A quarant’anni dalla morte, quando si ricorda Tommaso Landolfi (1908-1979), non si può non partire dalla sua strabiliante abilità di paroliere - L'approfondimento sulla vita e i libri di uno scrittore colto, curioso e amante delle sperimentazioni, che merita di essere (ri)scoperto

In più occasioni il critico letterario Carlo Bo ha parlato di lui come del primo scrittore italiano dopo D’Annunzio a poter far con la penna tutto quel che vuole.

In effetti, a quarant’anni dalla morte, quando si ricorda Tommaso Landolfi, non si può non partire proprio dalla sua strabiliante abilità di paroliere.

Ha saputo giocare con la lingua, plasmando le regole della grammatica a suo piacimento, e nei suoi scritti la tradizione, celebrata con periodi sinuosi e formalmente impeccabili, si alterna alle più originali sperimentazioni che, per la loro natura sorprendente e provocatoria, sembrano quasi voler sfidare le risorse della lingua. Come nel racconto Parole in agitazione, scappate di bocca al protagonista nel lavarsi i denti al mattino, le parole per Landolfi sono vive: saltellano gioiose da un periodo all’altro, sempre alla ricerca di nuove avventure.

Alcuni dei suoi testi, come il suo primo Dialogo dei massimi sistemi, riflettono sulla natura contraddittoria e ambivalente del linguaggio, mentre altri, come l’ironico La passeggiata, sorprendono pubblico e critica con l’uso di termini caduti in disuso.

Lasciando per un attimo da parte la forma, i temi delle sue opere spaziano dal fantastico al grottesco, dall’insolito al raccapricciante, dall’illogico all’assurdo. Il suo profondo scetticismo verso il reale si esprime nell’arte con il ricorso al gioco e allo scherzo, che mettono in campo un’ironia dissacratoria e inarrestabile. Della quotidianità, i suoi testi valorizzano gli aspetti stravaganti e onirici.

I critici hanno finito per definirlo un surrealista, per via della sua indifferenza verso il clima politico degli anni della Seconda Guerra Mondiale. Sebbene la definizione sia indubbiamente semplicistica, alimentata in gran parte dal netto contrasto fra il suo atteggiamento disinteressato e il tenace attivismo di diversi suoi colleghi, qualcosa di vero c’è: come molti altri artisti, infatti, si sentiva estraneo al suo tempo, giudicato come oscuro e, a tratti, perfino incomprensibile.

A una personalità del genere ben si lega la fama di dandy, nata e sostenuta da scelte estetiche raffinate e fuori dall’ordinario.

Allo stesso tempo, gli scritti di questo intellettuale raffinato non sono mai sofistici: l’attinenza con la realtà dell’universo fantastico creato da Landolfi è più forte di quanto non si creda. Per contrastare le voci che vedevano in lui uno scrittore per soli scrittori, autore di opere impraticabili e inadatte al pubblico, nell’antologia Le più belle pagine di Tommaso Landolfi, Italo Calvino intenta una difesa che rimane uno dei migliori commenti al suo lavoro: “Perché si ha un bel dire che ciò che Landolfi scrive è sempre maschera del vuoto, del nulla, della morte. Non si può tralasciare il fatto che questa maschera è pur sempre un mondo pieno, concreto, denso di significati”.

Landolfi è stato un autore prolifico e versatile che non ha lasciata intentata nessuna strada: dalla narrativa alla saggistica, dal teatro alla lirica, dalla critica letteraria alla traduzione. La sua produzione è così complessa e varia che è difficile individuarne un centro: ogni scritto di Landolfi è un piccolo capolavoro che convive con gli altri senza pretese di supremazia.

Fra nobiltà, gioco e letteratura

Nato il 9 agosto del 1908 a Pico, piccolo comune laziale in provincia di Frosinone, cresce in una famiglia meridionale di antichissima nobiltà. La sua infanzia non è semplice: la precoce perdita della madre, incinta di un secondo figlio, segna un trauma che non lo abbandonerà. Ancora ragazzo, scopre un interesse per il teatro, per le arti figurative, per le lingue straniere e, naturalmente, per la letteratura. Nel 1932, si laurea in Lettere con una tesi dedicata al lavoro della scrittrice russa Anna Achmatova.

Diviso fra un’attenzione rigorosa alla forma e un’indifferenza verso il contenuto, Calvino definisce così il suo rapporto ambivalente con la letteratura: “È il gesto di chi impegna tutto se stesso in ciò che fa e nello stesso tempo il gesto di chi butta via”. Ma la vera ombra oscura nella biografia dell’autore è il gioco d’azzardo. Accanito frequentatore dei Casinò, riporta quest’abitudine nella letteratura: spesso nei suoi testi capita di trovare dei giocatori per protagonisti e, come sfondo, le città simbolo del gioco. Alla sua morte, avvenuta a Ronciglione l’8 luglio del 1979, il patrimonio letterario lasciato in eredità diviene oggetto di continuo studio e di riedizioni, a opera di Idolina Landolfi. Figlia di Tommaso, si occupa per tutta la vita della cura e della promozione dei testi paterni, fondando nel 1996 il Centro Studi Landolfiano.

I suoi racconti più celebri

Nell’eterogeneo universo dei suoi lavori, la forma concisa del racconto è, senza dubbio, la prediletta. Nel 1937, con una raccolta inaugura la sua carriera. Al tema del linguaggio, nelle sue implicazioni sociali e individuali, è dedicato Dialogo dei massimi sistemi, da cui prende il nome l’intera opera. Destabilizzanti e contraddittorie, le sue prime prose contengono il seme dell’intero repertorio dei temi cari all’autore.

Dialogo dei massimi sistemi landolfi

La passione per il grottesco, erede del romanticismo di Edgar Allan Poe, scrittore a cui è stato spesso accostato, trova compiuta realizzazione pochi anni più tardi con Il Mar delle Blatte e altre storie.

Nel 1963 esce un’altra celebre raccolta: Tre racconti. Tre composizioni autonome, fra cui compare La muta, uno dei testi più apprezzati dai critici. Si riapre la riflessione sul linguaggio con La passeggiata, un testo, parte della raccolta Racconti impossibili (1966), composto in una lingua giudicata incomprensibile, che suscita perplessità e scatena dibattiti. Anni dopo, quieta le tensioni e pacifica i dubbi con Conferenza personalfilologica con implicazioni: il testo è composto da vocaboli presenti in un qualunque dizionario, la cui unica particolarità è quella di essere caduti in disuso. Nel 1975, lo scrittore ottiene il massimo riconoscimento della sua carriera artistica: con A caso vince infatti il Premio Strega.

la pietra lunare landolfi

Non solo racconti

Se pur li preferisca, Landolfi non scrive solo racconti. La sua seconda pubblicazione è un romanzo breve, ambientato in un contesto notturno e misterioso: La pietra lunale. La notte è nuovamente protagonista ne Le due zitelle, romanzo grottesco del 1946. In pieno dopoguerra, quando la letteratura della penisola viene ricoperta da storie di lotta e di sofferenza, Landolfi pubblica Racconto d’autunno, una narrazione della resistenza da una prospettiva insolita: ambientato in una villa immensa e spaventosa, il romanzo, a cavallo fra il grottesco e il noir, ha per protagonista Lucia, donna bellissima e, al contempo, presenza sfuggente e inquietante. Nel 1950 Landolfi si avvicina poi alla fantascienza con il romanzo Cancroregina.

le due zitelle landolfi

Allo specchio

Un titolo scritto tutto in maiuscolo, LA BIERE DU PECHEUR, introduce la prima raccolta diaristica, pubblicata nel 1953. Laldolfi stesso la definì “una specie di diario”: fra citazioni, inserti narrativi e parodie, l’autore si guarda allo specchio e descrive senza sconti ciò che vede.

Torna al diario negli anni Sessanta con Rien va e Des mois, raccolta di testi in cui riflessioni sulla mancanza di senso del vivere si affiancano a racconti di paternità. Realtà e finzione si confondono in queste pagine, rincorrendosi in un gioco senza fine.

Landolfi giornalista e traduttore

Non solo scrittore e romanziere: Landolfi è stato giornalista e critico letterario. Compone articoli per periodici letterari come L’Italia letteraria e Letteratura e, dal 1963, inizia una collaborazione con il Corriere della Sera che porta avanti per tutta la vita.

Non meno importante della scrittura, Landolfi sperimenta, a partire dagli anni ’30, l’’attività di traduttore, in cui si dimostra dotato di talento. Le traduzioni dal russo, lingua poco nota nel nostro paese, rivelano le sue passioni letterarie: da Gogol a Puškin, da Dostoevskij a Tolstoj.

Teatro e lirica: due scoperte tardive

Non soddisfatto, negli ultimi vent’anni di vita viene stuzzicato da due generi mai considerati prima: lirica e drammaturgia. Sebbene costituiscano una parte minoritaria dei suoi scritti, particolare rilievo hanno il Landolfo VI di Benevento del 1959, tragedia in endecasillabi ispirata alla storia del medioevale principe longobardo, e il Faust del 1967.

Prove dall’instancabile curiosità di Landolfi sono le sperimentazioni liriche, scritte in uno stile alto e tradizionale: Filastrocche del 1968, il Breve canzoniere del 1971, Viola di morte del 1972 e Il tradimento del 1977.

Una ricerca continua, per scardinare le convenzioni

“Non potrò dunque mai scrivere veramente a caso e senza disegno, sì da almeno sbirciare, traverso il subbuglio e il disordine, il fondo di me?”. Questo interrogativo irrisolto che Landolfi rivolge rabbiosamente a se stesso e alla sua arte nella BIERE, è prova del suo rimescolamento interiore e sembra racchiudere l’essenza critica della sua opera di scrittore. Frutto di una ricerca continua, per loro natura contraddittori e mai definitivi, i suoi scritti scardinano le convenzioni e ribaltano i preconcetti.

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