“Il liceo Classico è una scuola straordinaria. Quello che è molto meno straordinario è l’idea che sia l’unica capace di insegnare a pensare”. La riflessione di Enrico Galiano, insegnante e scrittore, che si inserisce nel dibattito sul costante calo delle iscrizioni al Classico: “”Non è il latino in sé a essere magico, lo è il confronto con strutture linguistiche diverse…”
Ogni anno, fra febbraio e marzo, escono i dati sulle iscrizioni alle scuole superiori. Puntuale come le tasse, o il raffreddore nel weekend, arrivano i terribili proclami di disfatta, i dove andremo mai a finire signora mia e i canti funebri sui tempi cupi che stiamo attraversando.
Nell’inverno del nostro scontento a farla da padrone sono le percentuali di iscritti al Liceo Classico, a quanto pare in costante calo. Ed è lì che le voci costernate si alzano, tutte sempre d’accordo su un punto fisso: eh, però, il Classico è la scuola che ti forma la mente!
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Ora. Che latino e greco siano due materie toste, che impongono una disciplina e un rigore importanti, nessuno lo nega; che starsene due ore a cercare di interpretare un duale o una perifrastica siano vigorose ginnastiche mentali, possiamo ammetterlo tutti con serenità.
Quello che forse dovremmo smettere di fare è dire che solo così si forma davvero il pensiero critico. Che diventa quindi una specie di strada obbligata: o passi da Cicerone e Aristotele, altrimenti sei destinato a non saper pensare davvero con la tua testa.
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Ecco, no.
La ricerca educativa dice una cosa più semplice e meno mitologica: il pensiero critico non nasce da una materia specifica, ma dal tipo di attività cognitive che metti in pratica.
Analizzare, confrontare, interpretare, argomentare. Sono processi mentali che puoi allenare traducendo Tucidide, certo: ma anche risolvendo un problema di fisica, progettando un circuito elettronico, interpretando un testo giuridico o programmando un algoritmo.
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Gli studi di linguistica e psicologia cognitiva mostrano anche che studiare lingue strutturalmente lontane dalla propria produce effetti simili a quelli attribuiti tradizionalmente al latino: aumenta la consapevolezza grammaticale e la capacità di riflettere sul linguaggio. È per questo che molti sistemi educativi attribuiscono lo stesso valore formativo allo studio di lingue come il cinese o il giapponese.
“Non è il latino in sé a essere magico: è il confronto con strutture linguistiche diverse”
Capito? Non è il latino in sé a essere magico: è il confronto con strutture linguistiche diverse.
E poi c’è un altro piccolo dato che spesso viene dimenticato.
Quando si guardano le carriere universitarie, il vantaggio degli studenti del Classico esiste, ma si concentra soprattutto nelle facoltà umanistiche. Nelle facoltà scientifiche, tecniche o economiche, gli studenti provenienti dallo scientifico o dagli istituti tecnici spesso hanno risultati accademici uguali o migliori. Non è un giudizio di valore: è semplicemente il segno che ogni percorso prepara meglio ad alcune competenze rispetto ad altre.
Letture originali da proporre in classe, approfondimenti, news e percorsi ragionati rivolti ad adolescenti.
Una cosa che fa abbastanza sorridere è che, nove volte su dieci, queste dichiarazioni sconfortate sul Classico come unica grande palestra della mente arrivano da diplomati al Classico. Che forse li avrà resi delle spade nelle facoltà umanistiche, ma non tanto in quelle dove è importante l’osservazione dei fatti e la verifica.
“Anche nella scuola professionale la mente si forma eccome”
Perché anche nella scuola professionale, che spesso viene guardata con sufficienza, quasi come una scuola di serie B, la mente si forma eccome. Progettare un impianto elettrico, diagnosticare un motore, programmare una macchina a controllo numerico richiede ragionamento, ipotesi, verifica, capacità di risolvere problemi.
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In altre parole: pensare non è una prerogativa dei declinatori di participi.
È una capacità che si allena ovunque qualcuno ti chieda davvero di capire, collegare, mettere alla prova le idee.
Il liceo Classico è una scuola straordinaria. Quello che è molto meno straordinario è l’idea che sia l’unica capace di insegnare a pensare. Se fosse davvero così, dovremmo concludere che il 95% degli italiani non ha mai imparato a usare la propria testa.
Ecco, forse prima di dirlo dovremmo fare un piccolo esercizio di logica.
L’AUTORE – Enrico Galiano, insegnante e scrittore friulano classe ’77, in classe come sui social, dove è molto seguito, sa come parlare ai ragazzi.
Dopo il successo di romanzi (tutti usciti per Garzanti) come Eppure cadiamo felici, Tutta la vita che vuoi, Felici contro il mondo, e Più forte di ogni addio, ha pubblicato un libro particolare, Basta un attimo per tornare bambini, illustrato da Sara Di Francescantonio. È poi tornato al romanzo con Dormi stanotte sul mio cuore, e sempre per Garzanti è uscito il suo primo saggio, L’arte di sbagliare alla grande. Con Salani Galiano ha quindi pubblicato la sua prima storia per ragazzi, La società segreta dei salvaparole. Ed è poi uscito, ancora per Garzanti, il suo secondo saggio, Scuola di felicità per eterni ripetenti. Dopo il romanzo Geografia di un dolore perfetto, è tornato in libreria con Una vita non basta, e ha poi pubblicato con Salani il ultimo libro per ragazzi, L’incredibile avventura di un super-errore. Con Garzanti nel 2025 è poi uscito il romanzo Quel posto che chiami casa.
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