L'approfondimento de ilLibraio.it dedicato a "Tre manifesti a Ebbing, Missouri", film scritto e diretto da Martin McDonagh, drammaturgo anglo-irlandese alla sua terza prova cinematografica

Mildred Hayes, eroina politicamente scorretta ed eticamente al confine, calandosi alla perfezione nei nostri tempi inquieti, incerti e post-Weinsteiniani, è il personaggio femminile arrabbiato e indomabile di una donna che ha perso la figlia, violentata e uccisa, e non si rassegna al quieto inabissarsi del caso nelle pieghe pigre e colpevoli della giustizia lassista, distratta, permeata di una cultura machista e razzista, in un piccolo paesino del Missouri.

Il volto segnato e offeso di Frances McDormand, soldato (in)civile in tuta da lavoro, perfettamente incarna questa determinazione dolente e fiera, incattivita e inflessibile, in bilico fra voglia di giustizia e sete di vendetta, capace di risvegliare la sonnolenta provincia nel cuore dell’America dal suo torpore sociale e morale, come una novella Antigone, chiamata a denunciare la decadenza di una comunità e insieme a portarne sulle spalle le tragedie celate.

Tre manifesti

Le parole sono importanti, diceva Nanni Moretti, e sembra pensarla così anche il drammaturgo anglo-irlandese Martin McDonagh, stimato autore teatrale alla sua terza prova cinematografica, che in questo film esercita sapientemente il suo talento autoriale, dando vita narrativa e battute mai scontate a personaggi complessi e rivelatori, consegnati all’interpretazione attori in stato di grazia (oltre alla protagonista, Woody Harrelson nei panni del capo della polizia malato di cancro, lo sceriffo Willoughby, e Sam Rockwell, che è l’agente violento e razzista Dixon).

Fin dal luogo inventato che campeggia nel titolo, Ebbing, paesino di fantasia prototipico della small town americana (girato nel Maryland, e ambientato in Missouri), il nome fa letteralmente riferimento a un’idea di riflusso, a un calare, un venire meno, un decadere e affievolirsi… decisamente un campo semantico adatto a descrivere quello che si rivelerà ben presto un percorso di catabasi, una vera e propria discesa agli inferi, fiamme comprese, e per segnare al contempo quel limite labile, una linea sempre più sottile che, nel corso del film, separa sempre meno i buoni dai cattivi, lasciandoci sospesi nei dilemmi morali sollevati e costringendoci a non sapere più da che parte stare. Ed è proprio e ancora a partire dalle parole, quelle scelte dalla donna per rompere il silenzio complice dell’indifferenza, nella forma socratica della domanda-provocazione, affidata a quell’icona del paesaggio statunitense che sono i cartelloni pubblicitari, che si accende la miccia di una reazione a catena, che non a caso porta ad altre parole scritte, le tre lettere che il poliziotto lascia in eredità ai protagonisti della storia, come un mandato beffardo e profetico. Perché, non si tarda a capirlo, il linguaggio può essere davvero materia incendiaria, le bocche – non solo metaforicamente – sputano sangue e sentenze, e sotto questo fuoco di parole assetate di verità, parole incendiarie che non hanno più nulla da perdere, le identità di facciata (uniformi, tonache, distintivi, targhette, istituzioni) vacillano, sono messe a dura prova, crollano. La fame di vero e la sete di giustizia non ammettono tregua (fino a ipotizzare il censimento universale dei DNA maschili, ma neppure questo codice ultimo della persona pare restituirci una risposta definitiva). È questa pro-vocazione rabbiosa e spietata che sgretola le parole d’ordine e quelle della convenzione, quelle edulcorate e quelle silenziate (dall’omertà, dal politically correct, dalla pigrizia, dal quieto vivere, dall’ottusità), facendo emergere con tutta la loro forza sconvolgente quei traumi nascosti, quei segreti inconfessabili, quelle ombre (dalla rabbia al senso di colpa, dal tumore alle violenze patite e inferte, dai drammi famigliari più prossimi ai lontani campi di battaglia) che tutti, ma proprio tutti, si portano appresso, vittime e carnefici.

L’abilità di McDonagh sta nel raccontare questa tragedia americana e non solo senza indulgere gratuitamente nello humor nero o debordare nell’esplosione violenta parossistica, magari scimmiottando i modello dei fratelli Coen, di cui pure in buona parte il film prende a prestito ambientazione e volti, eppure intarsiando la materia rovente del tragico di risate amare e venature ironiche. Il difetto, per amor di complessità e di ambiguità (ogni personaggio sembra avere in sé il mostro che lo possiede e l’angelo che può redimerlo), sta in questa stessa sospensione di giudizio alla quale l’autore ci consegna, rifuggendo ogni didascalico manicheismo, ma trascinandoci verso un esito sospeso che suona pericolosamente assolutorio, o per lo meno messo lì un po’ troppo programmaticamente per innescare il dibattito, senza davvero prendere posizione. Una parola in più sarebbe stata importante.

L’AUTORE: qui tutte le recensioni e gli articoli di Matteo Columbo per ilLibraio.it

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