“Una sberla ogni tanto non fa male a nessuno!”. “Quando da piccolo mi comportavo male, mio papà mi mollava un bel ceffone e guarda come sono cresciuto bene!”. Quante volte si sentono ripetere frasi così? Capita anche a Enrico Galiano, insegnante e autore, molto critico verso questi metodi. Dalla sua, ora, anche uno studio scientifico. Su ilLibraio.it lo scrittore, che conosce bene gli adolescenti, riflette: "La sberla non solo non fa smettere i ragazzi di comportarsi male, ma li induce a fare di peggio..."

“Una sberla ogni tanto non fa male a nessuno!”

“Quando da piccolo mi comportavo male, mio papà mi mollava un bel ceffone e guarda come sono cresciuto bene!”

“Due sberle ben assestate al momento giusto possono solo fare bene!”

Credo che chiunque abbia sentito una di queste tre frasi almeno una volta nella vita: sono seconde soltanto a “Non c’è più la mezza stagione” e “Certo che Gianni Morandi non invecchia mai!”.

Ci sono luoghi comuni che sono saggezza popolare cristallizzata, buona per ogni occasione in cui la conversazione langue (“Non è tanto il caldo, è più l’umidità!”), ma ce ne sono tanti altri che sono idiozia pura. Questa, quella che le sberle possano essere un ottimo sistema educativo, appartiene alla seconda categoria.

E finalmente è la scienza a confermarlo, non solo l’idea di noi poveri insegnanti buonisti! Lo dice l’Accademia Americana dei Pediatri, alla fine di uno studio psiconeurologico durato ben vent’anni: qualsiasi forma di violenza, verbale o fisica, danneggia il cervello dei bambini e “aumenta il rischio di esiti negativi comportamentali, cognitivi, psicosociali ed emotivi”.

Già: quante volte ho avuto a scuola ragazzini che erano figli di genitori fedeli a questa linea educativa: come fosse un’equazione, erano sempre quelli che a scuola si comportavano peggio, e alcuni anche erano quelli palesemente più inclini alla delinquenza. Non sono frasi a caso, è l’esperienza sul campo, e qualsiasi insegnante ve lo potrà confermare.

Lo diceva già un certo Quintiliano nel I secolo a.C.: la violenza non genera paura della violenza, ma alla lunga insensibilità alla violenza e fin da subito astio contro chi la pratica: da cui la tendenza a ripetere, alzando l’asticella della gravità, i comportamenti scorretti. Spesso per pura provocazione o perché è l’unico modo di attirare attenzione, nel caso di ragazzi trascurati.

Tradotto: la sberla non solo non fa smettere i ragazzi di comportarsi male, ma li induce a fare di peggio.

Queste idee apparivano come rivoluzionarie in un mondo in cui le busse erano all’ordine del giorno, eppure la pedagogia moderna ha rispolverato Quintiliano e ha scoperto che aveva proprio ragione lui: la famosa sberla al momento giusto non serve a niente, ed è molto più efficace lavorare sui premi, sugli incentivi, sulle lodi.

E quello che hanno scoperto i pediatri americani in questi giorni va molto oltre Quintiliano: “Sappiamo che il cervello non cresce e si sviluppa più così bene una volta che c’è stata una punizione fisica, al punto che questa può causare problemi di apprendimento, problemi con il vocabolario e la memoria, così come un comportamento aggressivo”.

E anche: “Tutto ciò che è verbalmente o fisicamente offensivo può cambiare l’architettura del cervello: fondamentalmente, si tratta di eventi avversi dell’infanzia, che possono causare stress tossici che possono portare a problemi di salute e problemi emotivi, quando un bambino raggiunge gli anni preadolescenziale e adolescenziale”.

Per quel che riguarda i fan del “Una volta i nostri genitori ce le davano, e siamo cresciuti bene lo stesso”, sappiano che è come dire: “Una volta non esistevano i seggiolini per auto, e molti bambini sono venuti su bene lo stesso!”. Sì, molti sì, ma molti altri sono morti in incidenti, ed è per questo che adesso sono obbligatori.

Insomma, ora non è più solo un’idea buonista, ma una verità scientifica: una sberla non è mai una lezione. Al massimo, un’umiliazione.

L’AUTORE – Enrico Galiano, insegnante e scrittore molto seguito sui social, da docente ha un motto: «Non ti ascoltano, se tu per primo non li ascolti».

Eppure cadiamo felici (Garzanti), il suo romanzo d’esordio, racconta la storia di una ragazza di nome Gioia che colleziona parole intraducibili e si innamora di Lo che, nascosto dal cappuccio della felpa, gioca da solo a freccette in un bar chiuso. Quando i due giovani si innamorano, Lo sparisce nel nulla e starà a Gioia scoprire cosa è successo…

Il suo secondo romanzo, Tutta la vita che vuoi, vede protagonisti tre adolescenti, che parlano di loro stessi, delle loro paure, delle loro speranze e imparano che per sentirsi vivi c’è solo una cosa da fare: mettersi in gioco, rischiare qualcosa di vero.

Qui tutti gli articoli scritti da Galiano per ilLibraio.it.

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