Nell’Italia del futuro, fare documentari è un lavoro socialmente utile, l’ultimo stadio di un’umanità che ha scelto il tracollo come aspirazione esistenziale. L’unica via di fuga è la Val Trebbia, culla di comunità autarchiche: il nuovo libro di Violetta Bellocchio ci mostra il lato nascosto della violenza

Secondo lo scrittore Luciano Funetta, da poco tornato in libreria con Il Grido, che ha segnato il debutto di Altrove, la nuova collana di Chiarelettere, “Violetta Bellocchio è un mistero, eppure non c’è nulla di artificiale nella sua letteratura. Con una frase può divertire e atterrare. La sua prima persona, nell’ipertrofia italiana dell’io, è una delle pochissime a cui credo davvero”.
Proprio Violetta Bellocchio (collaboratrice de ilLibraio.it, ndr) è la protagonista della seconda uscita della collana curata da Michele Vaccari: La festa nera.

LA FESTA NERA violetta bellocchio chiarelettere

La trama del romanzo? Dopo un terribile caso di shaming che li ha quasi distrutti, Misha, Nicola e Ali tornano dietro la macchina da presa per raccontare il mondo in cui sopravvivono. Sono reporter, ma soprattutto sono ragazzi. Nell’Italia del futuro, fare documentari è un lavoro socialmente utile, l’ultimo stadio di un’umanità che ha scelto il tracollo come aspirazione esistenziale. L’unica via di fuga è la Val Trebbia, culla di nuove comunità autarchiche. Seguendo il fiume come una linea d’ombra, i protagonisti incontreranno madri che venerano il dolore, uomini convinti che la donna sia un virus invincibile, hipster eremiti che ripudiano la tecnologia, famiglie integraliste che credono in un’Apocalisse ormai passata di moda, un misterioso guaritore, “il Padre”, capace di sanare ogni malattia, a un prezzo.

Usando i colori più vividi del genere, Violetta Bellocchio, autrice, tra gli altri, de Il corpo non dimentica (Mondadori, 2014) e Mi chiamo Sara, vuol dire principessa (Marsilio, 2017), torna in libreria con un racconto tragicomico che mostra il lato nascosto della violenza.

Violetta Bellocchio - foto di Vincenzo Ligresti
Violetta Bellocchio – foto di Vincenzo Ligresti

Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, proponiamo un estratto:

Al ristorante mangiamo stufato con carote e piselli. Misha pulisce la ciotola con un pezzo di pane. Aperta sulla tovaglia c’è la mappa del viaggio con le cinque fermate. Misha segue la traccia con la punta delle dita, legge i nomi a voce alta. La Confraternita del Serpente Nero, Secondo Zion, Frank, La Luna nuova, La Mano. Lo sai, pensavo peggio. Niente come chiamarsi Serpente Nero per invogliarti a bussare alla porta. Chi sono ancora quelli?, mi chiede, poi alza la mano. No, non dirmelo. Leggo dopo. Sbatte la bocca. Oppure vado alla cieca e vediamo cosa succede? Nic? Lui non risponde. Le fa un cenno, voltati, alla tua sinistra.

Al tavolo accanto ci sono due donne, madre e figlia, forse. La più vecchia sta aiutando l’altra a mangiare. Le avvicina il cucchiaio alla bocca. La ragazza ha mezza faccia a puttane, un buco al posto dell’occhio, una matassa di capelli rosa fissata alla tempia con una molletta da bucato. Un braccio le penzola giù.

È Nicola che si lancia.

Ehi, mamma e figlia. State andando alla Mano?

La ragazza ringhia, secondo te?

Anche noi. Almeno, speriamo di arrivarci.

La donna più vecchia ci misura con un’occhiata. Ci trova sospetti, inaffidabili.

Che cosa avete da chiedere al Padre?, dice.

La nostra amica – Nicola indica Misha – ha solo tre mesi di vita. Leucemia. Bang. Miracolo o niente.

La ragazza guarda Misha. L’ha riconosciuta.

Tu non sei malata, dice, come uno sputo. Tu sei quella di YouTube.

Da quando una cosa esclude l’altra?, le chiede lei, e poi: ci facciamo un’intervista e mi parli della tua vita orrenda? Ti va?

La ragazza continua a masticare.

Solo io e te se vuoi. Da donna a donna. Oppure con loro.

Voglio ottanta euro, dice la ragazza. La madre la prende per il braccio sano – Maria –, ma lei ha deciso. Voglio ottanta euro. E le unghie come le sue.

Giriamo sul retro del ristorante, sotto una tettoia verde, un poster del circo Folloni sul muro alle nostre spalle, una porta che cigola in sottofondo, più autentico. La ragazza è stata sfregiata con l’acido da una cassiera al supermercato dove lavorava. Una storia di posteggi non rispettati. La riprendiamo dal davanti, per ottenere il massimo dal contrasto tra la metà sana della sua faccia e quella tutta ustionata. La ricostruzione dell’occhio è impossibile e il trapianto di pelle costa troppo per loro, quindi hanno deciso di andare in pellegrinaggio alla Mano. Sperano che il Padre la possa curare. Se non farmi tornare carina, dice la ragazza, almeno togliermi i dolori. Non riesco più a dormire. Misha muove la testa, sì sì, quando la ragazza parla di dolore, e no no, quando la ragazza parla della dignità che le è stata portata via.

Sei sicura di saper trovare la strada?, le chiede. È molto difficile arrivare alla Mano. Non ci sono informazioni, solo racconti, e non si sa nemmeno chi sia, il Padre. Non hai paura?

Un po’, ma, dice la ragazza. Si ferma, ci pensa. Bisogna avere fede, continua. Credo che se non hai fede non funziona niente, non sei diverso da un cane o da un gatto.

Misha alza lo sguardo verso la camera. Fede, dice. L’avete sentita.

Alla fine metto lo smalto alla ragazza sulle unghie di tutte e due le mani, quella morta e quella intera. Ha delle bellissime mani, la pelle lucida e le dita affusolate, e posso capire perché voglia tenerle bene, aspettando tempi meno feroci.

(continua in libreria…)

 

Nota: la fotografia in alto è di © Vincenzo Ligresti.

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