"Il web ci infantilizza? Semplifica le nostre menti? Ci distoglie dal lavoro distraendoci in continuazione? Schematizza, abbrevia e semplifica ogni cosa? La risposta a queste domande naturalmente è sì. Resta da capire bene cosa ci dà in cambio...". Lo scrittore Francesco Pecoraro racconta il suo rapporto con gli emoji (che rappresentano la nuova discussa tendenza su Facebook, Twitter, WhatsApp e gli altri social): sono utili a esprimere i sentimenti o rischiano solo di stigmatizzarli?

Nei giorni in cui Twitter ha introdotto il cuore al posto della stellina per indicare un tweet preferito e Facebook sta sperimentando sei emoji oltre al classico “mi piace”, sembra che ci sia una nuova tendenza in atto nei social network. Ma cosa c’è dietro? Qual è il reale valore delle faccine e dei disegnini che riempiono i nostri social e i nostri telefoni. Sono utili alla comunicazione? Stanno riducendo la nostra capacità di esprimere e descrivere i sentimenti? Su ilLibraio.it l’intervento di Francesco Pecoraro, autore del romanzo La vita in tempo di pace (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega 2014:

Non ho un account su Twitter, perché già perdo troppo tempo su Facebook e perché il numero limitato di caratteri di un tweet è molto interessante per chi lavora con le parole. Quindi non so bene in quali termini si ponga la questione cuore vs stella di cui mi giunge qualche brandello. Sembra si tratti della sostituzione dell’emoji stella con l’emoji cuore per indicare il gradimento di un tweet.

Gli emoji so benissimo cosa sono. Ne ho il cellulare pieno. Mi ricordano quegli adesivi che molta gente, per motivi indecifrabili, attacca al frigorifero. Scopro tra l’altro che il nome è in lingua giapponese e deriva da 絵 e (immagine), 文 mo (scrittura) e 字 ji (carattere). I nipponici li usano da molti anni, ora hanno invaso lo spazio webbico occidentale. Alcuni sono indispensabili alla comunicazione digitale, perché sostituiscono l’espressione facciale che nella chat viene a mancare (come molte altre cose, compreso un eventuale alito cattivo).

Le chat sono contatti di anime, completamente incorporei, anche quando si fa sesso virtuale, anche quando si postano immagini di organi sessuali. Sono solo immagini, il contatto corporeo nel real-mondo è altra cosa. Non chatto molto perché mi affatica digitare cose che si possono fluidamente dire, metti al telefono. Ma quando lo faccio, spesso mi capita di scrivere una risposta che può essere fraintesa nel tono fino al rovesciamento del significato. Quello è il momento di aggiungere una faccina gialla che ride, oppure sorride, o fa l’occhiolino, eccetera. Lo trovo leggermente imbarazzante, ma è il web: se vuoi starci (non so se voglio ancora starci) devi infantilizzarti un tot e devi imparare a usare i supporti grafici alle parole.

Perché, per esempio su Facebook, le parole non si scrivono, si “dicono”: ciò che scrivi (ma non tutto ciò che scrivi, dipende da dove e come lo scrivi) viene letto come fosse detto. È una cosa complessa e lunga da spiegare: tutti quelli che stanno su Facebook sanno di cosa parlo. Fatto sta che la parola scritta è molto differente da quella detta, soprattutto nel sottile palleggio di significati verbo-visivi che si verifica nella conversazione.

Nel “parlato” (perché di una forma di parlato si tratta) webbico, l’emoji sostituisce gesti ed espressioni. Ma a cosa potranno mai servire la gallina, il polpo, la rana, il fungo, che, assieme a centinaia di altri simboli, mi propone la tastiera del cellulare? Più che di simboli si tratta di vere e proprie micro-figurazioni. Mi vengono in mente quei testi per bambini in cui alle parole si sostituisce la figura del referente. Mi piacevano. Immagino che la gran quantità di figure serva proprio a questo, a giocare con parole e oggetti e concetti oggettivabili. Bello, ma faticoso.

Non sono in grado di digitare a velocità pazzesca coi pollici, come vedo fare alle ragazzine in metropolitana. Uso l’indice, ho dita grosse, impacciate. Ma ogni tanto posto una testa di cinghiale. Trovo che il cinghiale mi rappresenti bene. Lo uso come firma, oppure lo posto in vece dei fonemi «sgrunt» e «snort». Il cellulare se n’è accorto e me lo posiziona al primo posto del catalogo. Si è accorto anche della musica che mi piace. E di parecchie altre cose. Il web ci infantilizza? Semplifica le nostre menti? Ci distoglie dal lavoro distraendoci in continuazione? Schematizza, abbrevia e semplifica ogni cosa? La risposta a queste domande naturalmente è sì. Resta da capire bene cosa ci dà in cambio.

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