L’amore come forma di controllo reciproco, la cura come possesso, e la colpa come unico modo che “Madre e figlia” hanno trovato per essere davvero insieme. Tra le più importanti autrici del secondo ‘900 italiano, Francesca Sanvitale (1928-2011) è stato finalista al Premio Strega con questo romanzo, che ha anticipato di molti anni l’auto-fiction, e che ora viene riproposto da nottetempo con la prefazione di Rossella Milone. Un’indagine su cosa significa non riuscire a raccontare, dalla struttura frammentata e onirica. Un libro che non si lascia consumare…
Madre e figlia di Francesca Sanvitale, scritto nel 1980 e ora restituito alla lettura da nottetempo con una prefazione di Rossella Milone, è un libro che non si fida di sé stesso.
E questa, che potrebbe sembrare una debolezza, è invece la sua forma più precisa di onestà.
Un libro che non si fida di sé stesso…
A un certo punto la voce narrante si ferma, nel mezzo del racconto, e ammette: “Quando entro nel buio del sonno, di colpo, ‘conosco’ che è lì il grande antro enigmatico dal quale con fatica dovrei estrarre dati, poiché è lì che sta annidato, appare e scompare, il significato della mia vita, e quindi anche di Sonia e di Marianna. Invece non faccio questa fatica. Di conseguenza mi vergogno a tornare su meschini tentativi”.
È una confessione che un romanzo costruito per rassicurare il lettore non si permetterebbe mai.
Sanvitale si interrompe, si smonta, si accusa. E poi va avanti. Quella vergogna è la struttura stessa del romanzo.
La storia, nella misura in cui si può chiamare storia, è questa: Marianna, contessina di famiglia parmense caduta in povertà, ha una figlia illegittima da un ufficiale sposato. La figlia si chiama Sonia. Le due vivono insieme per tutta la vita, in una serie interminabile di traslochi, pensioni, città diverse, mentre la guerra entra e esce dal campo visivo come un temporale che non smette mai del tutto. Marianna muore. Sonia resta.
Un romanzo organizzato intorno alla colpa
Ma raccontarlo così è già un tradimento verso il libro, un’approssimazione, perché Madre e figlia non è organizzato intorno agli eventi: è organizzato intorno alla colpa. Non come tema, come scheletro. Come aria.
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C’è un gesto che Sanvitale ripete, in modi diversi, lungo tutto il romanzo: una delle due donne fa (o non fa) qualcosa e poi si trova a portarne il peso per anni, decenni, senza che quel peso si alleggerisca mai del tutto. Marianna non porta la fede al dito perché “sentiva di non meritare nulla”, nonostante avesse cresciuto da sola quella figlia, avesse conosciuto la miseria e la povertà.
Sonia, dal canto suo, si indebita fino all’osso per tenere la madre in cliniche di lusso, circondarla di specialisti, vestirla bene e intanto si vergogna di truccarsi davanti allo specchio mentre la madre soffre: “Dopo, tutti questi minuti li pagò uno a uno con la vergogna di sé”.
Quello che mi colpisce non è la colpa in sé, ma la funzione relazionale attribuitale.
La colpa non è il contrario dell’amore: è la sua lingua
Tra Marianna e Sonia la colpa non è il contrario dell’amore: è la sua lingua. Il modo in cui si dicono che tengono l’una all’altra è continuare a sentirsi in debito. Non è patologia, o almeno, non solo. È una grammatica affettiva che si eredita, che passa di corpo in corpo come si passa un tratto somatico.
Sanvitale lo mostra senza spiegarlo, senza offrire distanza critica, perché lei stessa – autrice, narratrice, personaggio a tratti sovrapposto a Sonia – vive di quella stessa grammatica cui risulta inseparabile.

Francesca Sanvitale (1928-2011) è nata a Milano, e ha vissuto a Firenze e poi a Roma. Tra le più importanti autrici del secondo ‘900 italiano, ha scritto i romanzi Il cuore borghese (1972), Madre e figlia (1980), L’uomo del parco (1984),Verso Paola (1991), Il figlio dell’Impero (1993), L’ultima casa prima del bosco (2003), L’inizio è in autunno (2008), molti dei quali sono stati tradotti in Germania, Francia, Spagna e Portogallo. Madre e figlia, ora riproposto da nottetempo con la prefazione di Rossella Milone, è stato finalista al Premio Strega
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La scena più feroce del libro sta nelle pagine che raccontano la notte in cui Marianna sta morendo. Sonia lo sa eppure si addormenta. E quando torna al capezzale e toglie il respiratore, Marianna ha un ultimo sussulto: “Con una scossa violenta la madre, risvegliata e fulminata da un urlo muto chiuso dentro di sé e primo e ultimo della vita, quasi venendo dall’altro mondo, sollevò la testa, sbarrò gli occhi e aprì la bocca in uno spasimo di desiderio per l’aria che la figlia le rifiutava“.
Sonia si convince di aver causato la morte della madre
Sonia si convince di aver causato la morte della madre. Di aver tolto, con la sua decisione (consapevole? Inconsapevole? Il romanzo non scioglie il nodo) la volontà che la teneva in vita.
È una scena impossibile da leggere senza frantumarsi. Non perché sia drammatica nel senso convenzionale, ma perché condensa tutto ciò che il libro ha costruito: l’amore come forma di controllo reciproco, la cura come possesso, e la colpa come unico modo che queste due donne hanno trovato per essere davvero insieme.
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Il romanzo è anche, e forse soprattutto, un’indagine su cosa significa non riuscire a raccontare.
La voce narrante lo dichiara apertamente: non riesce a tenere il filo cronologico, non ricorda se era il ’38 o il ’39, “Gettare l’ancora su un fondo che ho perso, che non vedo; su una sabbia alluvionata che ha cambiato fondale”: è un’impresa inutile, eppure non smette di provarci. Questa struttura frammentata, onirica, capace di passare senza avviso dalla fanciullezza di Marianna a cavallo del secolo alle corsie di ospedale del dopoguerra è la forma che il trauma prende quando prova a raccontarsi: la memoria non funziona per capitoli.
Ciò che resta è l’intensità emotiva
Ciò che resta, quando la consecutio logica cede, è l’intensità emotiva.
Il corpo di Marianna – giovane, invecchiato, malato, morente – è scritto con una cura che sfiora l’ossessione: “Amo il suo corpo anche vecchio, anche morto, anche decomposto. Solo il corpo di mia madre è per me un corpo d’amore”. Non è incesto, non è follia: è qualcosa di più arcaico, il riconoscimento della carne da cui si è venute, l’impossibilità di separarsi davvero da chi ci ha messo al mondo.
Madre e figlia è stato pubblicato per la prima volta in un momento in cui la letteratura italiana faticava a trovare spazio per questo tipo di scrittura verticale, autoreferenziale, refrattaria alla trama senza classificarla come scrittura “minore” o “femminile” nel senso sminuente del termine.
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Rileggerlo adesso, dopo decenni, dopo Ernaux, dopo le autrici che hanno fatto dell’auto-fiction una forma legittima e riconosciuta, significa accorgersi che Sanvitale era già là, con quarant’anni di anticipo, a fare esattamente quella cosa: usare la propria vita come materiale grezzo, trasformarla senza edulcorarla, restituirla al lettore non come confessione ma come architettura.
Il risultato è un romanzo che non si lascia consumare, che lascia qualcosa di irrisolto. Come si conviene a qualunque cosa abbia avuto a che fare con una madre.
L’AUTRICE – Ilaria Padovan è in libreria per Pidgin Edizioni con Marla, il suo primo romanzo. Collabora con diverse riviste, tra cui Limina, Il Tascabile, The Vision, minima&moralia e Treccani Lingua italiana.
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Fotografia header: Francesca Sanvitale nella foto di Jerry Bauer