Dopo la vittoria del Premio Nobel per la Letteratura, László Krasznahorkai torna con un romanzo sulla vita, la natura e l’amicizia. “La sicurezza della nazione ungherese” è un romanzo fluviale, rizomatico, in cui realtà e finzione si confondono, e i due protagonisti – un entomologo e uno scrittore – cercano di rispondere alla domanda fondamentale: “Perché la vita si ostina a vivere?”

Nelle Lezioni di Francoforte di Ingeborg Bachmann (1926-1973), dal titolo Letteratura come utopia (Adelphi, traduzione di Vanda Perretta), la scrittrice austriaca afferma che “la prima e la più grave tra le domande (…) su cui ogni scrittore deve prendere posizione, è quella che riguarda la giustificazione della sua esistenza. (…) Perché scrivere? A quale fine?“.

Perché la vita vuole così tanto vivere?

Con il suo nuovo libro, il primo pubblicato dopo la vittoria del Nobel per la Letteratura, László Krasznahorkai sembra quasi riprendere questo inevitabile quesito e portarlo su un piano biologico (ed esistenziale): perché esiste la vita? Perché la vita vuole così tanto vivere?

E lo fa attraverso due personaggi bizzarri che rispondono e divagano, o forse è meglio dire che rispondono proprio divagando: da un lato un entomologo specializzato in lepidotteri, András Papp, e dall’altro uno scrittore trasandato e ossessionato, László Krasznahorkai.

Realtà e finzione si confondono

La sicurezza della nazione ungherese

La sicurezza della nazione ungherese (Bompiani, traduzione di Dóra Várnai) è un romanzo dall’andamento quasi rizomatico, in cui la narrazione si ripiega su sé stessa, mentre realtà e finzione si confondono: quella descritta è una sorta di dimensione-specchio in cui Krasznahorkai è tanto autore quanto personaggio (un uomo definito “un logorroico inarrestabile”), e il pessimismo che circonda certe parti è bilanciato dall’ironia e dal grottesco che caratterizzano le altre.

Per provare a entrare nella storia, allora, è bene partire dal suo centro, e non dall’inizio, perché è lì che ci viene presentata una quercia secolare da cui si irradia ogni discorso. Un albero di oltre duecento anni che si innalza con i suoi rami enormi verso l’alto ma che, d’un tratto, suggerisce al suo primo osservatore – lo scrittore – e di conseguenza anche a chi legge, che tanto si prolunga verso il cielo tanto cresce nel verso opposto. Con lunghe e poderose radici che rendono stabile quella quercia. Ed è in quel radicamento sotterraneo e invisibile che si manifesta tutta l’ostinazione della vita.

Tra pensieri “fluviali” e lepidotteri

Di capitolo in capitolo, tutti composti da un’unica interminabile frase, il Krasznahorkai-narratore offre i pensieri “fluviali” (ovviamente) dei suoi due protagonisti, ognuno attore di un proprio spettacolo tragicomico, la loro vita e, grande filo conduttore della storia, una trattazione al limite del saggistico sui lepidotteri. Sfuggevoli proprio come la risposta, almeno per molte pagine, alla domanda iniziale.

E così il romanzo riflessivo e filosofico mostra un lato avventuroso e umano: i due uomini, soli e ordinari, si ritrovano in un rapporto che tende all’amicizia, tra discorsi strampalati, ripetizioni che rendono con efficacia l’ossessività dei parlanti, e divagazioni che si spingono fino al fiume di Eraclito e al celebre What is Life? di Erwin Schrödinger.

L’indagine filosofico-scientifica sembra arrivare a un punto fermo…

Ma torniamo al punto di partenza, quel grande “perché” che circonda la vita. Lo scrittore classe ’54 non offre semplici soluzioni. E quando l’indagine filosofico-scientifica sembra arrivare a un punto fermo, tutto cambia.

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Non è la Natura – e quindi anche l’umanità – a essere ostinata e a scegliere di vivere, bensì è il contesto, l’ambiente, gli eventi stessi a decidere di noi e di quel che accade. Tanto che ogni cosa, compreso il romanzo stesso, è imprevedibile e inevitabile.

I dubbi del Krasznahorkai-personaggio

Tra ipotesi e verità celate, il Krasznahorkai-personaggio riesce anche a incarnare i dubbi di uno scrittore non più giovanissimo, sovrapponendosi, con la sua impossibilità di afferrare davvero il pensiero, al Lord Chandos di Hugo von Hofmannsthal, quando nella sua Lettera afferma di aver “perduto del tutto la facoltà di pensare o parlare coerentemente su qualsiasi argomento”.

László Krasznahorkai, foto di Szilagi Lenke

László Krasznahorkai (nella foto di Szilagi Lenke) al Salone del Libro di Torino ha ricevuto il Premio Letterario Internazionale Mondello per la Sezione Autore Straniero

È probabile che un po’ si senta così anche chi legge, obnubilato dallo stile dello scrittore ungherese, intrappolato dal ritmo delle molte parole (“La melodia per me è fondamentale. Sono ossessionato dalla bellezza, anzi completamente indifeso davanti alla bellezza”, ha affermato al Salone del Libro di Torino).

Ma è pur certo che il romanzo lascerà una sensazione straniante e ipnotica, capace di cambiare, almeno per un poco, il modo in cui guardiamo querce, farfalle e la vita stessa…

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Fotografia header: László Krasznahorkai (nella foto di Szilagi Lenke)

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