Dopo il successo di critica di “Resoconto”, arriva in libreria “Transiti", secondo tassello della trilogia firmata da Rachel Cusk: sin dall’incipit ci troviamo di fronte alla stessa donna-madre che avevamo lasciato nel volume precedente, alle prese con il fallimento di un matrimonio e il trasloco in una nuova città. Seguendo la tecnica narrativa della Cusk, il libro si presenta come una carrellata di personaggi e di riflessioni, in cui si concretizza la sua totale assenza di trama… - L’approfondimento sui temi dell’opera (fatalismo e mutamento) e sullo stile autobiografico dell’autrice, che sta facendo molto parlare

Sono passati solo sei mesi da quando Einaudi ha dato la possibilità ai lettori italiani di confrontarsi con Resoconto di Rachel Cusk, esperimento di fiction sulla scia del tanto contestato saggio sulla maternità Puoi dire addio al sonno , 2001). Cavalcando l’onda di un grande successo di critica, lo stesso editore ha appena dato alle stampe per la collana Stile libero Big quello che si presenta come il secondo tassello – definirlo romanzo è operazione rischiosa – della trilogia di Outline: Transiti (traduzione di Anna Nadotti).

rachel-cusk transiti

Nomen omen. Titoli emblematici che pongono le due opere in una posizione di continuità: dal report, appunto, del fallimento di un matrimonio al transit per definizione, il trasloco in una nuova città, con tutto il bagaglio di affanni, ansie e aspettative che questo genere di eventi porta con sé. 

Sin dall’incipit ci troviamo di fronte alla stessa donna-madre che avevamo lasciato nel volume precedente: la recuperiamo alle prese con la ricerca di una nuova casa prima, e con i complicati lavori di ristrutturazione poi. Momenti banalmente borghesi nella loro normalità, che si svolgono però sotto il segno di un particolare transito astrale: un algoritmo forse casuale che nella sua arroganza proietta i lettori verso la carrellata di personaggi in cui si concretizza la totale assenza di trama del romanzo. 

Niente di nuovo per gli avvezzi alla tecnica narrativa della Cusk che tanto sta facendo parlare di sé: dall’agente immobiliare al muratore Pavel, dal collega scrittore incontrato durante un festival al parrucchiere, dal cugino alla compagna dello stesso; tutte figure connesse tra loro per il semplice fatto di essersi imbattute nell’autrice, in un momento o nell’altro della propria esistenza, e che finiscono per occupare ciascuno un capitolo (sono pochi quelli che ritornano) semplicemente raccontandosi: un flusso di coscienza rivolto a una donna che, distillando il resoconto della loro vita, rivela scorci della sua.

Ne risulta l’equivalenza scrittura/vita come fondamento e giustificazione stessa del narrare. “La scrittura è solo un modo di farsi giustizia da sé”, dice il collega scrittore durante la presentazione del libro. Ma se questo è il presupposto, è ancora possibile una narrativa non autobiografica?

Non è il primo né l’ultimo interrogativo che ci si pone avanzando nella lettura. Innanzitutto: perché Londra? “Qui la gente non si sentiva sempre in dovere di spiegare se stessa: la città era un’interfaccia decifrabile, una sorta di lessico del comportamento umano che svolgeva metà del compito di decodificazione del mistero di sé, così che si poteva comunicare in modo efficace con una sorta di stenografia”.

Nella sequenza di incontri casuali che costellano il faticoso processo di insediamento in una nuova realtà urbana e umana, alcuni temi emergono come dominanti: primo tra tutti un certo fatalismo, calato in contesto con sfumature diverse: “Solo quando la volontà si è esaurita, la maggioranza delle persone riconosce il verdetto del destino” (in riferimento alla ricerca della casa); “qualunque cosa vogliamo pensare di noi stessi, non siamo che il risultato di come gli altri ci hanno trattato” (nell’oracolo dell’astrologa).

Quello di fato è un concetto che sposa bene il mutamento, evocato, desiderato e allo stesso tempo temuto: “ritrovarsi altrove e accorgersi di avere nel frattempo perduto se stessi”, pur nella consapevolezza che “forse il declino iniziava quando la gente cercava di mantenere immutate le cose“, così come “forse il futuro può attecchire solo sulle nostre ferite”. “Forse, ho detto, non è mai chiaro cosa si debba salvare e cosa distruggere”.

Sfilata di personaggi, abbiamo detto, e quindi concatenazione di riflessioni: un processo linguistico che prende la forma sintattica di una sequenza ininterrotta di ipotetiche. Il cambiamento introduce così una riflessione sul rapporto tra sé e gli altri come specchio del binomio destino-libero arbitrio. “La libertà, avevo detto io, è una casa dove, una volta che te ne vai, non puoi tornare”. Ma da qui all’eterno conflitto tra bisogno e desiderio il passo è breve.

La morale, insita anche nella scelta del titolo nonché nella struttura della trilogia e metaforizzata in queste pagine con la breve incursione nell’effimero mondo della moda, è che niente è definitivo, tutto può essere ridefinito.

A dimostrarlo è la stessa narratrice che, sul finire di quello che a tratti si presenta come un saggio psicologico, compie una vera rivoluzione interiore, sancita da un brutale ribaltamento di prospettive: dal vivere come semplice “atto di lettura”, al desiderio di riprendere il potere e sottrarlo a mani estranee, perché “ciò che io chiamavo fato non era che il riverbero della loro volontà”.

Cioè che rende Cusk una delle autrici più interessanti del panorama letterario contemporaneo è che, nella sua opera, questo scardinamento delle presunte certezze trascende il contenuto partendo proprio dalla forma. In un’intervista a Rivista Studio, l’autrice dichiara: “Volevo descrivere come a un certo punto diventi incredibilmente difficile distinguere l’identità dalla forma, o l’essenza di qualcuno dalle forme nelle quali ha vissuto […] Scrivere per me è un processo estremamente tecnico. Ho cercato di identificare i momenti della frase in cui veniva fuori l’elemento preordinato e l’ho tolto”.

Sul numero de La lettura uscito sabato 9 marzo Alessandra Sarchi parla della scrittura di Cusk come di “un modo per venire a patti con il male del mondo“. In questo percorso, però, si sancisce la morte della tecnica narrativa basilare dello “show, don’t tell”. Cusk rivendica la centralità della parola, la scrittura come medium del linguaggio – che è allo stesso tempo un’arma potentissima per “arrivare a controllare la storia anziché esserne controllato” e, allo stesso tempo, per impossessarsi dei “pensieri nella testa di un altro”.

Al termine di questo transito, Cusk ci lascia con l’immagine vitale per eccellenza delle placche tettoniche che, sotto la superficie apparentemente immobile delle cose, scuotono le profondità. Per sapere a cosa porterà questo processo silenzioso e inesorabile non ci resta che aspettare l’ultimo volume della trilogia.

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