La rivista letteraria "Freeman’s" è arrivata al suo secondo numero, dal titolo “Potere”, tema di cui vengono analizzati e raccontati tutti i possibili significati. Tra le firme presenti si alternano nomi di scrittori esordienti a quelli di autori celebrati in tutto il mondo, come Margaret Atwood, Etgar Keret e Aleksandar Hemon…

La rivista letteraria Freeman’s (edita in Italia dalla casa editrice Black Coffee) è arrivata al suo secondo numero. Dopo il primo, Scrittori dal futuro, il titolo di questo nuovo magazine (tradotto da D. Abeni, M. Bonatto, M. Calvaresi, M. A. Galasso, U. Manuini, F. Pellas e L. Taiuti) è Potere.

Come spiega nell’introduzione il fondatore, John Freeman, critico ed ex direttore della rivista Granta, è fondamentale occuparsi di un argomento così importante nel periodo storico che stiamo attraversando: “Perché viviamo davvero in un’epoca di corse al potere e di sadismo economico, il che equivale a dire violenza. Un’epoca dove chi ha più potere prende delle decisioni meschine”.

Eppure il tema non è declinato soltanto da un punto di vista politico, ma ne vengono analizzati e raccontati tutti i possibili significati: “Bisogna capire che nella vita esistono molti altri vettori di potere, come ad esempio la generosità, o la volontà di portare avanti il lavoro altrui, ed è esattamente in questa interpretazione più ampia di che cosa sia il potere (visto non solo come possesso o dominio) che risiede la nostra salvezza”.

Freeman's black coffe

Che sia tra marito e moglie, soldato e civile, osservatore e osservato, una cosa è certa: il potere non ha mai smesso di esercitare il suo fascino sull’essere umano, ed è per questo che il secondo numero dell’edizione italiana di Freeman’s si interroga su come operi nel mondo odierno. 

Accostando l’opera di scrittori esordienti, quali Nicole Im, Jaime Cortez e Nimmi Gowrinathan, a quella di autori celebrati in tutto il mondo come Margaret Atwood, Etgar Keret e Aleksandar Hemon, Freeman’s – Potere scava nel cuore della questione, sfidando il lettore a rivedere i propri assunti e considerare nuove sfumature di complessità.

Oltre ai nomi già citati, tra le firme presenti nella rivista compiono Julia Alvarez, Tahmima Anam, Eula Biss, Lan Samantha Chang, Jenni Fagan, Aminatta Forna, Patrick Hilsman,  Eka Kurniawan, Deborah Landau, Barry Lopez, Édouard Louis, David Mitchell, Kanako.

Per gentile concessione dell’editore, su ilLibraio.it un racconto dalla rivista:

LE STRADE DELLA FURIA di Etgar Keret

Quando avevo dodici anni mio fratello più grande mi portò a vedere un film che parlava di pugili. Si intitolava Le strade della furia, o I vicoli della rabbia, qualcosa del genere. Parlava di un ragazzo mingherlino cresciuto in un quartiere difficile, che si dà alla boxe per pagare il debito di gioco contratto dal padre ubriacone con la criminalità organizzata. E il modo in cui combatteva… avreste dovuto vederlo, per crederci. Si buttava addosso a quelli che salivano sul ring per affrontarlo con una furia tale che i malcapitati non capivano neanche da dove arrivavano i colpi. Era per quello che il film si chiamava così, Viali di collera o Le strade della vendetta, o qualcosa del genere.

Una settimana dopo essere stato al cinema presi un autobus per Giaffa e mi recai in una palestra che avevo trovato sulle pagine gialle, gestita da un vecchio polacco che sosteneva di essere stato campione del mondo. Non lo dissi a nessuno. Ma avevo già un piano. Mi sarei allenato in segreto ogni giorno in quella palestra, e una volta diventato bravo sarei stato in grado di reagire alle angherie dei bulletti del quartiere. Se avessero tentato qualche scherzo, bam!, mi sarei scagliato su di loro con furia cieca, come il ragazzo del film, riducendoli in poltiglia a suon di cazzotti sotto gli sguardi ammirati delle ragazze.

Era un piano perfetto, peccato che l’allenatore si rifiutò di iscrivermi. «La boxe non fa per te,» mi disse «sei un ragazzino felice, vai a giocare a calcio». Gli dissi che doveva insegnarmi, che il pugilato era la mia vita, che potevo anche sembrare felice e normale ma in realtà ero pieno di rabbia e mi serviva soltanto una possibilità. Mi guardò a lungo senza aprire bocca, poi prese un paio di guantoni neri dal suo armadietto di ferro. Me li infilò e mi fece salire sul ring, dove aggredii tutti i cattivi del film facendoli a brandelli. Nel frattempo l’allenatore uscì un attimo dalla palestra e tornò insieme a un ragazzetto pelle e ossa dall’aria vagamente araba.

«Tu e lui» mi disse il campione del mondo polacco. «Senza regole, senza campana, tre minuti». Ero felicissimo che credesse in me e che non solo mi facesse combattere alla prima lezione, ma addirittura contro un ragazzino ancora più magro e minuto di me.

Mentre me ne stavo lì a pianificare le mosse del mio attacco micidiale, sentii qualcosa di duro e liscio colpirmi la mascella. Mi ritrovai a terra. Sul lato sinistro del viso scorreva un liquido caldo. Prima che riuscissi a capire cosa stesse accadendo, me lo ritrovai sopra, mi mordeva la spalla come una specie di ratto. Più che farmi male – e mi faceva male, credetemi – mi metteva una fifa del diavolo. Cominciai a piangere e strillare, ma lui non si fermava. Dopo qualche secondo il campione del mondo polacco salì sul ring a dividerci. «È solo la tua prima lezione» mi disse, mentre mi disinfettava la ferita. «Torna domani, e ti insegnerò le basi». Ma sapeva benissimo che non sarei tornato, si capiva dal tono di voce.

Un anno più tardi uscì al cinema Viali di furia 2, o Le strade dell’ira 2, o come accidenti si intitolava. Stavolta l’eroe era cresciuto e trovava un altro ragazzino, rimasto orfano dopo che uno spacciatore gli aveva ammazzato i genitori, a cui insegnava a tirare di boxe. Vedere quell’orfanello spaccare la faccia a un pel di carota durante un allenamento mi fece provare un po’ di tristezza al pensiero che i miei non fossero stati ammazzati quando ero piccolo, o  che non si fossero neanche mai ubriacati sfogandosi su di me. Qualcosa, qualsiasi cosa, così almeno avrei avuto un po’ di rabbia anch’io.

(Continua in libreria…)

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