Se fosse possibile diventare immortali, quale sarebbe la qualità della vita? Se lo domanda Rachel Heng in "Suicide Club". Nel romanzo, ambientato in un futuro non ben definito, in una New York abitata da centenari che dimostrano trent’anni, l’autrice immagina una società divisa in base al patrimonio genetico. Il libro, non senza ironia, disegna un mondo in cui le ossessioni contemporanee per giovinezza e salute vengono portate agli estremi. E in cui la tecnologia e l’innovazione permettono di modificare il corpo umano per supportare il desiderio di immortalità della società... - L'approfondimento

Se fosse possibile diventare immortali, quale sarebbe la qualità della vita? Se lo domanda Rachel Heng in Suicide Club (Nord, traduzione di Francesco Graziosi).

Nel romanzo, ambientato in un futuro non bene definito, in una New York abitata da centenari che dimostrano trent’anni, l’autrice immagina una società divisa in base al patrimonio genetico. Gli Aspiranti potrebbero vivere per sempre: a patto di seguire regole alimentari che escludono alcolici, carne e carboidrati, fare esercizio e dedicarsi ad attività che non facciano salire i livelli di cortisolo nel sangue.

Tra di loro c’è anche Lea. Grazie alla sua meticolosa osservanza delle regole e a periodici controlli medici è in lista per diventare una delle prime immortali. Finché un giorno non rivede il padre, di cui ha perso le tracce da ormai ottant’anni, e per raggiungerlo attraversa la strada senza guardare.

Colpita da un’auto in corsa, viene presa per una suicida e sottoposta a un periodo di osservazione che potrebbe infrangere il suo desiderio di immortalità.

Chiunque si voglia togliere la vita, infatti, è visto come un pericolo dal Governo americano. Allo stesso modo, anche chi non segue le rigide norme alimentari e di comportamento viene etichettato come Empio e privato dei benefici statali, tra cui i trattamenti per contrastare l’invecchiamento.

A causa della sua nuova condizione Lea conosce un modo di vivere che non avrebbe mai immaginato: persone che mangiano carne, partecipano a feste in cui si ascolta musica dal vivo. E che desiderano porre fine alla loro vita. Sono i membri del Suicide Club, un gruppo di ribelli con contatti anche tra le famiglie più altolocate, che vuole poter vivere – e soprattutto morire – alle proprie condizioni.

Suicide Club, non senza ironia, disegna un mondo in cui le ossessioni contemporanee per giovinezza e salute vengono portate agli estremi. E in cui la tecnologia e l’innovazione permettono di modificare il corpo umano per supportare il desiderio di immortalità della società.

Gli organi, infatti, vengono sostituiti come pezzi di ricambio di un’automobile, la pelle cambiata con la Pelle di diamante, che resiste anche a una caduta dall’ottavo piano di un palazzo. Ma i rischi per chi si sottopone ai trattamenti non mancano: a ogni avanzamento tecnologico seguono anche possibili “sfasamenti”, come corpi che cedono sotto il peso degli anni, ma non possono spegnersi per via di cuori giovani, che continuano imperterriti a pompare sangue.

L’immortalità e l’eterna giovinezza diventano un dovere morale per tutti coloro che hanno il pool genetico adatto. I sub-100, ossia coloro che non sono destinati alla giovinezza perpetua, sono tagliati fuori, vivono nelle periferie delle città e svolgono i lavori più umili.

Alla base di questa divisione c’è un’iniquità sociale che riflette la situazione attuale: la divisione economica della popolazione: da un lato i ricchi, a cui è permesso accedere ai servizi più innovativi, e quindi ad aspirare a un’alta qualità di vita, dall’altro i meno fortunati, a cui è preclusa qualsiasi ascesa. Un tema affrontato anche in altri romanzi distopici, come Il libro di Joan di Lidia Yuknavitch (Einaudi, traduzione di Laura Noulian).

Ovviamente, dietro a questa situazione c’è uno stato che mira all’egemonia. Come racconta una donna a Lea, il Suicide Club è malvisto perché, “nonostante tutte le nuove misure, la popolazione continuava a calare. Non potevano tollerare gente che improvvisamente decideva di non voler più vivere per sempre. Sarebbe stato disastroso, la fine del dominio globale americano”.

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