"Arturo, per esempio, lascia le sue fidanzate di lunedì. Sempre di lunedì. Lo fa ogni volta che la domenica appena passata gli è sembrata sfiancante, infinita, cattiva. Lascia le sue donne, Arturo, ed è l’unico atto di coraggio che si concede..." - Su ilLibraio.it la riflessione di Valentina Farinaccio, in libreria con il romanzo "Le poche cose certe"

Canta, Giovanni Truppi, che “La domenica la gente litiga”. Ho pensato fosse la frase più precisa e crudele della storia, la prima volta che ho ascoltato quella canzone bellissima. E la canzone s’intitola La domenica, e la domenica è la giornata degli spazi vuoti, dei silenzi neri, del tempo lento come un tram, in una città che gira velocissima. La domenica detta il riposo, il pensiero, ci impone noi stessi, la vita che ci siamo scelti. Più di ogni altro giorno, la domenica ci dice chi siamo: felici, se non abbiamo paura di stare fermi, a contare le cose da non fare. Infelici, quando invece corriamo dovunque, pur di non dover guardare quello che abbiamo, se non è quello che vogliamo. Perché la vita ci può andare bene il lunedì, il giovedì, bene quando è tutta masticata dagli impegni, le persone da incontrare, la macchina da riparare, la cena alle 20.00, il treno domattina. Ma non la domenica. La domenica toglie ogni distrazione, e ci consegna il mal di stomaco, quello di quando senti che laggiù in fondo qualcosa non va. E non ci andiamo bene noi, il più delle volte, e abbiamo smesso di amare chi ci vive accanto, e finiamo a urlare di politica, mentre la D’Urso emana luce dalla tv. La domenica non fornisce scuse, adora i superlativi: se stiamo bene, staremo benissimo. Se stiamo male, staremo malissimo.

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Arturo, per esempio, lascia le sue fidanzate di lunedì. Sempre di lunedì. Lo fa ogni volta che la domenica appena passata gli è sembrata sfiancante, infinita, cattiva. Lascia le sue donne, Arturo, ed è l’unico atto di coraggio che si concede. Se un amore non resiste alla domenica, come potrebbe resistere a una vita intera? Oppure no, oppure è paura anche quella: paura di crescere, altro che coraggio. Perché la vita è fatta di un sacco di domeniche insopportabili. E l’estate, l’estate è una domenica più lunga delle altre, anche lei. Il fatto è che si tratta sempre e comunque di noi, di quello che siamo, oppure no. Di ciò che abbiamo il coraggio di prendere, contemplando il rischio di perdere. Arturo sale sul tram numero 14, quello che, a Roma, unisce la stazione Termini alla Palmiro Togliatti. Quello che sfila piano sulla Prenestina, e che porta la gente a casa, dopo il lavoro. Ha quarant’anni, una collezione di taccuini mai scritti, la giacca di suo padre addosso, e si muove verso l’appuntamento più importante della sua vita, con un mezzo affollatissimo che fa la strada al posto suo: perché certe volte le gambe ci tremano, perché certe volte le gambe non bastano. E i binari impongono il tragitto, non si può scappare. Nessuna deviazione, nessuna scusa, che vuol dire che anche il tram è una specie di domenica, in fondo. E si tratta di resistere, si tratta di aspettare che arrivi la fermata giusta, che è quel momento in cui bisogna alzarsi, tenersi in equilibrio nonostante le frenate brusche, le curve stronze, la gente che spinge, raggiungere l’uscita e finalmente scendere, per andare a diventare chi vorremmo diventare. Qualcuno che ci vada bene, possibilmente, anche di domenica.

Valentina Farinaccio

L’AUTRICE E IL SUO NUOVO ROMANZO – Valentina Farinaccio (nella foto di Nicole Rivellino, ndr) è nata a Campobasso e da molti anni vive a Roma. Il suo primo romanzo, La strada del ritorno è sempre più corta (Mondadori, 2016), ha vinto il premio Rapallo Opera Prima, il premio Kihlgren, e Adotta un esordiente. Le poche cose certe (Mondadori, 2018), il suo secondo libro, racconta una storia tanto incantata e feroce allo stesso tempo, di attese e incontri mancati, di errori e di redenzione.

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