Alla scoperta di "Skam", teen drama norvegese recentemente adattato in Italia. Sfrutta Instagram, Facebook e Whatsapp, e non è una semplice serie tv, ma un vero e proprio fenomeno crossmediale, un esempio di narrazione che cerca di fotografare e raccontare la realtà degli adolescenti

Inserire in una narrazione sesso, droga, alcol e adolescenti è un modo efficace per catturare subito l’attenzione dello spettatore. Ma non è questo che ha reso Skam (traduzione dal norvegese “vergogna”) una serie di successo, o almeno, non solo.

Skam è un teen drama norvegese di quattro stagioni, creato dalla trentaseienne Julie Andem e distribuito dal servizio pubblico NRK P3 nel settembre 2015. Ogni stagione è narrata dal punto di vista di un personaggio diverso e racconta le giornate di un gruppo di adolescenti di Oslo: il liceo, le feste, i sogni, l’amicizia, l’amore, sfiorando anche temi più complessi come l’omofobia, la xenofobia, i disturbi alimentari e gli abusi.

Il 23 marzo scorso la serie è arrivata in Italia con un adattamento prodotto da Tim Vision. È ambientata a Roma e, proprio come nell’originale norvegese, vede come protagonista Eva, una ragazza di 16 anni, insicura e senza amici, che fa dipendere tutta la sua vita dall’unica relazione che ha, quella con il fidanzato Gio.

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La prima domanda che sorge spontanea è: perché se la serie ha così successo tra il pubblico, in molti non ne hanno mai sentito parlare? Anche questa è stata una scelta “narrativa”, che ha messo ancora più a fuoco i destinatari della serie: gli adolescenti. Com’è accaduto in Norvegia, per il lancio di ogni stagione, i produttori hanno deciso di non affidarsi a comunicazioni “tradizionali”. Le notizie sono apparse sul web e hanno aspettato che i fan le trovassero, confidando nel passaparola.

La serie, infatti, nasce e si sviluppa principalmente su internet. Gli episodi durano circa 20 minuti ed escono una volta a settimana, ma vengono sempre preannunciati da brevi clip postate sul sito ufficiale e sulla pagina Facebook, che svelano alcuni dettagli della puntata integrale. Le clip sono rilasciate in tempo reale, nel senso che i pezzetti di contenuto diventano visibili proprio nel momento in cui gli eventi stanno in teoria accadendo. Per esempio, la clip che mostra Eva, Gio, Elia e Martino durante il pomeriggio di pasquetta, è stata pubblicata esattamente lunedì 2 aprile alle 17.44. Questa modalità di distribuzione ricalca il modo in cui si postano i contenuti sui social: è come se i personaggi della storia vivessero una vita reale, contemporaneamente alla vita di chi li segue.

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Le clip, inoltre, hanno una durata limitata, proprio per incentivare la fruizione istantanea: per permettere ai fan di non perdersele, è possibile essere “aggiunti” al gruppo Whatsapp di Skam, in modo da essere costantemente aggiornati sugli sviluppi della serie.

L’aspetto più interessante di Skam è l’atto di sottrarre il personaggio dal suo stato di finzione per introdurlo a quello di realtà. I personaggi principali della serie, infatti, hanno i loro profili su Facebook o Instagram e vivono come delle persone reali, condividendo foto, scrivendo pensieri e interagendo con il pubblico. Ogni giorno i fan possono seguire i loro personaggi esattamente come seguono sui social i loro amici: vedono scatti che li ritraggono nella loro quotidianità e screenshot delle conversazioni che si scambiano.

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È questo tipo di narrazione che rende Skam non una semplice serie, ma un vero e proprio “fenomeno”: una storia che si espande su diversi canali di comunicazione e sfrutta ogni mezzo per ottenere un unico scopo: sembrare reale.

Simili scelte sono state adottare anche da altri prodotti dell’audiovisivo, come la web series dell’Università Sapienza Branding Love, che prima di debuttare con l’episodio pilota ha lanciato nel web piccoli filmati di presentazione dei personaggi proprio come se fossero delle storie di Instagram, e il film, non ancora uscito nelle sale, Like me back, che ha sfruttato la pagina Facebook per far conoscere in anteprima le tre protagoniste.

In un’epoca in cui c’è una comunicazione diretta, costante, spasmodica, di ogni cosa che ci circonda, forse raccontare semplicemente una storia non è più sufficiente, soprattutto per un pubblico di adolescenti. Su Il Tascabile, recentemente, lo scrittore Fabio Deotto ha riflettuto sul cosiddetto “realismo aumentato”. L’articolo affronta il realismo in letteratura e l’autore mette in luce come nelle opere letterarie contemporanee, molto spesso, si tenda ad ambientare la storia in un passato recente, “bonificato da ogni tecnologia mobile e social, un “passato senza tempo” che è in tutto e per tutto identico al presente, eccezion fatta per Twitter, Google, Facebook e tutte le innovazioni tecnologiche che rendono più difficile raccontare una storia e gestirne i conflitti”. L’analisi di Deotto si focalizza principalmente sulle opere letterarie, ma emerge chiaramente la difficoltà di fotografare la realtà contemporanea, perché in continuo mutamento, tanto che “ogni fotografia che si tenti di scattare rischia di uscire dallo sviluppo già ingiallita”.

Skam, probabilmente, è un esempio di narrazione che cerca di fotografare la realtà: non solo di imitarla, ma anche di riprodurne i meccanismi, slittando dalla categoria delle “serie tv” e collocandosi in una nuova forma di linguaggio crossmediale ancora da esplorare.

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