Chanel, Gucci, Valentino. E ora anche Marc Jacobs, Brunello Cucinelli e Donatella Versace (per di più presenti tutti in carne e ossa sulla scena): il pantheon della moda torna a sfavillare ne “Il Diavolo veste Prada 2”, l’attesissimo sequel della dramedy del 2006 (ormai diventata cult) con la regia di David Frankel, che dietro la sua coltre di copertine patinate ed eventi esclusivi ci racconta come sono cambiati nel tempo Andy, Miranda, Nigel ed Emily – e a quali trasformazioni, intanto, è andato incontro anche il giornalismo…

Una donna che si lava i denti, una veduta aerea di New York, poi il traffico della Grande Mela che non risparmia né rider né CEO: Il Diavolo veste Prada 2 si apre come il cult che lo ha preceduto vent’anni fa, diretto a sua volta da David Frankel e ispirato all’omonimo romanzo di Lauren Weisberger.

E tuttavia, nel frattempo, una rivista del calibro di Runway non ha più un’edizione cartacea (in compenso vanta un team delle risorse umane attentissimo al politically correct), ha milioni di utenti social pronti a scatenare gogne mediatiche un giorno sì e l’altro pure, e basa sull’engagement il valore di tutti i suoi articoli, concordati sempre più spesso con facoltosi inserzionisti pubblicitari.

Forse insomma, nel giornalismo di moda e non solo, è cambiato tutto. O forse, in verità, non è cambiato niente

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Il Diavolo veste Prada 2, tra nuove icone e sabotaggi

La locandina del film Il Diavolo veste Prada 2

L’attesissimo ritorno sul grande schermo di Meryl Streep, Anne Hathaway, Stanley Tucci ed Emily Blunt nel Diavolo veste Prada 2 (un successo al botteghino, anche in Italia) si lega fin da subito a questa ambivalenza – proponendoci peraltro una rassegna di magnificenti look, cameo e scorci urbani (con Lady Gaga che firma, canta e balla una colonna sonora nel complesso gradevole), pur optando in parallelo per un insolito sviluppo dei personaggi.

L’esempio più evidente è forse quello di Miranda, che da antagonista granitica si trasforma in una fragile boomer a cui è scivolato via il controllo della situazione, se non addirittura in un’iconica protagonista – tant’è che è per lei che facciamo il tifo (insieme al suo nuovo e affettuoso compagno!) quando la Elias-Clarke Publications rischia di finire nelle mani del magnate tecnologico Benji Barnes, pronto a smantellarne il prestigio con la nonchalance di chi vuole solo lanciare razzi nello spazio e mettere su più massa muscolare.

Per non parlare di Emily, ora brand manager di Dior, che è rimasta scottata dai suoi trascorsi con Miranda al punto da sentirsi pronta a sabotare qualunque cosa (inclusa sé stessa e le sue relazioni) per dimostrare al mondo che sarebbe un’ottima Global Head of Content… E Andy?

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“Ho Stoccolma in linea, rivuole la sua sindrome”

La copertina dei libri Il Diavolo veste Prada e La vendetta veste Prada di Lauren Weisberg, da cui sono stati tratti i film Il Diavolo veste Prada e Il Diavolo veste Prada 2

La copertina dei romanzi di Lauren Weisberger (editi in Italia da Piemme e tradotti rispettivamente da Roberta Corradin e da Valentina Daniele) da cui sono stati tratti i film “Il Diavolo veste Prada” e “Il Diavolo veste Prada 2” (quest’ultimo solo liberamente ispirato a “La vendetta veste Prada”)

Andy ha girato il mondo per quindici anni, occupandosi di inchieste che le sono valse più di un premio alla carriera, ma davanti alla scrivania di Miranda retrocede al suo vecchio atteggiamento: goffo, spaurito e un po’ troppo enfatico.

Si aspetta il peggio da Miranda e ci rimane quasi male quando il peggio non arriva, pur riprendendo a lamentarsi con Nigel dei pochi “feedback costruttivi” che riceve dalla sua superiore, quando viene assunta come features editor per risollevare in extremis la reputazione del periodico.

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Intraprende con un restauratore una liaison approfondita poco e male, rimanda alle calende greche la stesura di un libro scandalistico su Miranda che le frutterebbe centinaia di migliaia di dollari e, benché sia mossa dalle migliori intenzioni, si impantana in un arbitrario tentativo di salvare Runway durante la Milano Fashion Week, mettendo la testata e Miranda più in pericolo che mai.

Sindrome di Stoccolma o istinto di sopravvivenza? Quale che sia la risposta, per gran parte del Diavolo veste Prada 2, Andy sembra deviare dall’arco narrativo a cui alludevano le ultime scene del primo film.

Un epilogo che è “effettivamente ceruleo”

Nel finale del sequel, in ogni caso, al netto di alcuni dialoghi perfettibili (anche in termini di traduzione e doppiaggio), la sceneggiatura di Aline Brosh McKenna le riserverà un riscatto toccante e “ipercalorico”.

Magari aveva superato certi traumi meno di quanto credesse, o magari aveva giusto bisogno di andare incontro a un’ultima caduta prima di reinfilarsi nel golfino ceruleo da cui tutto aveva avuto inizio, rivolgendo a Miranda il primo sorriso sicuro di sé.

Illustrazione di un test a tema "Quale personaggio de Il Diavolo veste Prada sei?"

Sta di fatto che il suo “lavoro dei sogni“, dopotutto, Andy potrà dire di averlo raggiunto. Senza dover uccidere un milione di ragazze, rinunciare in toto alla sua vita personale o reagire con supponenza quando poi – dopo tanta dedizione e sacrifici – otterrà la posizione e la stima a cui ambiva.

Un po’ come Nigel, l’eterno invisibile, che se ne sta stoicamente in disparte finché Miranda non riuscirà a interfacciarsi con lui senza corna e senza aureola, dandogli da pari a pari il riconoscimento che avrebbe meritato da sempre per il suo incrollabile lavoro di squadra.

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Il nuovo “diavolo” del Diavolo veste Prada 2

Considerando però che, piaccia o meno, nel Diavolo veste Prada 2 l’ufficio di Miranda resterà della “classica” Miranda (ormai conscia del fatto che determinati traguardi si paghino a caro prezzo), e che oltre quella soglia troveremo l’ennesima prima assistente oberata di responsabilità e l’ennesimo secondo assistente bistrattato giorno e notte, viene da chiedersi se là fuori, al di là del quartetto del film, qualcuno voglia ancora “essere noi”.

Perché forse il “diavolo” di parte del giornalismo degli ultimi anni non è più un singolo role model negativo, e nemmeno la minaccia di qualche IA, bensì una forza più subdola e respingente. Quella di certi piani alti che si curano meramente del profitto aziendale, senza svecchiare davvero la mentalità workaholica che sotto sotto contribuisce a preservare il solito establishment – almeno finché la distanza tra alcuni approcci d’antan e i radicali cambiamenti in atto non farà precipitare consensi, reach e ricavi, portando a improvvisare tagli al personale o a vendere alla cieca (e quanto prima) l’intera baracca al migliore offerente.

Eppure, grida Andy quando viene licenziata in tronco dal quotidiano per cui era ingaggiata prima di fare ritorno a Runway, “il giornalismo è ancora importante“, e l’unica chance che abbiamo per non vederlo collassare è continuare a credere che – nonostante tutto – abbia ragione lei. E che qualcuno, nelle sale cinematografiche come nella vita, continuerà a rendergli onore convogliando l’eredità di un passato complesso e gli investimenti dei tycoon del futuro verso una terza via più etica e consapevole, in cui avere “expertise” equivarrà a spendersi volentieri per il proprio mestiere, ma venendone anche (ri)pagati appieno. Nel bello e nel cattivo tempo.

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