Matteo Saudino, ideatore del canale Youtube BarbaSophia, nel libro "La filosofia non è una barba" racconta il pensiero di alcuni grandi pensatori della storia, interpretandolo a partire dalle ultime ore della loro vita, poiché "morire è l'atto più filosofico del vivere". - Su ilLibraio.it l'estratto in cui vengono raccontate la morte e il pensiero di Schopenhauer

Natura matrigna, pleurite maligna

«Nessuno si è mai veramente
sentito felice nel presente, a meno
che non fosse ubriaco.»

La morte

Francoforte sul Meno, 21 settembre 1860. Da settimane la pioggia e l’umidità assediavano la città senza tregua. Le strade erano deserte e le case parevano desolati e speranzosi luoghi di preghiera. Solo gli insetti si aggiravano ovunque indisturbati.

Il campanile del Duomo imperiale di San Bartolomeo aveva da poco rintoccato le otto, quando il campanello di casa Schopenhauer suonò vigorosamente due volte. L’anziana signorina Greta Kowalsky, paziente e fidata governante, scese le scale quasi di corsa. Anche il cane si precipitò alla porta, abbaiando e scodinzolando in modo frenetico e festoso. «Chi può essere a quest’ora?» si domandava tra sé e sé la domestica. «Forse il dottor Markus Drier ha deciso di anticipare la sua quotidiana visita pomeridiana.» Così pensando, aprì l’uscio.

«Buongiorno, dottor Drier» disse la signorina Kowalsky con la consueta gentilezza, «a cosa dobbiamo la sua inconsueta visita mattutina? È successo qualcosa? La vedo stanco.»

«Buongiorno. Purtroppo non chiudo occhio praticamente da tre giorni. La situazione in città sta peggiorando. L’influenza e la polmonite divampano come le fiamme dell’inferno e il numero di morti non si conta più. Nei quartieri più poveri e malsani è una vera e propria strage» rispose il medico, visibilmente provato dalle poche ore di sonno. E proseguì: «Il paziente è sveglio? Come ha passato la notte? Ieri pomeriggio la situazione era veramente difficile, ho avuto delle pessime sensazioni».

La governante tossì nervosamente e abbassò lo sguardo. «Le crisi respiratorie sono sempre più violente e i dolori gli impediscono di dormire. Stanotte non ha smesso di lamentarsi e gridare. Poi verso l’alba si è addormentato di colpo e anche io ho sonnecchiato un po’. Povero professore, non sopporto più di vederlo soffrire così. È uno strazio, di cui non si intravede la fine. Dottor Drier, la prego, non è proprio possibile far nulla?»

Il celebre luminare di Francoforte rimase in silenzio per qualche secondo, fissando malinconicamente le scale che portavano alla stanza in cui da quasi un mese giaceva, malato, il geniale filosofo del pessimismo cosmico. Le sue condizioni di salute si erano aggravate, giorno dopo giorno, e la situazione pareva ormai drammaticamente irreversibile. La pleurite acuta aveva spinto Arthur Schopenhauer alle porte della notte più buia, quella senza ritorno.

«Signorina Kowalsky, mi creda, ho fatto tutto quello che la medicina oggi consente di fare. Inizialmente pensavo che saremmo riusciti ad arrestare la malattia, ma poi tutto è precipitato rapidamente: è come se il corpo avesse ceduto di colpo.»

«Non mi sembra vero, dottore» insistette la governante, «solo pochi mesi or sono, il professore era ancora lì a disquisire brillantemente con la sua stretta cerchia di amici.

Sono passati a trovarlo il signor Richard Wagner, il celebre compositore, lo scrittore David Asher e la scultrice Elisabet Ney. Trascorrevano ore e ore a discutere, a disquisire di questo e quello, a smontare e rimontare il mondo… E ora… è tutto finito!»

«La capisco, signorina Kowalsky. Vediamo almeno se riesco a lenire il dolore.» Così parlando, il dottor Drier e la fedele domestica si recarono al primo piano. Salirono la scalinata e silenziosamente entrarono nella camera, ove riposavano le stanche e malate membra del filosofo.

«Professore, è sveglio?» chiese a bassa voce la signorina Kowalsky, scostando le tende per far entrare timidamente un po’ di luce. «Professor Schopenhauer, come sta? Mi sente? Il dottor Drier è passato a visitarla prima del solito quest’oggi. Vuole vedere se sta un po’ meglio.»

Nessuna risposta. Nella stanza regnava il silenzio più assoluto. Il corpo giaceva nel letto immobile come una mummia. Della tosse furiosa nemmeno l’ombra.

«Professore!» gridò questa volta la governante, avvicinandosi al corpo del filosofo e toccandogli in modo energico il braccio, coperto dalle lenzuola di lino e dalle coperte di lana scozzese. «Professore, oh mio Dio, Professore, la prego, parli! Dica qualcosa!»

Il dottor Drier si precipitò al suo capezzale: prima ascoltò il polso e poi, con lo stetoscopio, il cuore. Niente. Tutto taceva: nessuna pulsazione, nessun battito. A quel punto il medico provò, disperatamente, a fare pressione con le mani sul petto del filosofo, ma fu tutto invano. La signorina Greta si inginocchiò a terra e scoppiò in lacrime. Anche il cane si accucciò mestamente ai piedi del letto e iniziò a mugolare.

Il cuore di Schopenhauer si era spento, con garbo e senza clamori, nella solitudine che accompagna il sorgere del nuovo giorno, mentre seppellisce quello appena passato.

Una malattia che distrugge, una morte brusca e solitaria: che cosa ci dicono della vita e del pensiero di Schopenhauer?

La vita e il pensiero

Arthur Schopenhauer (1788-1860) è uno degli indiscussi giganti del pensiero moderno. Per intenderci: un autore XXL. Figlio di un ricco mercante e di una scrittrice, è un intellettuale geniale, una penna brillante e sferzante. Dopo il suicidio del padre, avvenuto nel 1805, decide di abbandonare le attività commerciali e vivere di rendita per dedicarsi completamente agli studi universitari. Si iscrive alla facoltà di Medicina di Gottinga, ma poi, attratto dalle ricerche filosofiche, passa alla facoltà di Filosofia di Berlino, dove diverrà docente egli stesso.

Uomo dal carattere irascibile, testardo, misogino, antisemita, caustico e ironico verso il mondo, ma non verso se stesso, il filosofo originario di Danzica ha elaborato un’originale e radicalmente pessimistica visione della realtà, del mondo e dell’uomo, che mescola armoniosamente elementi dell’Illuminismo, di Platone, del Romanticismo, di Kant e di alcune religioni orientali, come il buddhismo e l’induismo.

Sceneggiatore occulto, inconsapevole e senza diritti d’autore, in coppia con il sommo Platone, di cult movie come Matrix e The Truman Show, Schopenhauer è uno dei grandi maestri del sospetto: il teorico della realtà come illusione e menzogna, nonché l’influencer ombra di Nietzsche e Freud. La sua caparbietà non aveva confini. Cresciuto in un’Europa e in una Germania a indiscussa egemonia filosofica hegeliana, Schopenhauer, convinto e furioso avversario di Hegel, da lui definito «il grande ciarlatano», fissava gli orari dei suoi corsi all’Università di Berlino sempre in concomitanza (nello stesso giorno e nelle stesse ore) con quelli del grande guru dell’idealismo: una sorta di «sfida all’O.K. Corral» della filosofia, rigorosamente all’ultima pallottola. Ma poiché, come ci ricorda il mai troppo compianto filosofo degli spaghetti western, Sergio Leone, quando un uomo con la pistola incontra un uomo con il fucile, quello con la pistola è un uomo morto, le lezioni di Schopenhauer andavano completamente deserte. Nulla poteva, infatti, il pessimismo filosofico (la pistola) contro uno Spirito del Tempo contrassegnato da una cieca fiducia nel progresso, nella storia e nella Ragione (il fucile). Il trionfo della ragione borghese aveva trovato in Hegel il suo inarrivabile profeta, e in Schopenhauer il suo apparentemente patetico e solitario oppositore. E fu così che il filosofo del pessimismo dovette alzare bandiera bianca e sospendere i suoi corsi.

Ma i giochi non erano del tutto chiusi. Infatti, la Storia non si dispiega in modo lineare e armonioso, bensì dialettico, come ci insegna lo stesso caro e vecchio Hegel. Ecco dunque che, negli anni Cinquanta dell’Ottocento, con il fallimento delle rivoluzioni del 1848 e la prima crisi economica capitalista di sovra-produzione, a Schopenhauer si offre una inaspettata e gustosa rivincita. Finalmente anche per il filosofo di Danzica si aprono le tante agognate porte del successo: infatti, nel momentaneo e repentino riflusso degli entusiasmi borghesi, la sua filosofia critica e pessimistica sa meglio intercettare gli umori del tempo, rispetto all’ottimismo degli hegeliani e dei positivisti. La luce della razionalità lascia il posto alla penombra del sospetto e del nichilismo: le opere filosofiche, letterarie e teatrali di Schopenhauer ottengono notorietà e successo di critica, e sono particolarmente apprezzate proprio dalla borghesia cittadina.

Le iniziali frustrazioni accademiche avevano però indotto Schopenhauer a condurre una vita sempre più solitaria, figlia di una totale mancanza di fiducia nelle relazioni umane, a suo avviso fondate, per natura, sull’egoismo e sul cinismo. Era un uomo maniacale, abitudinario, che cenava sempre alla stessa ora, nello stesso posto e mangiando possibilmente le stesse cose. Alla compagnia degli uomini, dunque, il filosofo preferiva di gran lunga quella degli animali, in particolar modo dei cani, come il suo amato barboncino, a cui aveva dato il nome Atma (letteralmente: anima del mondo), che rimproverava con l’epiteto di «umano» e con il quale trascorse molti anni della vita.

La sua avversione per il genere umano superava poi ogni limite in fatto di donne, considerate creature sciocche, vacue, inaffidabili, irrazionali e dalla lingua biforcuta. La sua irrefrenabile misoginia toccò l’acme la volta in cui il filosofo gettò giù dalle scale un’anziana vicina di casa, in seguito a un’accesa discussione avvenuta sul pianerottolo. Cosa aveva commesso di tanto grave la sventurata dirimpettaia per meritare una reazione così violenta? Semplicemente, durante le pulizie domestiche, aveva fatto troppo rumore, disturbando così il meritato riposino pomeridiano del filosofo. Nonostante poi, al processo, alcuni testimoni, suoi ammiratori, avessero dichiarato che la donna era caduta accidentalmente da sola, Schopenhauer fu ritenuto colpevole di aver causato gravi lesioni alla signora e condannato a pagarle un vitalizio ventennale.

Per riprendere allora la nostra domanda: come possiamo collocare la morte di Schopenhauer rispetto alla sua vita e alla sua filosofia?

Guardando al suo pessimismo cosmico e storico, morire di pleurite può essere quasi considerato un manifesto simbolico del suo pensiero: rientra nel normale corso di una natura poco madre e molto matrigna, nel divenire di un cosmo in cui tutto è dolore e sofferenza. Ed è proprio tale visione disincantata del mondo e dell’umano vivere, profondamente condivisa con Giacomo Leopardi, che rende Arthur Schopenhauer uno dei pensatori più amati di sempre. Non vi è, infatti, epoca storica o generazione in cui gli uomini non possano ritrovare nel pensiero schopenhaueriano, così come nella poetica leopardiana, una chiave di lettura e di interpretazione delle miserie del presente in cui vivono e in cui si sentono spesso infelici.

Per Schopenhauer, il mondo come lo vediamo noi uomini altro non è che una rappresentazione. Il nostro intelletto kantianamente ordina e sistema i dati delle intuizioni secondo le categorie dello spazio, del tempo e della causalità, e coglie i nessi tra gli oggetti. Ma l’intelletto non ci porta oltre il mondo sensibile. Il mondo come rappresentazione è, dunque, solo fenomeno: illusione, apparenza che copre il volto delle cose. E se vogliamo cogliere la nostra essenza di uomini, e ci immergiamo nel profondo di noi stessi, spogliandoci di tutti gli orpelli e le forzature razionali, scopriamo di essere «essenzialmente» volontà: l’essenza del nostro essere è Volontà di Vivere (Voluntas). Una volontà che non aspira ad altro che all’autoconservazione e al godimento, a qualunque costo. I fenomeni sono molteplici, la Volontà di Vivere invece è unica. Ed è assoluta, cieca, eterna, egoista e senza scopo.

Guardando oltre l’apparenza, ovvero squarciando il velo di Maya – divinità induista che simboleggia l’inganno e l’illusione di ciò che appare – scopriamo dunque con Schopenhauer una triste e amara verità: dietro ogni illusoria visione di una realtà razionale, buona e ordinata, si cela un irriducibile appetito, che fa dell’uomo un animale desiderante, e del mondo un luogo di scontro tra tante fameliche, piccole «volontà di vivere». Ma poiché, per un desiderio che si realizza, innumerevoli altri restano irrealizzati e irrealizzabili, la natura umana è destinata allo scacco matto dell’infelicità.

La vita dell’uomo, per Schopenhauer, è un pendolo che costantemente oscilla, senza possibilità di scampo, tra il dolore e la noia, passando fugacemente per attimi di gioia.

L’uomo è di fatto imprigionato tra un dolore angosciante per i continui desideri irrealizzati, e una noia nauseante, generata da quei pochi che si sono concretizzati, ma che subito hanno lasciato spazio a nuovi e ancor più irraggiungibili appetiti.

L’essenza degli esseri viventi è desiderare, al fine di realizzare l’intima essenza della Volontà di Vivere assoluta, di cui il mondo e l’uomo sono una rappresentazione. Il grande regista-sceneggiatore dell’essere del cosmo è una Volontà egoista, che «vuole per volere» e «desidera per desiderare» e gli uomini sono i tristi attori di questo immodificabile copione. Si prenda ad esempio l’amore, il sentimento più esaltato da poeti come Dante o filosofi come Platone. Secondo Schopenhauer, esso non è altro che inganno elevato alla massima potenza. L’amore è uno strumento nelle mani della Volontà di Vivere, che lo usa per perpetuare la propria essenza desiderante, portando avanti la riproduzione della specie. Dietro le dolci parole d’amore si cela il desiderio della sessualità, del godimento e della procreazione. Il filosofo arriva ad azzardare che, se Beatrice avesse accettato le lusinghe di Dante e si fosse concessa ai piaceri della carne, il sommo poeta non sarebbe stato così sommo e non avrebbe scritto tutte quelle auliche odi e quei soavi versi in suo onore, poiché ampiamente soddisfatto dai piaceri erotici consumati.

Tale radicale pessimismo ci conduce a una domanda ineludibile: se tutto è dolore e sofferenza, perché continuare a vivere? Perché lo stesso Schopenhauer non si è tolto la vita e ha atteso di morire di morte naturale? Il teorico del pessimismo occidentale affronta espressamente questo tema. Il suicidio, per lui, lungi dall’essere una via di liberazione dal dolore, va rifiutato nel modo più assoluto, in quanto al contempo inutile e dannoso. Inutile, perché se un singolo individuo si uccide, questo elimina soltanto la sua piccola volontà di vivere, in un mondo che rimane dominato da innumerevoli altri egoismi ciechi e violenti. Dannoso, perché chi si suicida lo fa proprio in quanto non riesce a trovare senso, motivazioni e soddisfazioni nel vivere, e tale gesto finisce per essere la massima manifestazione di potenza di quella Volontà di Vivere, che ci sospinge a desiderare con ardore ciò che immancabilmente ci sfugge. Togliersi la vita è un gridare al cielo: «Vorrei vivere ma non ne sono capace».

Annullare tutto ciò che porta dolore sarà, dunque, la strada indicata da Schopenhauer per liberarsi dalle catene del desiderio.

In tale prospettiva, ogni forma di ottimismo è un’illusione ingenua e sciocca: una lente deformante, utile e indispensabile solo per sopportare la durezza e il nonsenso della realtà. Tra le letture ottimistiche dell’essere il filosofo individua quella cosmica, quella antropologica e quello storica, e le analizza.

L’ottimismo cosmico, ovvero la convinzione che il mondo sia governato da una giusta causa ordinatrice, è, secondo Schopenhauer, una delle più ataviche e consolatorie tra le menzogne che gli uomini si raccontano e a cui decidono di credere: il mondo per il filosofo tedesco, infatti, è irriducibilmente ateo e non vi è nessuna provvidenza manzoniana o ragione hegeliana a guidare il divenire degli avvenimenti, i quali sono determinati solo dalla caotica e cieca Volontà di Vivere. Il cosmo non ha un fine logico, divino o razionale, ed è, parafrasando Shakespeare, come se fosse il prodotto del grido distorto di un dio folle che crea per creare, senza alcuno scopo ultimo.

L’ottimismo antropologico, invece, è per Schopenhauer la più consolatrice delle illusioni: esso si fonda sulla rassicurante convinzione, sostenuta nel tempo da pensatori antichi come Aristotele o moderni come Locke, che gli uomini siano socievoli e portati alla collaborazione per natura. Schopenhauer, al contrario, ripropone ed estremizza la visione antropologica pessimista e negativa di Thomas Hobbes, il teorico dell’assolutismo politico, secondo cui ogni uomo per natura è voracemente lupo degli altri uomini (homo homini lupus est, recuperando Plauto). Il mondo è dunque un inferno di egoismi: secondo Schopenhauer, ciò spiega anche perché Dante sia riuscito a descrivere in modo così pregnante e affascinante l’Inferno e in modo aleatorio e meno coinvolgente il Paradiso. Per la prima Cantica, il poeta fiorentino non ha dovuto far altro che aprire la finestra sul mondo e osservare le quotidiane violenze e sopraffazioni, mentre per la terza Cantica ha dovuto allontanarsi dalla realtà e volare con le imprecise ali della ragione fantastica. L’emblema della condizione egoistica dell’uomo è la formica rossa gigante australiana, la quale, se tagliata in due, dà vita a una lacerante lotta tra la parte del capo e la parte della coda: e tale conflitto continua sino alla inevitabile la morte di entrambe le parti. Ecco l’amaro destino degli uomini: essere immersi in una guerra permanente, gli uni contro gli altri, per la sopravvivenza e per la prevaricazione.

L’ottimismo storico, infine, è quello al contempo più perfido e subdolo: per il filosofo di Danzica, esso si fonda sull’idea che la storia sia in continuo progresso, che il divenire degli eventi nel mondo sia guidato dalla provvidenza divina (cristianesimo), dalla ragione universale (idealismo), dalle scienze (Illuminismo e positivismo), o dalla lotta per la giustizia (marxismo). Tale visione progressista colloca infatti la vita degli uomini in un divenire, caratterizzato dalla fiducia in un presente e in un futuro fatti di libertà e benessere crescenti. La storia, invece, per Schopenhauer, è il drammatico ripetersi della stessa immane tragedia. La storia è il reiterarsi di guerre, soprusi, violenze, cinismo, egoismo e prevaricazione dei pochi sui molti. Cambia la scenografia, cambiano gli attori, ma il copione da recitare, scritto rigorosamente dalla cieca ed egoistica Volontà di Vivere, è sempre e desolatamente lo stesso: sofferenza, dolore e morte.

Ma se non esiste un’alternativa positiva, cosa possono fare gli uomini? L’uomo può liberarsi dalla prigionia della Volontà di Vivere, oppure è destinato all’ineludibile schiavitù del triangolo desiderio-dolore-noia?

Secondo Schopenhauer, la strada da percorrere è quella di annullare Volontà di Vivere. L’uomo deve liberarsi dal terribile gioco della Voluntas andando in direzione opposta: diventando un convinto seguace della Noluntas, ovvero la rinuncia alla Volontà di Vivere e ai suoi inesauribili desideri. Per liberarsi dal dolore di un universo in cui tutto soffre, il pensatore tedesco volge lo sguardo verso le filosofie orientali, quali buddhismo, induismo e confucianesimo. Le vie che individua, da intraprendere con coraggio e abnegazione, sono tre: arte, bene e ascesi.

L’arte è il primo sentiero da percorrere, in quanto contemplazione disinteressata del mondo. Il poeta e il musicista, in particolar modo, sono in grado di cogliere le forme pure e ideali del mondo, prendendo così le distanze dall’egoismo e dal desiderio. Il concetto di artista in Schopenhauer è pienamente ottocentesco, simile a quello dei romantici e lontano anni luce dall’idea di artista tipica dell’industria culturale del capitalismo novecentesco, la cui produzione si colloca all’interno di logiche di mercato, merci e profitto. Declinata all’oggi, la sua indicazione può somigliare al nostro leggere un bel libro, ascoltare buona musica o vedere un film di qualità: un ottimo metodo per prendere le distanze dalle violenze e dalle brutture del mondo.

La seconda via di liberazione dal dolore è rappresentata dal bene, inteso da Schopenhauer come sentimento disinteressato e gratuito, ovvero come pietas e agape. La pietas è una forma di amore elevata, in quanto si fonda sul compatire, ovvero sul prendersi cura dell’altro («avrò cura di te», come dice il cantautore-filosofo Francesco Battiato) e sul condividere profondamente le gioie e i dolori. L’agape è il voler bene all’altro in modo autenticamente disinteressato: il voler bene fine a se stesso.

La terza via è l’ascesi, ovvero il lungo percorso che porta al nirvana, concetto di derivazione buddhista che consiste nell’annullamento di ogni sensazione, dunque anche del dolore. Per Schopenhauer, il cammino verso un profondo e imperturbabile equilibrio dell’anima (atarassia) passa attraverso un faticoso percorso di annullamento della Volontà di Vivere, fatto di digiuno, castità e rinuncia a ogni sorta di piacere e godimento. Il punto di arrivo di tale cammino ascetico è appunto il nirvana, che il filosofo tedesco individua come la condizione finale di «equilibrio sul nulla», come il trionfo della Noluntas.

Secondo Schopenhauer, dunque, l’unico modo per uscire da un mondo in cui tutto lacrima dolore è provare a sconfiggere la pulsione desiderante che permea la natura, e che rende gli uomini schiavi e competitivi. Annullare, da vivi, la Volontà di Vivere che governa brutalmente il mondo significa provare a essere autenticamente liberi…

La morte, invece, altro non rappresenta che un momento del divenire egoistico di un cosmo, in cui nulla ha un senso ultimo. Un mondo in cui tutto è figlio di un dolore cieco e gratuito, che sia una guerra tra Stati, un terremoto o una pleurite acuta.

(Continua in libreria…)

L’AUTORE E L’OPERA – Matteo Saudino, laureato in Filosofia all’Università di Torino, è professore di Storia e Filosofia al liceo Giordano Bruno della stessa città. Proprio dal suo lavoro di professore è nato BarbaSophia, canale Youtube con quasi ottanta mila iscritti, in cui porta le lezioni al di fuori delle mura scolastiche.

Un giorno Saudino, per non far perdere la spiegazione agli studenti che partecipavano alle Olimpiadi della matematica, decise di registrare la sua lezione. Da qui lo spunto per la creazione del canale Youtube, che è sfociato anche su un profilo Instagram (più di quindici mila followers), in un podcast su Spotify, e ora nel suo libro La filosofia non è una barba (Vallardi).

Saudino, riconoscibile ai suoi ascoltatori anche per le scelte originali in fatto di t-shirt, collabora anche nella formazione degli insegnanti, partecipa come relatore a festival e convegni di filosofia ed è formatore per enti pubblici e privati su temi quali diritti umani e cittadinanza attiva.

Prima di La filosofia non è una barba, Saudino ha scritto manuali scolastici per Paravia e ha pubblicato la raccolta poetica Fragili mutanti (2012) e Il prof fannullone (2017), libro scritto con Chiara Foà, in cui i due professori raccontano con ironia la loro esperienza nel mondo della scuola, cercando di sfatare il mito del “prof fannullone”.

Il suo ultimo libro, la La filosofia non è una barba, ci porta alla scoperta della vita e del pensiero di quindici celebri filosofi, i quali, tramite le loro teorie, hanno dato forma alla storia del pensiero occidentale. Come? A partire dal racconto della loro morte.

“La morte” dice Saudino “è l’atto più filosofico del vivere”, soprattutto se si intende la vita e il filosofare proprio come una preparazione a essa.

Questo libro, che mescola il racconto al saggio, porta alla scoperta di morti insolite, come quella di Eraclito, morto sepolto vivo sotto il letame, o alla riscoperta delle fini più celebri, come la condanna all’avvelenamento per cicuta inflitta a Socrate.

I racconti delle ultime ore dei filosofi, reinterpretati con verosimiglianza, preludono e diventano chiave interpretativa del pensiero di questi filosofi, poi spiegato con la chiarezza che ha reso celebre il professore su Youtube.

matteo saudino

 

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