“Il libro di Möbius” di Catherine Lacey racconta il prima, il dopo ma, soprattutto, tutto ciò che sta nel mezzo della fine di una storia d’amore sbilanciata e violenta. Un romanzo bifronte, da leggere da qualsiasi lato si voglia, che è anche il resoconto di una persona spaccata, alla ricerca di senso o almeno di sollievo. Un’opera consigliata dopo la fine di una relazione tossica (passato un po’ di tempo…)
C’è un momento, dopo la fine di una relazione, in cui anche gli oggetti cambiano funzione, tornando al proprio ruolo primario: quello di semplici oggetti inanimati.
La scorta di quindici confezioni di lenticchie comprate come salva cena per tutte quelle volte in cui nessuno dei due avrebbe avuto voglia di cucinare – e quindi emblema della fiducia in un futuro insieme – diventano solo tante scatole di lenticchie. Troppe scatole di lenticchie per una persona sola. Lo stesso vale per le scorte di sapone, di cannella macinata, di cereali per la colazione. Una cassetta degli attrezzi – la fiducia di poter riparare insieme ciò che si rompe – torna a essere una semplice cassetta degli attrezzi polverosa.
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Romanzo della fine di un amore
Della fine di un amore e della fine di tanti amori parla Il libro di Möbius di Catherine Lacey (SUR, nella traduzione di Teresa Ciuffoletti). Ma, soprattutto, questo romanzo, della stessa autrice di Biografia di X e Nessuno scompare davvero, narra di rapporti violenti, autoritari, prevaricanti. Di quei sentimenti devastanti in cui si rimane impigliati come in una ragnatela.
Un saliscendi emotivo che fa male ma fa anche tanto bene, o così si è convinti, e il male non sembra mai essere abbastanza per rinunciare a un bene così intenso e travolgente. E quindi la fine non arriva mai, proprio come in un nastro di Möbius, una superficie non orientabile dove interno ed esterno, e fine e inizio, non sono distinguibili.

Un libro che si può leggere in due direzioni
È ispirandosi a questa particolare superficie geometrica che Catherine Lacey costruisce un libro bifronte, che si può cioè leggere in due direzioni: da un lato una riflessione autobiografica sulla fine di una relazione, dall’altro una novella che segue la conversazione tra due vecchie amiche chiuse in un appartamento, con una macchia di sangue oltre la porta.
Due storie che sembrano autonome ma che, come suggerisce il titolo, si avvolgono l’una sull’altra fino a rendere difficile stabilire dove finisca la prima e dove inizi la seconda.
Quando una storia finisce resta il dolore, restano le lacrime, che come vomito sembrano voler strabordare in qualsiasi momento, resta quella sensazione di vuoto alla bocca dello stomaco che blocca l’appetito come una fermata dell’autobus vicino a un semaforo. Ma quando finisce una storia tossica o una storia violenta, tutto questo minestrone di dolore e nausea è amplificato.
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Ci si riconosce in questo libro, se si è stati lasciati almeno una volta nella vita da una persona egoriferita, che tuttavia si amava molto. Si riconoscono i meccanismi subdoli di chi tiene le fila della relazione, la sensazione di svilimento di chi la subisce, lo strazio che resta nonostante una piccola parte di sé abbia sempre saputo che quella decisione, che mai si avrebbe avuto la forza di prendere da soli, sia in realtà una liberazione.
Anch’io ero stanca di sentirmi dire che mi aspettavano tante cose belle in futuro, e sebbene alla lontana intuissi che era vero, non m’importava di quelle gioie future, perché il presente che stavo vivendo era così intenso che il futuro non mi significava niente. Non esisteva. Non esisteva affatto. In teoria era un bene, vivere nel qui e ora, ma quant’era triste constatare che vivere nel qui e ora mi veniva così facile da quando il mio presente somigliava a una città spazzata via da un tornado, neanche un cumulo di macerie, solo un cielo senza orizzonte, niente che aiutasse a orientarsi, nessun senso del nord.
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Lacey sa esattamente come ci si sente dopo la fine di una relazione, e sa come raccontarlo senza cedere al vittimismo o all’autocommiserazione. Con uno stile irriverente e fresco, e al tempo stesso con profondità emotiva, l’autrice compone un album narrativo di scorci di vita vera.

Catherine Lacey nella foto di Willy Somma
Parla di religione, sesso, amore, amicizia, violenza, spiritualità e lo fa come in un flusso di coscienza quasi disorientante. Un nastro di Möbius narrativo: una serie di spunti che non approda a nessuna conclusione. Ma che non deve averla. La fine di una relazione, così, diventa il punto da cui osservare tutto il resto – non per spiegarlo, ma per avere una panoramica su tutti gli altri aspetti della vita quando qualcosa si rompe.
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L’autrice non “spiega” il dolore
La capacità più evidente di Lacey, infatti, è forse quella di evitare un rischio frequente in molta autofiction contemporanea: quello di trasformare il dolore in spiegazione. Qui cause e motivazioni restano opache e spesso non vengono chiarite. Lo scopo, lo si comprende man mano che ci si immerge nella lettura, non è quello di raccontare una fine, ma di mostrare il processo attraverso il quale se ne prende coscienza.
Esattamente come in un nastro di Möbius, la consapevolezza della tossicità di alcuni rapporti e la forza per interromperli sembrano non arrivare mai. Così come il dolore che segue la fine di una relazione sembra non avere una fine o un senso.
Ma una fine c’è sempre, così come il senso di così tanto soffrire, o l’arrivo della consapevolezza. Si trovano nell’ultima pagina, o nel cuore del libro, o nella prima pagina a copertina capovolta. Si trovano, prima o poi. Il percorso per arrivarci – fatto di errori, perdita di punti di riferimento e senso di vuoto – è doloroso tanto quanto necessario. Ma la vera storia comincia solo a quel punto…
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Fotografia header: Catherine Lacey nella foto di Willy Somma