È risaputo che la vastissima produzione della scrittrice americana Joyce Carol Oates sia largamente incentrata sulla violenza. Come racconta su ilLibraio.it Ilenia Zodiaco, forse i suoi libri più terrificanti sono quelli che, scevri da ogni elemento soprannaturale, descrivono con crudezza l’ordinaria vita americana, distruggendone miti e tabù... - L'approfondimento

È risaputo che la vastissima produzione della scrittrice americana Joyce Carol Oates – scrive circa otto are al giorno, tutti i giorni – sia largamente incentrata sulla violenza. I suoi libri sono descritti come disturbanti, difficili da digerire, inquietanti. È vero che si è spesso avventurata in più generi, mostrando una padronanza invidiabile della materia narrativa, più in particolare nel gotico e nell’horror (tanto da ispirare scrittori come Stephen King) ma forse i suoi libri più terrificanti sono quelli che, scevri da ogni elemento soprannaturale, descrivono con crudezza l’ordinaria vita americana, distruggendone miti e tabù.

il collezionista di bambole

Un esempio perfetto è proprio Il collezionista di bambole (Il Saggiatore, traduzione di Stefania Perosin), una raccolta di sei racconti neri che fanno subito pensare a delle storie del terrore e invece si tratta di narrazioni realistiche che evocano il banale orrore che infesta le cronache, una serie di abusi psicologici e fisici, rapimenti, aggressioni e omicidi.

Tutti i personaggi – sia le prede sia i predatori – sono dominati dalla paura che si caratterizza come prodotto dell’ambiente sociale: conflitti di classe, divisioni razziali, droga, sessismo, ineguaglianze. È quindi la paura, specie quando viene alimentata dai media, a generare mostri, almeno è quello che succede al protagonista di Soldier – il secondo racconto della raccolta – la cui rabbia e la cui frustrazione trovano sfogo nell’omicidio di un giovane ragazzo nero, da cui si sente minacciato, senza ragione apparente.

Quello della Oates è il tentativo di dar conto della violenza che evidentemente sente montare attorno a lei, non con le armi della cronaca, ma con quelle dell’invenzione romanzesca. È in parte ravvisabile una sottotraccia surreale nel momento in cui prende il sopravvento la soggettività distorta dei protagonisti – segnati irreversibilmente dai loro turbamenti – che altera il tessuto narrativo.

Raramente, però, il linguaggio della Oates si fa particolarmente esplicito o indulgente nel descrivere l’efferatezza, anzi. L’autrice più che sugli atti in sé vuole dar conto delle conseguenze psicologiche e sociali di un trauma, tanto che tutti i racconti sono retrospettive. Come ci cambia l’incontro con il male? La maggior parte delle cose belle che ci succedono ci lasciano immutati mentre tutte quelle brutte ci segnano.

Il dolore che c’è dentro ognuno dei personaggi de Il collezionista di bambole è custodito come un segreto che non può essere confessato a nessuno, anche a costo di impazzire. L’isolamento acuisce la sofferenza che viene interiorizzata, diventando un fardello difficile da sostenere. La rabbia, il dolore e l’infelicità rimangono dei conflitti privati, anche se, come ben sottolinea la Oates, nascono da questioni sociali pubbliche come l’odio verso le donne e i neri o le disuguaglianze economiche. Questo paradosso è anche il motivo per cui alla Oates viene chiesto continuamente perché i suoi libri siano così cupi e violenti, spesso cercando di trovare un collegamento con la sua biografia. La risposta brillante dell’autrice è: nella morale comune “il territorio in cui si muove un’autrice donna è la soggettività, l’ambiente domestico. È autorizzata ad essere affascinante, divertente, gradevole (…) invece parlare di guerra, stupro e omicidio evidentemente ricade sotto l’esclusivo dominio maschile”. In altre parole, la domanda è stupida e sessista. La raccolta di racconti, invece, è molto valida.

L’AUTRICE – Qui tutti gli articoli e le recensioni di Ilenia Zodiaco per ilLibraio.it

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