Giornalista e conduttore, autore del saggio "Leggere, cosa e come", Giorgio Zanchini esordisce nella narrativa con il romanzo "Sotto il radioso dominio di Dio", il cui protagonista, Matteo, proviene dalla buona società romana e ha ricevuto un'educazione cattolica, ma sente tutto il peso di un passato familiare ingombrante, che desidera indagare: il suo prozio, padre Tacchi Venturi, era confessore e consigliere di Mussolini... - Su ilLibraio.it un estratto

Giornalista e conduttore romano, classe ’76, Giorgio Zanchini esordisce nel mondo del romanzo con Sotto il radioso dominio di Dio (Marsilio), una narrazione che affonda le proprie radici nella storia italiana attraverso l’indagine del protagonista, Matteo, che cerca risposte sul suo passato e su quello della sua famiglia, soprattutto sulla figura del prozio: padre Tacchi Venturi.

Sotto il radioso dominio di dio giorgio zanchini marsilio

Nato nel 1861, padre Tacchi Venturi era un gesuita vicino a Mussolini prima che questi salisse al potere, e divenne, durante il ventennio, confessore e consigliere del duce in materia ecclesiastica, in veste non ufficiale: prese parte alla negoziazione dei patti Lateranensi e dell’acquisizione, da parte della Chiesa, della biblioteca di Palazzo Chigi; fu una figura influente durante il fascismo e, di conseguenza, rappresenta un antenato non facile con cui fare i conti.

Autore di saggi come Il giornalismo culturale (Carocci, 2013), Leggere, cosa e come (Donzelli, 2016)La radio nella rete (Donzelli, 2017), Zanchini (che su Rai3 conduce Quante storie) costruisce il suo primo romanzo giocando sull’ibridazione di realtà storica e finzione narrativa, scommettendo su un protagonista che proviene dalla buona società romana e sente sulle spalle tutto il peso di quell’eredità: la sua famiglia è cattolica, ha ricevuto una buona educazione, ma percepisce il bisogno di emanciparsi dalla tradizione per comprenderne il significato, intraprendendo un viaggio che lo porterà a indagare un passato che non è soltanto suo, ma la storia di tutto il paese.

Per gentile concessione dell’editore, su ilLibraio.it un estratto dal libro: 

Le scuole non sono ancora cominciate, al centro di piazza delle Vaschette è in corso una partita di calcio tra ragazzi, altri bambini stanno a guardare, altri ancora, a piccolissimi nugoli, giocano ulteriori partitelle; i pochi adulti cercano riparo nelle rade aiuole all’ombra degli alberi.

«Non ti vedo da una vita, ogni tanto mi parlano di te, dicono che sei sempre più balordo.»

«Balordo? Ma dai. Magari. Sono sempre più al piccolo cabotaggio, altro che. Ero molto più ambizioso da ragazzo, ti ricordi? Nelle trasgressioni, nelle ridicole trasgressioni.»

«Ma insomma. Ordine e disciplina, famiglia e istituzioni, Dio e rintocchi.»

«E su, non fare lo scemo, lo sai com’era tutto complicato da me. Hai lavorato con mio zio, conosci quel mondo, io c’ho provato, avevo bisogno di un filtro di presentabilità, dai, è inutile parlarne, sono cose che sappiamo, quante volte ne abbiamo parlato. Come li hai trovati?»

«Chi?»

«I miei familiari, gli amici, no? Dai, poco fa, a casa.»

«Come li ho trovati… Come vuoi che li abbia trovati? È un dolore anche per me, io a tuo zio volevo bene.»

«E mio padre?»

«Non l’ho visto male. Invecchiato, forse… addolorato… Non dev’essere mica facile.»

«Com’era? “La vita è così, su, non strologare…”»

È una frase che conoscono bene, che Matteo pronuncia con un tono privo dell’ironia con cui la dice di solito. Michele accenna un sorriso, sorride all’espressione che si sono scambiati tante volte, in adolescenza, in gioventù; uno dei due doveva averla sentita in un film o letta in un libro, o ascoltata chissà dove, ed era diventata parte del loro lessico, la usavano nei momenti più disparati, dalla fine di una partita di tennis, al dolore, fino al panico vero. Michele conosce bene Matteo, anche se negli ultimi anni l’ha visto di rado, e gli viene da chiedersi come sia cambiato, che vita faccia adesso, che piega abbia preso; conosce e comprende le idee dell’amico sulle cose, sul mondo, ha avuto una formazione aperta e per così dire progressista, e non si sognerebbe di giudicarlo, hanno discusso tante volte sullo scartare, sul saltare fuori, e quando erano ragazzi sul senso delle cose, sul come vivere. Matteo è scappato via abbastanza presto dalla protezione cattolica e il suo affanno deriva anche da questo, è entrato in un bosco e non ne sa nulla, non sa nulla e non capisce nulla, si muove d’istinto, teorizza la casualità dell’istinto, decifra gradualmente le cose e gli esseri che incontra, ma è privo di bussola, cerca di non prendere gli eventi con pesantezza perché crede che sia inutile, che equivalga a sbagliare la vita, e tuttavia ondeggia tra gli stati d’animo e i comportamenti più diversi, dalla ricerca del dionisiaco all’orrore del vivere, dal tentativo di introdurre un po’ di serietà e di impegnarsi all’indifferenza, fino al fatalismo allegro, e gli umori sono veloci come il vento, così si lascia portare.

I due hanno parlato tante volte di queste cose, in adolescenza e in giovinezza – di vivere e morire, delle proprie letture –, eppure a un certo punto della vita, forse crescendo, si smette, e ognuno se le tiene per sé, le tristezze, i mali, l’assurdo. Ma questo è un dialogo che è troppo difficile scrivere: il crinale tra il burrone della retorica e del concettoso e il mare del già detto, del già letto, del già visto è sottilissimo. In questo senso, forse, aiuterebbe di più una regia cinematografica rispetto a una teatrale.

I due peraltro sono molto diversi, lo si diceva poco fa. Michele è stato visitato da questi ovvi pensieri, e ha scelto di affidarsi, di credere che le cose abbiano un senso e che quel senso venga dal Vangelo; è un ottimista, non ha grandi paure e, appunto, si fida della realtà. È simile a Giulia, in questo, però più istintivamente ottimista, vitale. Matteo, invece, è tutt’altro, è figlio e vittima di mille personaggi letterari e cinematografici che l’hanno scollato dal mondo dal quale proviene, spingendolo a voler sapere di più sul nonno e sul prozio, e ciò che ha scoperto l’ha liberato e perduto, e bisognerebbe trovare il modo di non farlo naufragare negli abissi del letterario, di riuscire attraverso le azioni a rendere il suo confuso disincanto.

(Continua in libreria…)

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