Una Sicilia gotica lontana dall’immaginario comune, in cui ha luogo una vicenda terribile, progettata dall’autore-protagonista. Orazio Labbate torna in libreria con “Chianafera” e mette moto a un racconto autobiografico (di cui proponiamo un estratto) narrato attraverso archetipi universali e riferimenti pop…
Orazio Labbate, classe ’85, torna a narrare la sua Sicilia, impregnata di folklore e gotico, temi cari all’autore, che già in Lo scuru (Tunuè), suo romanzo d’esordio, attingeva a un immaginario lontano dalla classica visione “radiosa” della regione.
In Chianafera (NN) Labbate, che dirige la collana Interzona di Polidoro e scrive per La Lettura, riprende il tono onirico ed epico presente anche nel suo secondo romanzo, Suttaterra (Tunuè), per portare lettrici e lettori in un dramma familiare che somiglia a un viaggio negli inferi della memoria e dell’infanzia.
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L’isola di Labbate, nato Mazzarino e cresciuto a Butera, è un’isola in bianco e nero.
Il romanzo si apre sul protagonista, lo stesso autore, rinchiuso nel manicomio della Madonna della Catena: non sa perché si trova lì, sa solo di essere ferito e quasi cieco.
La missione di Orazio-personaggio è molto semplice: annientare Padre e Madre, entità unica e binaria, generatrice di cicli e rituali eterni attraverso un diario che diventa creatura viva, capace di divorare i ricordi e restituirli deformati.
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E così prende forma un’autobiografia narrata per archetipi universali e riferimenti pop, in cui l’amore – rappresentato da Chiara Nightingale, che da appuntamento al protagonista a Chianafera, luogo simbolico e da dove avrà inizio la sua missione – prende la forma di una maschera spaventosa.
Vincitore nel 2018 del Premio Rocco Federico per la narrativa, lo scrittore, che ha firmato anche diversi contributi per questo sito, dipinge una Sicilia “alchemica”, sullo sfondo di un romanzo fatto di avventura, mito e psicanalisi.
Tra le altre opere dell’autore di Chianafera, si ricordano il saggio Piccola enciclopedia dei mostri per la collana 24 ore cultura del Sole 24 ore, e Stelle Ossee, racconta di racconti gotici ambientati in un Sud magico, in libreria con LiberAria.
Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, proponiamo un estratto:
Due facce di fantasma
Voglio ricordare, prima di incontrare il prodigio – perché di questa rimembranza ne possa sentire ancora il gusto reale –, contro l’orrore metafisico che mi sta aspettando.
Lo faccio nell’Orazio Labbate di adesso, il giusto – non quello rintanato, piegato alla soccombenza. Ripenso alla prima conoscenza, senza paura, delle maschere, quella dell’unico passato coraggioso davanti all’amore mostruoso che mai pietrifica in onore del male.
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Era una fiammeggiante sera stellata di Halloween, a Butera, presso il vastaso Liceo Classico Omero, ornato in occasione della festa dell’orrore. Camminavo, ingobbito dalla solitudine, lungo i corridoi ripieni di quei simulacri aerei fasulli ch’erano le stelle filanti, cose brillanti, malate, le quali si imponevano alla mia immaginazione come creature cerebrali sfatte, sinapsi dentro e fuori il mio tempo. Io mi sentivo lontano, nell’ontologia troppo astrusa dell’isolamento, in testa, sicuru, e fuori dalla testa. L’unica maschera che permetteva di nascondermi dai genitori, fiero nella disconnessione mentale, era quella di Ghost Face, il killer di Scream. Ce l’avevo in faccia, sicuru, ricordo, quella notte, ma non m’ero portato il finto coltello dell’omicida né il distorsore vocale, giacché non abbisognavo di un’altra voce interiore per capirmi. Grazie a quella maschera riuscivo a percepire il mio spirito. Me lo sentivo, lo spiritu – toccando il camuffamento, la cui bocca nìvura si sformava sciolta –, a guisa di una conca rotonda di un anfiteatro viddàno pregno di serpi al centro. Perché le magioni infernali che celiamo si differenziano per forme, sono luoghi particolari, architetture capienti riservate a ciascuno di noi per tormentarci dal di dentro. Ci vengono assegnate, u sacciu, sulla base dei nostri miti spaventosi, i quali sono assai croccanti per i demoni che ne vedono le carni, ma per noi sono ghiacciati, freddi, sono animali imbalsamati dentro un freezer mai spento in cui moriamo con loro. Nel luogo particolare, tutti dobbiamo avere u friddu e impazziamo assiderati, scambiamo le facce lugubri, quelle nostre con quelle degli altri.
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Intravidi Chiara, la prima volta, è sicuru, vestita di un abito nero vagolante, insostanziale, dai ricami sforbiciati sulle punte, all’ingresso dell’aula finale lungo il corridoio del primo piano. Indossava la stessa maschera di Ghost Face. Già da lontano le nostre bocche oblunghe non latravano silenziose per allontanarci. Ci sussurravamo, invece, l’intera costruzione dei dolori mitologici. Era come se ci fossimo svegliati insieme in piena notte a causa di un pensiero pauroso epperò gustoso, alla fine, giacché con un sorriso nello stesso letto esso è riferito, nelle piene tenebre, all’unica persona amata. La sua maschera stava in direzione della mia, Chiara non era ancora entrata nella stanza, mentre mi incamminavo verso di lei tutto spertu. E il mio dolore, via via mi approssimavo, non veniva fuori, lurido, semmai crollava ai piedi del mio mantello nivùru come se lo sperdessi a mo’ di mollichine infette fuori dalle mie tasche. Guardai un pochino per terra con giudìziu, non c’erano più le serpi, che prima mi parevano le mie orme lungo il pavimento illuminato del disastroso verde al neon ai miei lati.
Chiara entrò in aula. Accelerai il passo e lo feci anch’io.
Era una stanza scolastica vastasa abbellita di tre grossi specchi deformanti disposti in tondo al centro. Lei protese il braccio destro verso di me di modo da invitarmi nel cuore degli specchi, al cospetto di iddi. Io mi fidai giacché anche Chiara emanava una riottosa e indipendente solitudine uguale alla mia, seppur fosse coronata splendente dell’oscurità di quella maschera fantasmatica. Io, nel frattempo, disdegnavo gli specchi a occhio chiuso, a casa non ce li avevamo, perché pensavamo fossero armi per uccidere, utensili per scoperchiare le tombe, le morti.
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Mentre lei mi accompagnava al centro degli stessi, per poi posizionarmi davanti agli occhi della sua maschera, mi disse di fissare il suo riflesso nello specchio, quindi si voltò. Avevo ancora l’occhio serrato. Mi diede un piccolo scotimento con le dita intrecciate alle mie e compresi, sentendo una congerie di ossicini di volatili fra le carni delle mani, di essermi innamorato. Aprii l’occhio nella maschera e la faccia di Chiara sformata dalla magia del vetro acrilico, adesso priva di maschera, non era oggetto pietrificabile né cosa in potere di pietrificare facce nonché anime guastate dalle paure mitologiche. Era incorrotta.
Mi tolsi, dunque, anch’io il camuffamento; lei stringeva il suo tra le mani, ora libere, io tra le mie altrettanto. Con le braccia arrese ci spiavamo tutte le ombre bluastre lungo i contorni delle nostre facce. Le maschere tra le mani degli amanti sono, sicuru, u sapiva in quel momento – come or ora u sacciu –, mere carogne, non rilasciano miracoli, santità, non scacciano in lungo e in largo entità dell’ulteriore, non causano omicidi sistematici di eroi. Sono esse, e saranno, pertinenze di un ricordo mitologico condiviso nella tranquillità. Gli stessi che percepivamo io e Chiara, dall’unica finestra scolastica, dai cui pertugi si allungava, insieme alle stidde agonizzanti della notte, altresì lo spicchio simbolico di una luna piccidda trascinata dentro da un sentimentale scirocco digiunante di sole.
(continua in libreria…)
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