“La città del sole” è uno dei libri per adulti scritti da Tove Jansson (1914 – 2001), creatrice dei Mumin, raro esempio di profonda ironia nella letteratura del Nord Europa. I protagonisti di questa storia sono un gruppo di pensionati che hanno scelto di trascorrere gli ultimi anni delle loro vite “tra le brezze oceaniche e le dolcezze di un mondo fatto su misura per loro”. L’ambientazione è la pensione Butler Arms di St. Petersburg, Florida. Le vite comiche e, insieme, semplici di questi anziani personaggi diventano l’occasione per interrogarsi su alcune delle più grandi questioni umane: chi siamo e che senso ha tutto questo? E soprattutto: basterà una vita intera per capirlo?
La città del sole è un archetipo.
Un posto dove fa sempre bello, dove i venti gradi sono la temperatura minima e dove, possibilmente, ci siano mare ed eterne spiagge di sabbia dove passeggiare con andatura lenta e dinoccolata. Le città del sole sono i luoghi ideali per trascorrere la pensione, nonché esattamente i luoghi dove abitiamo nei nostri sogni.
Sono città del sole Kennebunkport, nel Maine; Cap d’Antibes, in Costa Azzurra; Cascais, a pochi chilometri da Lisbona. Oppure, per rimanere più in prossimità, molti borghi della Liguria.
La città del sole è un archetipo
Tra questi paradisi della vecchiaia c’è anche St. Petersburg, la città della Florida raccontata da Tove Jansson (Helsinki, 9 agosto 1914 – 27 giugno 2001) nel suo libro La città del sole (Iperborea, traduzione di Alessandra Scali).

“A St. Petersburg, in Florida, dove fa sempre caldo e lungo il mare azzurro corrono boulevard costeggiati di palme, le strade sono larghe e diritte, e le abitazioni circondate da siepi e alberi lussureggianti. A St. Petersburg ci sono più parrucchieri che in qualunque altro posto, abilissimi a realizzare piccoli ricci vaporosi di sottili capelli bianchi. Le signore passeggiano sotto le palme con le loro teste candide e ricciolute; gli uomini invece non sono altrettanto numerosi. Nelle pensioni ognuno ha una stanza per sé, o la divide con un’altra persona, alcuni per trascorrere un breve periodo nel clima salubre e temperato, la maggior parte per tutto il tempo che resta loro da vivere”.
Tove Jansson racconta così l’ambientazione del suo libro, luogo in cui abitano anziani in salute, perfettamente in grado di godere della loro pensione facendo la maglia o l’uncinetto, giocando, costruendo e distruggendo puzzle, dandosi al bricolage o, semplicemente, passeggiando tra spiagge e negozi.
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Personaggi singolari, accomunati dallo stesso desiderio
St. Petersburg, così, e in particolare la pensione Butler Arms, è casa di personaggi singolari, diversi tra loro ma accomunati dallo stesso desiderio di trascorrere i loro ultimi anni di vita “tra le brezze oceaniche e le dolcezze di un mondo fatto su misura per loro”.
C’è Miss Peabody che fa di tutto per farsi accettare e millanta una vincita alla lotteria; c’è Mrs Morris che nasconde un passato da pianista dietro il suo terrore per la musica; c’è Mr Thompson che combatte la noia con scherzi degni di un bambino e stroncature a margine dei libri; c’è Mrs Rubinstein che scrive al figlio lettere crudeli che non spedisce mai e ci sono la domestica Linda e il suo compagno Joe, unici giovani in un mondo di vecchi, che attendono il ritorno del Messia.
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Detta così, la pensione Butler Arms sembra un po’ Il bar sotto il mare di Stefano Benni (Feltrinelli), un luogo dove l’umanità si incontra e si scontra facendo emergere – attraverso gesti banali, quotidiani e spesso tragicomici – le più grandi profondità della vita.
Come scrive con puntualità la quarta di copertina di La città del sole: “Attraverso la lente della vecchiaia e una galleria di personaggi memorabili, con battute degne di attori in scena, si interroga sulle grandi questioni umane: chi siamo e che senso ha tutto questo? E soprattutto: basterà una vita intera per capirlo?”.
La creatrice dei Mumin
Siamo di fronte a profondità vere, qui. E, in effetti, Jansson si dimostra bravissima nell’esercizio di raggiungere complessità enormi attraverso una trama e un linguaggio pieni di leggerezza. Sarà che la sua carriera da autrice è decollata grazie alla scrittura per l’infanzia, arte in cui è necessaria una maestria rara nell’arrivare al profondo attraverso la semplicità.
Tove Jansson, infatti, è la creatrice dei Mumin, buffe creature a metà tra ippopotami e troll (decisamente più carini rispetto a quegli esseri capelluti con grandi nasi a cui ci ha abituato la mitologia nordica).
I Mumin sono panciuti, simpatici e sono i protagonisti di una serie di libri illustrati proprio da Tove Jansson tra il 1945 e il 1993. Soprattutto, i Mumin sono esseri di enorme successo, pubblicati e tradotti ancora oggi in oltre cinquanta lingue e adattati anche per fumetti, cartoni animati, serie televisive, spettacoli teatrali, videogiochi e molto altro.
Benché Tove Jansson abbia raggiunto la sua fama (ed evidentemente anche la sua ricchezza) grazie ai Mumin e alla scrittura per l’infanzia, l’autrice e pittrice finlandese di lingua norvegese ha dedicato parte della sua scrittura anche all’età adulta. La città del sole è parte di questa seconda anima della sua produzione.
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Un’ironia molto potente
Resta, però, anche nella sua scrittura “per grandi”, un’ironia molto potente – la stessa dei Mumin, la stessa che si intravvede nelle poche righe citate qui sopra e la stessa che, ancora una volta, torna ad accostarla a Benni, almeno nei miei riferimenti letterari.
È un’ironia, quella di Jansson, per niente comune tra gli scrittori del Nord Europa. Non a caso, Emilia Lodigiani – fondatrice della casa editrice Iperborea e responsabile di aver portato Tove Jansson in Italia – racconta: “Tove Jansson è stata l’autrice che mi auto-regalavo ogni tanto, quando avevo momenti di depressione, magari anche in seguito alla lettura di tanti nordici molto – io non amo dire cupi, ma insomma – molto profondi come studio delle difficoltà umane, sia psicologiche che nelle vite. Un auto-regalo”. Questo racconto Emilia Lodigiani lo fa all’interno del podcast Tove – Vita e opere di Tove Jansson, prodotto proprio da Iperborea e realizzato da Laura Pezzino.
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Nel catalogo di Iperborea, Tove Jansson non è l’unica autrice a scrivere con ironia anche se, come racconta Lodigiani, se cerchiamo libri “da ridere” probabilmente è più conveniente guardare fuori dal Nord Europa.
Tuttavia, anche Björn Larsson ha un suo sarcasmo, specie in Filosofia minima del pendolare (Iperborea, traduzione di Andrea Berardini); o Halldór Laxness in Il paradiso ritrovato (Iperborea, traduzione di Alessandro Storti) o Piccoli suicidi tra amici, del maestro dell’umorismo nordico Arto Paasilinna (Iperborea, M. A. Iannella, N. Rainò).
Figlia di un padre scultore e di una madre illustratrice
La lingua energica e travolgente di Tove Jansson arriva evidentemente anche dalla forma della sua vita, altrettanto energica e travolgente.
Figlia di un padre scultore e di una madre illustratrice che si incontrano in una Parigi di inizio ’90, Tove appartiene alla minoranza finlandese di lingua svedese.
Cresce tra una vivace casa-atelier a Helsinki e un solitario e avventuroso isolotto dell’arcipelago finlandese, Klovharun. Studia pittura prima a Stoccolma, poi a Helsinki e infine a Parigi. Della sua vita e delle sue opere hanno parlato anche Ludovica Lugli e Giulia Pilotti in una puntata del podcast Comodino di Il Post.
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A questo punto, sarà chiara la straordinarietà di Tove Jansson e dei suoi personaggi che, come scrive l’autrice stessa, sembrano urlare: “In fondo, quello che conta è questo: non stancarsi mai, non cadere nell’indifferenza, non perdere l’interesse né la propria inestimabile curiosità – sarebbe come arrendersi alla morte” (da Fair Play, Iperborea, traduzione di Katia De Marco).
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