Daniele Michienzi (Loquendum), in libreria con “Latin Lover – Come una lingua di duemila anni fa può migliorare la tua vita nel XXI secolo”, riflette sulle nuove modalità dell’Esame di maturità, in particolare sulla discussa introduzione dell’indicatore per “per misurare la maturità dello studente”. Partendo dall’orazione per Cleio di Cicerone, legata alla vicenda del suo pupillo Marco Celio Rufo, l’autore (docente e divulgatore) sottolinea come sia importante “concedere qualcosa” a quell’età, “perché la giovinezza sia più libera e non prevalga sempre la ‘derecta ratio’, quell’essere mansuetamente sulla retta via che i commissari dovranno certificare con un voto…”
Deve essersi incazzato alla grande, Marco Tullio Cicerone, quando ha scoperto che il suo pupillo Marco Celio Rufo brigava con il depravato Catilina per rovesciare la Repubblica. E dire che Cicerone lo considerava un figlio. Celio era il tipico ragazzo di cui, a scuola, i professori dicono che “è intelligente ma non si applica” o, meglio, che è dotato di ingenium ma non sa ancora usare il consilium.
La parola latina ingenium indica letteralmente quello che hai dentro dalla nascita, il talento innato; il consilium ha a che vedere, invece, con la capacità di riflettere in maniera ponderata, e si acquisisce solo con l’esperienza. I pedagogisti di oggi la definirebbero “competenza trasversale”, ma il termine latino è molto più pregnante ed esatto, come al solito.
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La storia di “una naturale mancanza di maturità”
Cicerone aveva preso Celio sotto la sua ala per volontà del padre, un ricco cavaliere che voleva per il proprio figlio un tirocinium fori: una sorta di stage o “alternanza scuola-lavoro” da svolgere con il miglior avvocato sulla piazza.
Per tre anni Celio fu l’ombra di Cicerone: ne studiava le orazioni e osservava da un punto di vista privilegiato il mondo marcio della politica romana.
Era brillante: elucebat in eo vis quaedam ingenii et celeritas mentis (“brillavano in lui l’energia del talento e la velocità della mente”), dirà anni dopo il suo tutor. Peccato che quell’energia si fosse dissipata in fretta.
Forse stufo degli insegnamenti verbosi del mentore, Celio si fece ben presto affascinare dalle seduzioni di Catilina. Scoperta la congiura, Cicerone fece giustiziare i complici rimasti a Roma, mentre Catilina cadde in battaglia poco dopo. Celio fu sgridato severamente, ma Cicerone gli voleva bene e finì per perdonargli le sue marachelle perché, in fondo, “so’ ragazzi”.
Celio si trasferì poi al Palatino e si invaghì di una ricca vedova, Clodia, la celebre Lesbia di Catullo. Lei, che lo introdusse a un mondo di lusso sfrenato, tra feste in barca a Baia e banchetti orgiastici, era una donna forte e orgogliosa: quando Celio, incostante come al solito, si stancò di lei e la scaricò, lei non la prese con filosofia ma giurò vendetta e decise di distruggerlo.
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Nel 56 a.C. Celio bussò ancora alla porta del suo vecchio maestro, disperato per una serie di accuse gravissime, tra cui l’omicidio, mossegli da sicofanti istigati proprio da Clodia. Al processo, l’accusa avrebbe puntato tutto sull’immoralità del ragazzo. Cicerone reagì con una spietata e misogina character assassination all’indirizzo di Clodia, descrivendola come una perfida Medea, ma la cosa interessante è che poi spiegò ai giudici che la condotta del suo cliente era totalmente comprensibile se si considerava la sua naturale mancanza di maturità.
A proposito di maturità…
A proposito, anche quest’anno l’esame di maturità ha cambiato volto, tanto per cambiare. Visto che l’Europa ha erogato i fondi del PNRR, l’Italia doveva pur fare qualcosa per mostrare di voler davvero “combattere la dispersione scolastica e favorire l’accesso al mercato del lavoro”.
Così, tra isterie e scartoffie, sono nati l’e-portfolio e il “capolavoro”, strumenti di cui tutti parlano senza averci capito, spesso, un granché.
Figlia dei tempi è anche la griglia di valutazione pubblicata dal Ministero il 26 marzo 2026, che introduce un indicatore nuovo fiammante per misurare la maturità dello studente, con un numero che va dal livello 1 al livello 5. Quest’ultimo sarà assegnato solo a chi “ha raggiunto un elevato grado di maturazione personale e sa gestire responsabilità significative in modo esemplare per gli altri”.
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Mi chiedo come possa un docente avere la presunzione di valutare con un numero la “maturazione personale” di un allievo. Lo farà in base al “capolavoro” dello studente o alla sua autocertificazione di competenza? Ma cosa ne sa un docente, ad esempio, della capacità del ragazzo di “gestire responsabilità” fuori dalla scuola?
Nell’ottanta per cento dei colloqui con i genitori che ho svolto in questi anni, questi descrivono i figli come persone totalmente diverse rispetto a quelle che vediamo in classe. Senza scomodare Pirandello, siamo centomila persone diverse a seconda dell’occhio che ci osserva: figuriamoci allora quanto sia arduo valutare la maturità di un essere umano.
Se poi l’essere maturi, concetto che rimanda etimologicamente a un senso di compiutezza e di perfezione, è così fondamentale, siamo certi che al termine della quinta liceo si possa certificare l’avvenuta maturazione di una persona?
Maturiamo davvero automaticamente alla scadenza di un compleanno, come frutti su un ramo, o piuttosto, più umanamente, raggiungiamo quella pienezza in tempi e modi diversi? Questo non ci rende forse persone uniche e irripetibili invece che robot prodotti in serie?
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Siamo stati tutti “allegramente immaturi”
Cicerone dice ai giudici che se mai è esistito qualcuno capace di respingere ogni piacere per concentrarsi solo sul dovere, hunc mea sententia divinis quibusdam bonis instructum puto: “costui è fornito di doti divine”.
Qual è l’adolescente ideale, però, secondo la griglia del Ministero? Un semidio, capace di essere addirittura “esemplare per gli altri”. Lo stesso Cicerone diceva che virtù simili vix iam in libris reperiuntur, ovvero che non si trovano quasi più nemmeno nei libri. Celio era uno scapestrato, d’accordo. Ma gli mancava solo il consilium che arriva con l’età.
Chi pensa che i giovani di oggi siano meno maturi di quelli di ieri sono solo vecchi Catoni che hanno dimenticato la propria giovinezza o che, vedendosela sfiorire tra le mani, guardano con odio quella che sboccia altrove. Cicerone, per difendere il suo pupillo, ricorda anche che i più grandi uomini della storia hanno avuto giovinezze sbilenche e dissolute. Siamo stati tutti giovani e imperfetti, cioè allegramente immaturi.
“Si conceda qualcosa a quest’età”
Quindi detur aliquid aetati, dice Cicerone, “si conceda qualcosa a quest’età”, perché la giovinezza sia più libera e non prevalga sempre la derecta ratio, quell’essere mansuetamente sulla retta via che i commissari dovranno certificare con un voto.
Cicerone aggiunge: sit adulescentia liberior; non omnia voluptatibus denegentur, “vorrei che la giovinezza fosse più libera, e che non si negasse ogni spazio ai piaceri”.
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Ma ecco che i Catoni – sempre quelli di prima – arriveranno, accigliati, a dirmi che questo Cicerone, in fondo, sembra proprio un mollaccione, e che serve un ritorno alla disciplina, per Giove!
In realtà l’orazione per Celio, che è un capolavoro immortale della retorica giuridica mica per caso, contiene una risposta a tutte le obiezioni, compresa questa. L’arpinate, nel prosieguo del suo discorso, pur ammettendo la possibilità che i giovani possano godersi in santa pace i piaceri della loro età, li invita anche, allo stesso tempo, a essere onesti, rispettosi degli altri, a non dilapidare i patrimoni e a evitare di agire con violenza o di commettere reati.
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Al di fuori di questo, che è il minimo sindacale che dovremmo pretendere anche dagli adulti, il giovane può e deve tranquillamente sbagliare, perché solo dall’errore si impara e perché le passioni giovanili, le cupiditates, svaniranno da sole, quando arriverà il tempo.
Forse, come dice Cicerone, vivere gioiosamente e anche con una sana inconsapevolezza il periodo adolescenziale dell’immaturità e affidarsi alla possibilità di sbagliare è un trampolino fondamentale – questo lo diceva anche Popper – per diventare adulti più consapevoli e, scusate se è poco, anche più felici.
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L’AUTORE – Docente di latino e creatore del progetto social Loquendum, Daniele Michienzi, nato a Catanzaro nel 1985 e cresciuto a Milano, dopo anni di studio tra lettere, musica e comunicazione, ha scoperto la sua vera vocazione: insegnare il latino in modo creativo e accessibile.
Con la sua pagina Instagram divulga in chiave pop e ironica la cultura classica, fra traduzioni di canzoni sanremesi in latino e reel virali. Finalista per due anni di seguito al Campiello Giovani, con una menzione speciale nel 2007, è ora in libreria con Blackie Latin Lover – Come una lingua di duemila anni fa può migliorare la tua vita nel XXI secolo.
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Da Plauto a Ghali, da Cesare a Trump, il libro di Michienzi è “una dichiarazione d’amore per una lingua che non smette di vivere dentro di noi e un invito a guardarla con occhi nuovi”: perché non c’è rosae senza spine, ma neanche senza meraviglia…
In Latin Lover, l’insegnante e creator accompagna in un viaggio tra declinazioni, citazioni e meme, “per scoprire che il latino non è un relitto del passato, ma una chiave per capire il presente”.
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Fotografia header: Per la foto di Daniele Michienzi si ringrazia Blackie Edizioni