Ne "La bambina ovunque" Stefano Sgambati racconta la gravidanza dal punto di vista di un uomo, e scardina ogni tabù e ruolo codificato attorno all’attesa di un figlio - Su ilLibraio.it un estratto

Stefano Sgambati, classe ’80, dopo aver pubblicato un libro di racconti, due saggi narrativi e, nel 2014, il romanzo Gli eroi imperfetti (Minimum Fax), torna in libreria per Mondadori con La bambina ovunque. Un libro in cui, alternando ironia, black humour e picchi di commozione, racconta la gravidanza dal punto di vista di un uomo.

Il protagonista, Stefano, trentacinquenne romano trapiantato a Milano (proprio come l’autore) e sposato con una “biondina conosciuta al Pigneto”, aspetta una figlia. Questa gravidanza è il risultato di un percorso a ostacoli, cominciato con il fortissimo desiderio di maternità della moglie e passato per un’estenuante trafila medica e infine la fecondazione assistita. Tra qualche mese Stefano sarà padre. Vorrebbe “sentire la vita che arriva”, capire i segnali del corpo, essere in uno stato se non interessante almeno degno di nota. Eppure si sente invisibile, inutile, un attore secondario, di cui nessuno si preoccupa

La bambina ovunque

Per gentile concessione della casa editrice su ilLibraio.it proponiamo un estratto:

Ieri sera per poco non me la sono data a gambe. La bambina era in braccio a qualcuno che non ero io e che non era mia moglie e dormiva, non offrendo assolutamente niente di bello o prezioso o unico che non fosse autocostruito, frutto del nostro bisogno di vederlo, eppure tutti i presenti erano conquistati da lei: avrebbe potuto essere morta, ho pensato a un certo punto, tanto poca era la vita che riusciva a esprimere, e noi avremmo potuto semplicemente metterla da qualche parte per poi occuparcene il giorno dopo e nel frattempo insultarci a “Scarabeo”. Invece era viva, e quella piccola vita sembrava già tutto, il Big Bang. Produceva minuscoli movimenti e noi eravamo circondati da amici che volevano vederci, che volevano conoscere queste nuove persone venute al mondo, la figlia, la madre, il padre. Avrei voluto urlare: “Basta! Andate via! Sono le undici di sera e sono sfinito, domani mi devo alzare presto per andare in farmacia a noleggiare un tiralatte: voialtri che avrete da fare?”. È stato allora che qualcosa è cambiato sullo schermo della tv, rimasta sul loop del telegiornale di Sky. Di sicuro non è stato un caso se mi è venuto spontaneo spostare gli occhi: esiste un meccanismo automatico di riconoscimento dei segnali audiovisivi allarmanti che abbiamo introiettato negli ultimi quindici anni di “all news”, da quell’11 settembre catastrofico. La banda rossa dell’ultim’ora in basso diventa più larga di quattro o cinque millimetri, i volti dei mezzibusti si fanno contriti, lo schermo si divide in due o più parti, la comparsa di una mappa stilizzata con vari simboli impressi sopra, stelle, circoletti, frecce. È come se avessimo sviluppato degli anticorpi al contrario, delle proteine capaci non di neutralizzare gli eventi apocalittici ma di captarli dall’ambiente circostante e subito predisporci in uno stato di generico allarme. Perciò ecco che cosa mi ha spinto a guardare la tv più o meno alle undici di sera di ieri, portandomi a ignorare il totem neonatale per qualche stupendo secondo. Ho alzato il volume, anche se ciò che leggevo, insieme alle prime immagini in notturna, già mi era bastato a capire tutto. A Nizza, durante le celebrazioni per la festa nazionale francese, un camion aveva forzato le transenne di sicurezza e zigzagando diabolicamente aveva travolto la folla ammassata lungo la Promenade des Anglais, uccidendo quasi novanta persone.

Mia figlia era nata da due giorni ed era ovunque.

Dio santo, ho pensato: ancora. Un altro punto della cartina geografica che acquisiva un senso semantico nuovo. Un cerchio rosso intorno a un numero del calendario che da quel giorno in poi ci saremmo ricordati per sempre. Ho alzato ancora il volume. Il corrispondente stava dando notizia della morte dell’attentatore, di cui ancora non si conoscevano le generalità: ho capito che tutto doveva essere successo da non più di un’ora e che i fatti non erano ancora usciti dal bozzolo della ricostruzione sommaria. Per qualche secondo mi sono dimenticato gli eventi recenti, quelli che riguardavano me, la mia famiglia: in effetti si forma questa bolla, durante l’apprendimento di notizie catastrofiche, che ci induce forse per un meccanismo di autodifesa a dimenticare chi siamo e ci regala la brevissima, istantanea illusione di non vivere nel mondo in cui quell’orrore sta capitando. Quando questa bolla è scoppiata – quasi subito – e io mi sono ritrovato nel mio salotto di casa a poca distanza, in linea d’aria, da quella Promenade, ho guardato le persone presenti – non erano passati che venti o trenta secondi da quando avevo alzato il volume – e quello che ho visto mi ha atterrito: nessuno di loro stava seguendo le notizie. Nessuno sembrava interessato. Qualcuno era in ginocchio sul tappeto e dava le spalle al televisore ma altri il televisore lo stavano perfino guardando! O almeno così sembrava, e quando ho risintonizzato le mie orecchie sul parlato domestico, la prima frase che ho sentito è stata questa:

«Sembra che faccia le fusa!»

Mi sono alzato, sono andato in bagno, e poi ho abbassato il volume della tv, mi sono seduto vicino a mia moglie per accarezzarla un po’: mi prende sempre questo esplosivo bisogno di amore quando capita qualche fatto tragico; non è tanto questione di riceverlo, quanto di capire se sono ancora in grado di darlo. Non ho resistito e poco dopo ho alzato gli occhi, ho rivisto le immagini coi titoli dei giornali stranieri, i primi video girati coi telefonini, con quella grana magica che sembra rendere tutto leggermente più vero del vero. A breve era atteso un intervento di Hollande. Sulla striscia dell’ultim’ora Matteo Renzi si diceva addolorato e vicino al popolo francese, “colpito di nuovo al cuore”. Ho notato una riorganizzazione tempestiva dello studio televisivo: erano spuntati degli sgabelli su cui sedevano individui in giacca e cravatta. La bambina si è svegliata, forse stanca di questo continuo passare di braccia in braccia. Assomigliava in modo impressionante all’ecografia che avevamo appeso sul frigorifero. Quella stessa mattina mentre dormiva il sole ha ritagliato il suo profilo sulla parete, un perfetto negativo d’ombra bidimensionale: ho dovuto chiamare mia moglie per farglielo vedere, come fosse un’eclissi di luna che stava passando veloce.

Ho notato che i sistemisti al lavoro avevano già provveduto a censurare con una passata di grafica i cadaveri trinciati sull’asfalto della Promenade, ma un primo piano di uno zaino da cui spuntava un panino avvolto dalla carta argentata non ha ottenuto un risultato molto diverso. Ho fatto fare agli occhi un paio di volte la strada, avanti e indietro, dal televisore ai nostri amici, cercando di stabilire una connessione logica tra quello che vedevo io e quello che sembravano non vedere loro, e ho capito che semplicemente quello era tutto. Che non potevo aspettarmi di più. Che il mondo intero si era compresso in ciò che eravamo diventati e in ciò che avevamo fatto e che da questo stallo non ci saremmo mossi mai più.

(continua in libreria…)

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