La vittoria di Trump ha suscitato, se non una rinascita, perlomeno uno scrollone di vitalità nel femminismo americano, al punto che qualcuno ha affermato che la sua nomina è stata un bene per il movimento. Su ilLibraio.it la riflessione di Margherita Giacobino, che chiama in causa grandi autrici come Elizabeth Strout, Toni Morrison, Margaret Atwood e Ursula LeGuin

La vittoria e l’insediamento di Trump hanno suscitato vasti moti di protesta, e se non una rinascita, perlomeno uno scrollone di vitalità nel femminismo americano, al punto che qualcuno ha affermato che la sua nomina è stata un bene per il movimento.

L’imponente e bellissima marcia delle donne a Washington del 21 gennaio ha conquistato i cuori dell’America e dell’Occidente anti-Trump, ma subito dopo voci critiche hanno ripreso a levarsi, accusando la sinistra democratica e le donne di non aver preso sul serio la minaccia Trump prima del voto. Di aver vissuto l’esito delle elezioni come uno shock, nella convinzione implicita che l’America non potesse cadere così in basso. Decine, centinaia di scrittori e intellettuali hanno espresso le loro reazioni sui media, e fra questi ho scelto quattro scrittrici che mi sembrano esemplificare una gamma variegata e di grande interesse, anche per quanto concerne il rapporto tra letteratura e politica.

Elizabeth Strout

Elizabeth Strout, la creatrice di Olive Kitteridge e Lucy Barton, sembra la più impreparata di tutte a quella che definisce ‘l’anomalia’ Trump. In un’intervista pubblicata anche in italiano da La Repubblica dichiara che il nuovo presidente suscita in lei il timore di una cleptocrazia fuori controllo, di incompetenza, violenza e persecuzioni contro le minoranze. Aggiunge di essere tentata dall’idea di una fuga all’estero, e che a trattenerla, oltre all’amore per sua figlia, è soltanto il pensiero che tutto il mondo è paese, e che l’effetto Trump si ripercuoterà nell’intero pianeta. Sono parole che colpiscono per immediatezza e rivelano un’angoscia profonda ma anche, viene da pensare, una strana innocenza. Come se l’autrice che ci ha raccontato storie di vite comuni intrise di umanissime sofferenze, impastate di durezza e di prove e permeate da silenzi letterariamente efficacissimi, non avesse idea che ruberie, incompetenze, violenze e persecuzioni sono una realtà non di oggi anche nel suo paese, quegli Stati Uniti che qualcuno ha definito il paese più violento e repressivo del mondo intero, citando dati sulle incarcerazioni, in specifico di afroamericani e ispanici. (1)

Toni Morrison

Di parere totalmente opposto è Toni Morrison, che nel commentare il suprematismo bianco americano che è stato alla base della campagna di Trump, lo fa risalire a radici annose e ben note ai neri USA. Trump predica bassezze, l’uso della violenza contro i più deboli, afferma il premio Nobel Morrison, autrice di Sula e Beloved, e i poveri bianchi acconsentono ad abbassarsi in nome di un bene superiore, i loro privilegi. E’ per la consapevolezza di essere ‘naturalmente’ migliori, di essere i clienti preferiti nei ristoranti e non venire sorvegliati nei supermercati: è per questo che hanno superato la vergogna e votato per Trump, il candidato amico del Ku Klux Klan, l’uomo d’affari che non assume neri nelle sue aziende e non affitta loro i suoi appartamenti. E a sostegno della sua tesi cita uno scrittore bianco del Sud: Faulkner, dice, aveva capito meglio di ogni altro il pensiero bianco quando, in ‘Assalonne, Assalonne’ mette in scena una famiglia altoborghese del Sud per cui l’incesto è un tabù meno spaventoso della contaminazione razziale e ‘piuttosto di perdere la sua ‘bianchezza’ la famiglia sceglie l’omicidio’. Insomma, per Morrison i grandi presupposti di Trump, il suprematismo bianco e i suoi crimini, sono tutt’altro che storia nuova, bensì sono radicati nel passato degli Stati Uniti.

Margaret Atwood

E dal passato al futuro il salto è breve. E’ quello che afferma Margaret Atwood, che ha dedicato i suoi ultimi romanzi a quella che lei stessa ha definito ‘speculative fiction’, che tradurrei ‘fiction ipotetica’, in contrapposizione a fantascienza. La fiction ipotetica, dice Atwood, non contiene viaggi intergalattici e marziani, ma storie che potrebbe accadere nella realtà di un paese come quelli che conosciamo, come come gli USA o il Canada, per esempio – se si verificassero certe condizioni politiche, ambientali, religiose, sociali…


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Atwood non sembra stupirsi affatto del successo di Trump, che secondo lei appartiene a un tipo noto, non certo quello del vero maschio alfa, bensì del bullo di quart’ordine, il marmocchio capriccioso e prepotente. Hillary Clinton, sostiene Atwood, è un uomo migliore di Trump perché è più legata alle virtù maschili tradizionali. (Peccato che la virtù, maschile o meno, non sia in auge in questo momento.) Particolare interessante, e coerente con la storia di una scrittrice che di catastrofi ipotetiche negli ultimi anni le ha messe in scena parecchie: il suo indimenticabile Racconto dell’ancella (1985), una distopia in cui si immagina un regime fondamentalista religioso di stampo protestante puritano in un paese nordamericano, dopo la vittoria di Trump è risalito nelle prime posizioni della classifica dei best seller (dietro all’immancabile 1984 di Orwell). Quando Il racconto dell’Ancella apparve, dice Atwood, molti videro nella mia storia un’esagerazione, anche se io mi ero premurata di non scrivere niente che gli esseri umani non avessero già fatto, in qualche epoca e paese. Adesso, dopo che Trump ha adottato come suo primo provvedimento quello di tagliare i fondi all’assistenza sanitaria, colpendo così i centri per la salute delle donne, e ha affermato che le donne che abortiscono andrebbero punite (anche se ha ritrattato poco dopo), l’esagerazione non sembra più così marcata. Niente di nuovo sotto il sole, insomma? Atwood mette in guardia chi si scandalizza del fatto che le pubbliche professioni di misoginia restino impunite, ricordando che le conquiste delle donne sono molto recenti, e quindi fragili, e che il progresso non procede mai in linea retta.

Ursula LeGuin

A 87 anni, Ursula LeGuin è una figura mitica della science fiction e della fantasy ed è ancora combattiva e decisa a dire la sua. Interpellata su Trump dal sito literary hub, ha per prima cosa tentato di farlo diventare personaggio, inventandosi una notizia incredibile di cui fosse protagonista (fra i tentativi: Dichiara di essere il prossimo Dalai Lama e Defeca pubblicamente in tv) ma ha confessato di non riuscirci. E si chiede: siamo entrati nella Trump-zone, in cui la realtà supera la satira?

Ma poco dopo LeGuin rientra in campo per difendere una cosa seria, il suo lavoro. Anche stavolta, come nel caso di Atwood, si tratta di mettere il puntino sulla ‘i’ di fantascienza. Dopo che l’addetto stampa del neo eletto Trump aveva affermato che per festeggiarlo si era radunata una folla più numerosa che mai ed era stato smentito da alcune grandi testate, la consigliera presidenziale ha ribadito che l’affermazione del suo collega non era falsa bensì basata su ‘dati alternativi’. Una lettera, dal tono peraltro ironico, pubblicata dal giornale Oregonian ha paragonato i ‘dati alternativi’ a quelli usati dagli scrittori di fantascienza per creare mondi immaginari. Ed è a questo punto che l’autrice de La mano sinistra delle tenebre ha protestato pubblicamente, mettendo in chiaro che la fantascienza è fiction, non menzogna. Chi scrive inventa mondi, realtà altre, insomma: narra. Non mente.

Una precisazione che può sembrare ovvia e scontata, ma non lo è per niente, vista l’attuale confusione, mediatica e non solo, tra inventare e mentire, raccontare e travisare, dare spazio alla fantasia e negare la realtà.

Una cosa è certa, comunque: se LeGuin ha trovato Trump completamente inservibile come personaggio, come autore lo nega in modo severo e reciso. Chi mente non merita l’onore di essere chiamato narratore, neanche di fantapolitica.

(1) (R.Chappe e A.S. Chaudhary, Internazionale 1189, feb. 2017).

L’AUTRICE E IL SUO NUOVO LIBRO – Margherita Giacobino vive a Torino, è scrittrice, saggista e traduttrice. Si occupa prevalentemente di gender studies, di letteratura e di cultura lesbica. Ha tradotto, tra gli altri, Emily Brontë, Gustave Flaubert, Margaret Atwood, Dorothy Allison, Audre Lorde. Collabora alla rivista satirica online Aspirina. Il suo primo libro, Un’americana a Parigi (Baldini e Castoldi), è uscito nel 1993 con l’eteronimo di Elinor Rigby. Casalinghe all’inferno è del 1996, per lo stesso editore. Per Eliot, nel 2010, è uscito L’uovo fuori dal cavagno. Ritratto di famiglia con bambina grassa (Mondadori, 2015) è stato tradotto in Francia, in Germania e in Inghilterra.

il prezzo del sogno giacobino

Nel nuovo libro, Il prezzo del sogno, sempre edito da Mondadori, Margherita Giacobino ripercorre le appassionanti vicissitudini esistenziali di Patricia Highsmith, una delle più pungenti scrittrici contemporanee, i cui romanzi hanno ispirato registi come Alfred Hitchcock, Wim Wenders e Todd Haynes. Ma soprattutto, ci consegna la storia di una donna dalla personalità fortissima, sincera fino a farsi male, che non ha mai ceduto alle pressioni della cosiddetta normalità e non ha mai tradito se stessa.

Patricia Highsmith
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