In “Le nostre madri”, Gemma Ruiz Palà mette in scena un invito a cena con protagoniste dieci donne spagnole (ma potrebbero venire da qualsiasi altro posto), tutte nate sotto la dittatura franchista. Attraverso una narrazione corale, la scrittrice catalana intreccia una storia di attivismo e sorellanza, con l’obbiettivo dichiarato di far comprendere che la storia del femminismo è un continuum…

Scegliere un esergo non è mai un’operazione semplice, ma in questa seconda prova della catalana Gemma Ruiz Palà, dal titolo Le nostre madri, le parole di Maria Aurelia Capmany (scrittrice, sceneggiatrice, catalana anche lei, antifranchista) giungono, come si è soliti dire, provvidenziali.

“L’atteggiamento di un lettore davanti a un libro di una donna che parla della donna dovrebbe oscillare tra due estremi. […] Primo atteggiamento: Ma come? Le suffragette non avevano risolto tutto? […] Non votano? Non escono da sole la sera? Non occupano posti da giornalista, ministro, medico di laboratorio? […] Che altro ci vogliono dire adesso?

Secondo atteggiamento: Ma le donne […] non avevano capito che il loro posto era in casa, con i figli e che questo ruolo secondario non era un ruolo secondario, bensì un’aureola di gloria santa? Entrambi gli atteggiamenti però giungono alla stessa conclusione: non serve più parlare della donna, il problema della donna non esiste”.

copertina di Le nostre madri

Un invito a una cena “senza Tupperware”

E invece, Gemma Ruiz Palà mette in scena un invito a cena, e dieci donne (spagnole, ma potrebbero essere ovunque), tutte nate sotto la dittatura franchista tra il 1950 e il 1975.

L’incipit è già una dichiarazione programmatica. L’organizzazione di questa cena passa attraverso un gruppo whatsapp dal nome emblematico: cena senza Tupperware.

Questi pratici contenitori in plastica ora non servono più. Oggi sono, appunto, saltati i tappi, e cercare di protrarre la data di scadenza della fatica femminile è un’operazione che le donne non sono più disposte a sobbarcarsi.

Sedute intorno a un tavolo troviamo Lali, moglie, madre, eccetera.

Una donna che ha avuto la più classica delle carriere sotto il regime franchista. Contabile, poi rimasta incinta, poi casalinga. Ora nonna che ha scelto di non soccombere di fronte alle nuove pretese della società contemporanea: non sarà erogatrice di quel welfare che alle famiglie con bambini piccoli la politica non è in grado di garantire. Lali ora sceglie per sé, e ha scelto di godere di una nuova relazione con un ex collega.

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C’è Gabriela, partita da Lima nel 1988 alla volta di Barcellona.

Dopo essere stata piantata in asso dal marito, era stata costretta a emigrare per poter sfamare i suoi due figli, rimasti con la nonna a 10.000 chilometri di distanza. A Barcellona era stata assunta come babysitter in una famiglia di professionisti molto impegnati nel lavoro.

Talmente impegnati da non accorgersi che Gabriela stava crescendo Pablito come fosse suo figlio, per non piangere quei quattro occhi neri neri rimasti in Perù, che lei non aveva avuto il privilegio di poter vedere scoprire il mondo, mentre diventavano grandi.

Gabriela, utile fino a quando l’impegno che aveva profuso nell’educazione di Pablito non era sembrato troppo anche agli occhi dei due serissimi professionisti e genitori, ed era stata licenziata senza preavviso.

Così aveva trovato impiego come badante, presso Anita, sposata controvoglia e di fretta a un vedovo che non aveva voglia di crescere suo figlio da solo. Anche Anita era diventata madre di un figlio non partorito. E si era gettata nel mercato del lavoro, contro il parere del marito, per cercare di salvare il ragazzo dalla dipendenza da eroina.

Ora ha l’Alzheimer e Gabriela è stata costretta a reinventarsi per l’ennesima volta quando Anita è stata portata in casa di riposo. Quanti addii ha negli occhi Gabriela.

Poi c’è Bet, architetta divorziata con un enorme carico mentale.

Lana, filologa georgiana che a Barcellona ha fatto per tanto, troppo tempo, la dipendente di una ditta delle pulizie.

Dolors, il destino nel nome, costretta per decenni a sdoppiarsi per nascondere la sua omosessualità.

Una narrazione corale

Una narrazione corale con una complessa architettura che intreccia politica e grandi rivoluzioni personali. Una storia di attivismo e sorellanza il cui obiettivo dichiarato è quello di far comprendere che la storia del femminismo è un continuum.

Gemma Ruiz Palà ci racconta una generazione di donne che ha tentato di emanciparsi attraverso lotte collettive, ma anche attraverso il mutamento dei costumi dentro il microcosmo della casa. Una rivoluzione tenuta sottotraccia, ma non meno importante e che ha trasmesso questa forza, questa abitudine alla lotta, alle figlie e poi anche alle nipoti.

La casa rimane ancora, se ci pensiamo bene, una quinta o un golfo mistico dove l’impalcatura patriarcale si impone con fondamenta robuste.

Il tappo saltato

C’è un passaggio del libro in cui Gemma Ruiz Palà spiega bene cos’è, ancora, questa fatica:

“Cosa è cambiato-cosa è cambiato-cosa è cambiato, le centrifugava in testa, al ritmo frenetico della terza asciugatrice della giornata. Be’, Hans si era ritirato, punto. Proprio così. Le piccole incombenze di casa non erano più affar suo.

Adesso non c’era sempre Bet a casa, con la bambina e le incombenze? Inutile girarci intorno, per Hans la faccenda era bella che chiusa. Hans aveva scambiato un congedo di maternità per un contratto di lavoro domestico.

E venne fuori che non era l’unico ad aver frainteso. Amiche, cugine, colleghe dello studio, mamme della scuola… per non parlare di quelle al di fuori della bolla dorata di Bet. Quelle che avevano figli ci vivevano tutte, in quel malinteso. Adesso che era saltato il tappo, adesso che i media cominciavano a spiegare – a chi voleva ascoltare – cos’era e su chi ricadeva il carico mentale, adesso anche loro cominciavano a diagnosticarselo. E si lamentavano negli stessi termini. Mettevano in scena le stesse situazioni, pari pari. Venivano fuori le stesse discussioni, rinfaccia tu che rinfaccio io.

E giungevano alla stessa conclusione, identica: Quando un bambino entra dalla porta, l’uguaglianza salta dalla finestra. Confidandoselo, si sfogavano. Si facevano coraggio.

Lo sappiamo come si torna a casa dopo una cena tra donne: cariche a più non posso. Endorfine e dopamina che ballano l’ultimo pezzo in piedi sui subwoofer della pista. Finché non si accendono le luci: perché è un’euforia che svanisce in fretta quella di una sera al mese contro ventinove. E per dire basta, bisogna raccogliere tutte le forze. Ed è difficile impuntarsi quando sei a pezzi. Anche se i soldi non ti mancano. E tutte arrivavano alla sera così esauste che rimandavano sempre al giorno dopo. E a forza di ci penserò domani passano gli anni”.

Da Wenling di Gemma Ruiz Pala

Il primo romanzo dell’autrice ad essere pubblicato in Italia, sempre da Voland

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Fare i conti con una condizione condivisa

Questo romanzo rappresenta un’occasione imperdibile. Per il pubblico femminile, senza dubbio, che non farà fatica a riconoscersi in contesti, condizioni e situazioni pubbliche e private purtroppo ancora maggioritarie. Ma anche, si spera, per il pubblico maschile.

Per tutte le domande che non hanno osato fare alle proprie madri, per quel sospetto e quel pudore che le madri stesse mantengono, a protezione delle generazioni future, sempre sperando che la loro vita serva da esempio e da monito perché certe cose non accadano più.

C’è un segreto che conservano, ed è la speranza che le figlie e i figli le vedano anche come donne, oltre la loro funzione, che si domandino cosa sono state e cosa avrebbero forse voluto essere. Lo ricorda proprio l’autrice in questo libro pieno di luminosa speranza, con queste parole:

“Gloria Steinem ha scritto: Come tante donne prima di lei – e come tante altre ancora oggi – mia madre non ha mai intrapreso il suo viaggio personale. Sarei stata tanto felice se avesse potuto seguire la strada che desiderava… Ma per far nascere noi, non sono nate loro”.

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Fotografia header: Gemma Ruiz Palà nella foto di Jordi Bernabé

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