Oltre ottant’anni dopo la morte di Israel Joshua Singer (1893-1944), fratello maggiore del premio Nobel Isaac B. Singer, vengono pubblicati gli articoli che scrisse tra gli anni ’30 e ’40 come corrispondente dagli Stati Uniti per “Forverts”, il giornale yiddish più diffuso al mondo. Lucido e ironico, attraverso gli ebrei che incontra Singer descrive tutta l’America, le sue contraddizioni (compreso lo strisciante antisemitismo) e le differenze con l’Europa. E spesso lo fa con finta ingenuità, venata di sarcasmo…

Che sarà mai l’America, la meta scintillante di ogni sogno per chi magari vive nel ghetto di Varsavia?

Per esempio un posto dove quando ci stai arrivando comodamente alloggiato sul transatlantico ti ritrovi “dei piatti davvero speciali come la tartaruga, le ostriche, dei formaggi che avevano più buchi che formaggio – tutte cose che mangiano gli aristocratici ma che hanno un sapore nauseabondo: hanno un odore molto forte ed è proprio in questo che consiste la loro natura aristocratica”.

Succede soprattutto se hai faticosamente imparato mille parole d’inglese (ben più di quelle che al momento usa, secondo i linguisti, il presidente Trump) e ti sei accorto che però non ne capisci nemmeno una e forse le hai dimenticate tutte; sicché quando il cameriere ti propone un piatto tu per evitare imbarazzi sorridi e rispondi yes o please – o entrambi in rapida successione.

Viaggi in america di Israel Joshua Singer

Deve essere accaduto a molti, in questo caso accade a Israel Joshua Singer, che lo raccontò in uno degli articoli scritti nel ’32 per Forverts, il giornale yiddish più diffuso al mondo e stampato a New York, e che ora vengono pubblicati da Giuntina in una ricca edizione dal titolo Viaggi in America, a cura di Enrico Benella, insieme con quelli scritti dal’34 fino al ’41, pochi anni prima della sua morte: un’epopea ironica della realtà americana, un racconto a puntate condotto strizzando l’occhio ai lettori europei, tra paradossi e battute di spirito, senza nascondere nulla delle feroci contraddizioni di quel mondo dorato – o almeno, visto come tale da questa sponda dell’Atlantico.

israel joshua singer

Israel Joshua Singer (Carl Van Vechten Collection/GettyEditorial)

Israel Joshua era il fratello maggiore, com’è noto, di Isaac Bashevis Singer, premio Nobel per la letteratura, la cui grande fama lo ha un po’ oscurato, anche per via di una vita più breve – nato nel 1893, morì nel ‘44. Ma era fatto della stessa materia narrativa. L’America, quando vi approdò per la prima volta, stava ancora attraversando la profonda depressione e la crisi economica innescata dal tonfo di Wall Street. E lui aveva già un’idea di quella terra promessa, perché da tempo era il corrispondente da Varsavia di Forverts: il direttore, Abraham Cahan, nutriva infatti nei suoi confronti una stima infinita (diciamo pure anche ben riposta).

In quell’anno un suo romanzo apparso a puntate sul giornale, Yoshe Kalb, ebbe un grande successo, tanto che il regista Maurice Schwartz volle metterla in scena. Bisognava andare a discutere la faccenda, e lo scrittore, si evince con sua gran soddisfazione, fece infine il lungo viaggio, dalla povera Varsavia alla pur scintillante Manhattan, in quel momento segnata da contraddizioni profondissime, da una distanza abissale fra i molti poveri e i non pochi ricchi. Ci rimase qualche mese, cambiando incidentalmente anche ruolo: non più corrispondente dalla Polonia, ma corrispondente dall’America per i connazionali: era il tempo di raccontare l’America agli ebrei europei che la sognavano o la detestavano, che la ricordavano o non la conoscevano affatto. Ancora non lo sapeva, ma sarebbe stata presto la sua patria.

Due anni dopo, per sfuggire al clima persecutorio che si era instaurato dopo l’avvento di Hitler, ci tornò, e per sempre (in modo analogo a quanto fece del resto il fratello, se pure a prezzo di perdere la moglie e il figlio, che si trasferirono prima a Mosca poi in Palestina), scrivendo lì i suoi romanzi e continuando a redigere articoli destinati a questa sponda dell’Atlantico.

Sono una delizia, e confermano le straordinarie qualità di narratore – come non ricordare I fratelli Ashkenazi, il suo capolavoro – lo sguardo sulle cose, la capacità di descrivere situazioni e personaggi, proprio come teorizzò il fratello nei saggi di A che cosa serve la letteratura – scritti spesso sotto pseudonimo e anche in questo caso principalmente per Forverts – ripubblicati l’anno scorso da Adelphi: no all’introspezione, allo psicologismo e al sociologismo, legame stretto con la propria cultura, capacità di intrattenimento ma in un orizzonte vertiginoso.

Copertina del libro I fratelli Ashkenazi, romanzo di Israel J. Singer che esplora il rapporto tra fratelli e sorelle

Lo scrittore non ha bisogno di torri d’avorio, semmai della vita del suo inevitabile caos. E non c’è dubbio, lo vediamo in questo libro, che lo affascinasse. Parla di ebrei, naturalmente: ebrei newyorchesi o di Chicago, ebrei felici in California o isolati in qualche fattoria del Middle West, ebrei in vacanza sulle montagne e ebrei di più antico radicamento che guardano agli ultimi arrivati con un certo divertito distacco – senza dimenticare quelli appena fuggiti dalle persecuzioni, che tacciono, non narrano nulla, non nominano nemmeno i paesi perduti. Anche lui, da ultimo arrivato, poi, riesce a stupirsi per molti aspetti del nuovo mondo, o almeno si mostra tale in un continuo gioco col lettore.

Intuisce qui e là uno strisciante antisemitismo (“Non so se sia sempre stato così o se è un effetto dell’antisemitismo che Hitler ha trasmesso a moltissime persone, ma gli ebrei che vivono nelle cittadine americane si sentono estranei tra i loro vicini goyim, e non solo estranei ma anche un po’ in ansia”) ma, nello stesso tempo, nota una convivenza del tutto accettabile, per esempio in California dove si parla di guerra, ovviamente, ma “nessuno prende sul serio l’allarme e la vita prosegue normalmente. Il sole splende, il Pacifico ha le sue onde, i fiori sono profumati, gli aranci sono in fiore e la gente se ne infischia di tutto”.

Parla di ebrei, ma c’è dell’altro. Molto altro. Vede ad esempio – con finto stupore? – tutte le auto che affollano ogni angolo degli Stati Uniti, visita una fabbrica di automobili e parlato con operai sereni e soddisfatti, elogia il fordismo come una meravigliosa macchina collettiva,  capisce benissimo la differenza sostanziale, in quel momento, tra gli Stati Uniti e il resto del mondo: “Ho pensato che se l’America produrrà aeroplani con la stessa precisione e la stessa puntualità con cui produce automobili, un aeroplano al minuto, il nazismo ha i giorni contati”.

Non è una battuta, ma l’analisi di uno scrittore attento al mondo, e che soprattutto lo studia, lo osserva, lo capisce, pur dando l’impressione di voler amabilmente scherzare con i lettori tedeschi, polacchi o lituani – o americani che continua a parlare yiddish, va da sé.

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Compie persino un lungo viaggio in auto, coast to coast, dalla California a New York, fermandosi di tappa in tappa a parlare con ebrei d’ogni tipo, che magari cavalcano e si vestono da cow boy. Ma attraverso di loro Israel Singer racconta tutta l’America, il suo viso benevolo e quello feroce.

“Forse è meglio se a New York – scrive – la miseria non è nascosta e allontanata come succede a Berlino. A che cosa serve nascondere e incerottare la piaga? La gente dovrebbe vederla. Forse qui c’è una certa libertà nel fatto che i poveri più emarginati vengano nei quartieri più ricchi e più vivaci e si stendano a centinaia per terra, si tolgano le scarpe rotte, si avvolgano in giornali, si puliscano e dormano. In Europa il povero è talmente depresso da non avere nemmeno il coraggio di recarsi nel quartiere dei ricchi per non rovinargli l’atmosfera”.

La sua è una finta ingenuità venata di sarcasmo, del tutto a beneficio del lettore che reagirà come gli pare all’informazione. Vale anche per il razzismo bianco, colto con tono lieve e a volte ironico ma con un occhio infallibile, per esempio guardando il pubblico nei locali di Harlem o, a proposito di come e dove vivano gli ebrei, raccontando in modo in apparenza svagato che gli appartamenti degli ebrei a New York possono essere modesti o persino spaziosi e ottimi. Anzi: “A casa di un mio amico ci sono addirittura due vasche da bagno, una per lui e una per la domestica nera, verosimilmente perché dopo che ha fatto il bagno una nera l’acqua diventa nera”.

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