L’oscuramento del Lógos femminile ha origini lontane. Anche se le donne erano presenti già nelle prime scuole filosofiche, nel corso dei secoli discriminazioni e pregiudizi (che in alcuni casi permangono) hanno limitato gli spazi per le filosofe. Il primato della ragione e quello del maschile si sono sostenuti a vicenda… – La riflessione di Simonetta Tassinari: “Il primato della ragione e quello del maschile si sostengono a vicenda”
Un vecchio detto latino, Barba non facit philosophum, la barba non fa il filosofo, invita a non fidarsi troppo delle apparenze e a non scambiare il segno esteriore per la sostanza. Peccato che la storia, però, abbia interpretato il motto esattamente al contrario. Perché, se è vero che non è la barba, di per sé, a fare il filosofo, è anche vero che – per un lunghissimo tratto – avere la barba ha aiutato un bel po’ a essere ammessi nella categoria: la barba sembra funzionare come una specie di lasciapassare, un requisito non scritto ma assai efficace, una condizione preliminare, diciamo, per poter poi dimostrare di saper pensare.
Essere uomo aiutava parecchio
La studiosa francese Annabelle Bonnet, autrice di La barbe ne fait pas le philosophe – Les femmes et la philosophie en France (1880-1949) – non ancora tradotto in italiano – racconta una cosa piuttosto imbarazzante. Per chi avesse voluto esser riconosciuto come filosofo, nella Francia tra ‘800 e ‘900, la prima cosa da fare non sarebbe stata saper pensare bene, bensì presentarsi con una barba rispettabile. Tradotto: essere uomo aiutava parecchio.
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Bonnet racconta come, proprio negli anni in cui la filosofia veniva celebrata come la disciplina capace di formare cittadini autonomi, spiriti critici, menti libere, le donne ne fossero totalmente escluse.
La questione non sembra del tutto superata
La questione, purtroppo, non sembra del tutto superata: sembrerebbe che la barba ci voglia ancora. Nei Dipartimenti di Filosofia nelle università italiane, ad esempio, il rapporto è piuttosto eloquente: circa sette uomini per tre donne, non proprio un pareggio. Nemmeno le eccellenze si sottraggono a un simile schema. Martha Nussbaum, una delle filosofe più autorevoli e riconosciute al mondo, ha raccontato apertamente le discriminazioni subite durante i suoi anni ad Harvard insieme a episodi di molestie, prova che il problema non è solo quantitativo, bensì anche qualitativo.
La cosa curiosa è che invece alle donne, perfino nei secoli passati, è stato concesso (non sempre e non a tutte, sempre di eccezioni si tratta) di coltivare, ad esempio, le “Lettere”. Campo vasto, nobile, persino prestigioso, purché non si sconfinasse troppo nel territorio del Lógos.
Insomma, raccontare andava (a volte) bene, evocare anche, perfino commuovere, volendo, senonché argomentare, fondare, definire i principi del pensiero… ecco, lì si entrava in una zona che, per qualche motivo mai del tutto esplicitato, risultava meno accessibile.
È qui che la faccenda smette di essere semplicemente curiosa e diventa strutturale. Non si trattava di una preferenza culturale, piuttosto di una vera e propria distribuzione dei ruoli intellettuali, di una divisione del lavoro molto b
en organizzata: da una parte il Lógos, dall’altra il racconto, da una parte la teoria, dall’altra la sensibilità.
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Il primato della ragione e quello del maschile si sostengono a vicenda
Non è un caso che Adriana Cavarero abbia parlato di fallologocrazia, un sistema in cui il primato della ragione e quello del maschile si sostengono a vicenda, quasi fossero la stessa cosa sotto due nomi diversi, insomma come se la ragione, per essere considerata davvero tale, dovesse avere una voce, e implicitamente anche un corpo, ben definito. Il risultato? Alle donne si lasciava la parola, purché non diventasse discorso fondativo. Raccontare, non stabilire i principi; scrivere romanzi, non La Fenomenologia dello Spirito.

L’oscuramento del Lógos femminile
Una delle conseguenze è stata, tra le altre, l’oscuramento del Lógos femminile, perché le donne, che evidentemente non hanno mai smesso di pensare, hanno semplicemente pensato altrove. Non nelle accademie, non nelle scuole, non nei trattati destinati a circolare; magari in spazi più ristretti, più raccolti e non ufficiali, e proprio per questo più difficili da registrare.
La filosofia si è fatta domestica, pratica, orale, quasi clandestina. È passata attraverso frasi che non finiranno mai in un manuale, ma che hanno guidato intere vite: “mia madre diceva…”, “mia nonna sosteneva…”. Una filosofia senza barba, verrebbe da dire, e, proprio per questo, per lungo tempo considerata sospetta.
Il problema è che ciò che non si vede nei libri finisce per sembrare inesistente. Basta fare una prova: chiedere a qualcuno di nominare un filosofo, e vedersi accontentati, è facilissimo. I nomi arrivano rapidi, spesso in serie. Chiunque, pur senza aver frequentato un liceo, né un corso universitario di Filosofia, può citare almeno Platone, Aristotele, Kant.
Se, invece, si domanda il nome di una filosofa, il ritmo rallenta, le certezze vacillano e il silenzio prende il sopravvento, non perché le filosofe non esistano, ma perché non sono state raccontate abbastanza. Di filosofe “di mestiere”, oltre a quelle “domestiche”, se ne contano eccome, meno numerose, certo – le condizioni di partenza non erano esattamente paritarie – ma tutt’altro che trascurabili. Il punto è che bisogna andarle a cercare, e già questo dovrebbe far risuonare qualche campanello.
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Le donne erano presenti già nelle prime scuole filosofiche
Le donne erano presenti già nelle prime scuole filosofiche: nella comunità pitagorica, dove figure come Teano e altre discepole partecipavano alla vita intellettuale e alla trasmissione del sapere; tra i cinici, dove non mancavano donne capaci di incarnare, fino agli estremi, come Ipparchia, uno stile di vita filosofico; nel Medioevo, quando spesso il pensiero femminile si raccoglieva nei monasteri, e poi, via via, lungo tutta la modernità fino ai nostri giorni, con grandi figure del Novecento come Hannah Arendt, Simone de Beauvoir, Simone Weil, Edith Stein, Maria Zambrano, Jeanne Hersch e Ágnes Heller, solo per citarne qualcuna. Il fatto che le donne filosofe si conoscano poco non dice nulla su di loro, dice molto, viceversa, su come è stata costruita la tradizione. E, quando si comincia davvero a leggerle, succede qualcosa di interessante: la filosofia si riempie di vita, perché dietro le idee emergono le condizioni in cui quelle idee sono state prodotte.
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Per di più, scoprire che esistono grandi pensatrici non come eccezioni esotiche, bensì come parte integrante della storia del pensiero, modifica la percezione di ciò che è possibile. Non si tratta di una questione identitaria in senso stretto, quanto di una questione di fiducia e di prospettive. E, allorché capita di ascoltare quella frase leggermente condiscendente (nella migliore delle ipotesi), “ragioni come una donna”, si potrebbe anche decidere di prenderla al balzo e di rispondere: “Sì. Esattamente. E non mi sembra una cattiva notizia”.
L’AUTRICE – Simonetta Tassinari ha insegnato storia e filosofia nei licei e nel Laboratorio di didattica della filosofia dell’Università del Molise. Da anni coltiva la psicologia relazionale, la psicologia dell’età evolutiva, il counseling filosofico e divulga la filosofia tra bambini e ragazzi. Anima partecipati caffè filosofici e tiene conferenze in tutta Italia e all’estero. Collabora con la fondazione Quid+ e con Treccani Futura.
Ha pubblicato romanzi, testi di argomento storico e filosofico (tra gli altri, per Einaudi scuola) e il saggio, sull’insegnamento della filosofia nelle scuole, La sorella di Schopenhauer era una escort (Corbaccio). Con Corbaccio ha pubblicato anche Donna Fortuna e i suoi amori, La casa di tutte le guerre, Le donne dei Calabri di Montebello e L’ultima estate in paese.
Per Feltrinelli ha pubblicato nel 2019 Il filosofo che c’è in te; S.O.S. filosofia. Le risposte dei filosofi ai ragazzi per affrontare le emergenze della vita, rivolto agli adolescenti; Il filosofo influencer. Togliersi i paraocchi e pensare con la propria testa (2020); per Gribaudo Instant Filosofia (2020) e Le 40 parole della filosofia (2021) e Il libro rosa della filosofia – Da Aspasia a Luce Irigaray, la storia mai raccontata del pensiero al femminile (2024). Dopo aver pubblicato nel 2025 Il bello tra le crepe – Manuale di riparazione della vita quotidiana, a inizio 2026 è uscito per Gribaudo La sublime arte del disordine – Filosofia dei calzini spaiati.
Qui i suoi articoli per ilLibraio.it.
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