi esistono per molte ragioni ma in definitiva servono per essere puntate contro qualcosa e impiegate per distruggerla…

 

(continua in libreria…)

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