Lo scrittore Francesco Pecoraro su IlLibraio.it racconta un conturbante viaggio in metropolitana, in cui "non ci si guarda più" e tutti hanno in mano uno smartphone: "Oltre l’amicalità e la convivialità novecentesche, cioè oltre Ivan Illich, c’è un’autentica comunanza di anime, di gente che non si è mai vista se non in foto...". E conclude la sua riflessione così: "La mente connessa nuota nel flusso tiepido e continuo dell’informazione infinita. È stordita, deconcentrata, emozionata, non sempre e non necessariamente instupidita. Il nostro modo di pensare e percepire si sta trasformando, non sappiamo come"

Il senso della rete

Esco di casa e mi accorgo che qualcosa non va. Ma non so cosa. Sento, percepisco una mancanza, uno stato fisico diverso da quello solito. Chiamo l’ascensore e la sensazione continua. Poi realizzo che la tasca destra non è pesante come dovrebbe. Ci infilo una mano e non trovo l’abituale vellutato contatto con la capsula di silicone: Lui non c’è. Torno indietro, riapro la porta, Lui è lì, sul tavolo dove l’ho lasciato in carica. Mi attende. Lo agguanto ed esco di nuovo. Ora tutto è a posto, la tasca destra ha il peso giusto, dentro c’è il mio smartphone.

Tutti in metropolitana hanno il cellulare in mano. Scomparsi i libri, i giornali gratuiti, persino i tablet e i reader si sono fatti più rari. La maggioranza delle presenze umane sul treno ha un giaccone scuro, un cappello di lana, jeans, sneakers e sguardo fisso su smartphone. Oppure cuffie per musica. Pochi quelli al telefono, la voce si usa di meno, solo quando proprio è necessaria. Quindi poche di quelle telefonate a voce alta, di lavoro o di malattie, durante le quali vieni a sapere una quantità sconnessa di informazioni irrilevanti. Talvolta brandelli di conflitti in atto, cose di soldi, problemi amorosi. Talvolta le fasi di fine-vita di un famigliare. Sembra ci prendano gusto a far sapere a tutti un bel po’ di cazzi loro. Ma ormai le telefonate invadenti sono rare.

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Non ci si guarda più, abbiamo quasi smesso di valutarci reciprocamente: non è importante sapere chi nel vagone è bello brutto elegante ricco povero disperato felice, chi ha indosso cosa. I più fissano lo schermo, sorridono allo schermo, lo toccano abilmente usando entrambi i pollici. Ragazze velocissime battono messaggi in continuazione. Concentrate, serene. Ogni tanto leggermente si adombrano, forse non capiscono bene il senso di ciò che leggono, forse manca l’emoticon giusto. Si commenta. Si condivide. Non hai lavoro, devi chiudere l’attività, ti pagano una miseria, a quarant’anni non sopporti più la convivenza con altre persone, aprire il negozio di sigarette elettroniche è stata una cazzata, hai l’IVA da pagare e te la sei mangiata, ma l’essere connesso è una specie di compenso a tutto questo, è oblio ma anche condivisione, consolazione, obliterazione momentanea, conforto.

Se non si comunica, si dà un’occhiata alla posta, si butta nel cestino quella inutile, si riguardano fotografie, si editano con la app giusta, si ritagliano. Il filtro Instagram conferisce a tutte le immagini un’aura simile a quella dei film di Tony Scott. Fico. Si postano in bacheca. Qualcuno nel giro di qualche minuto metterà un Mi piace. Un Sei bellissima! Un Beati voi! Un emoticon sorridente. Se non si va su Facebook, si gioca a Candy Crush o a qualche altro passa-tempo di massa del momento. C’è gente veramente brava, mostri imbattibili. Finito un quantum di connessione digitale, si rimette lo smartphone in tasca. Ma solo per pochi istanti: subito dopo eccolo di nuovo in funzione. Si alzano gli occhi per controllare le fermate. Si digita di nuovo. Tlong, arrivano messaggi WhatsApp. Ancora foto. Scemenze. Porcellate. Sei una gran fica. Me te leccherei tutta come ‘n sorbetto. Lo schermo disinibisce.

Poi arriva la stazione e si scende, ciascuno percependo quel dolce peso in tasca, la sensazione di velluto che dà il silicone e soprattutto con il Senso della Rete nella mente. Questa sì che è un’appartenenza vera: oltre la vile materia del Real-Mondo, oltre l’amicalità e la convivialità novecentesche, cioè oltre Ivan Illich, c’è un’autentica comunanza di anime, di gente che non si è mai vista se non in foto. E però amici come mai se n’è avuti in passato, in un contatto di menti prima che di corpi, un sentire comune, un suggerirsi musica film videogiochi libri pizzerie viaggi (idee, perfino), in un fermento infantilizzato di bisticci, rotture, riappacificazioni e poi altre rotture e così via. Il contatto dei corpi è raro. Eventualmente avverrà più in là, incontri segreti in autogrill, in alberghi del centro Italia: Sei carino, ti facevo più basso.

Esco, piove. L’obelisco si riflette nella pozzanghera. È una foto con-divisibile, Lui, il mio smart, le fa tutte belle. Più tardi a pranzo con un’amica, ogni controversia, ogni data di nascita, ogni cast di film, ogni carriera di politico, insomma ogni dubbio che potrà sorgere nella conversazione verrà immediatamente verificato e sciolto con lo smartphone, per poi essere velocemente dimenticato. La mente connessa non si sofferma più di tanto su niente, ha bisogno di passare ad altro, ha fame di dati, utili o inutili non importa. La mente connessa nuota nel flusso tiepido e continuo dell’informazione infinita. È stordita, deconcentrata, emozionata, non sempre e non necessariamente instupidita. Il nostro modo di pensare e percepire si sta trasformando, non sappiamo come.

*L’autore ha pubblicato il romanzo La vita in tempo di pace (Ponte alle Grazie)

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Presento dunque sono. Su IlLibraio.it un dissacrante intervento dello scrittore Francesco Pecoraro

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