Nel corso dei secoli è stato accusato e censurato, oggi è il genere letterario più popolare. Nella raccolta di saggi, in parte inediti, “Il romanzo sotto accusa (per non parlare dei versi)”, Walter Siti si interroga sull’evoluzione del romanzo (e della sua percezione, critica e non solo), oggi diventato “un luogo sicuro, inclusivo, che si autocensura”, e si chiede se gli scrittori possano esistere opponendosi alle “retoriche mainstream, sorprendendo sé stessi”. C’è anche spazio per la poesia, per i testi dei trapper e per l’impatto dell’AI sulla scrittura. Su ilLibraio.it proponiamo uno dei testi , dal titolo “Il romanzo sotto tutela? L’ora della Trivialliteratur”, in cui l’autore di “Troppi paradisi” e “Scuola di nudo” scrive: “Mentre la Storia ricominciava a correre, il Romanzo Serio si è ritrovato in una riserva indiana, o in una trincea, o forse in una bolla da cui partono sporadici lampi…”
Nel corso dei secoli è stato accusato. È stato discusso. Censurato. Bandito. Il romanzo ha visto creare attorno a sé, sin dalla sua nascita, dibattiti e processi. Con il tempo è diventato il genere più frequentato dai lettrici e dai lettori, ma è ancora capace di produrre “una bellezza autentica e imprevedibile”? Arriva a interrogarsi sull’argomento lo scrittore Walter Siti, curatore delle opere di Pasolini ed ex docente universitario, che pubblica con Rizzoli la raccolta di saggi Il romanzo sotto accusa (per non parlare dei versi).
Lo scrittore e saggista modenese, vincitore del Premio Strega nel 2013 con Resistere non serve a niente, porta avanti un’indagine – “provocatoria e spudorata” – sulla parabola di questo genere letterario (con alcune incursioni anche nella poesia): attraverso saggi e articoli (alcuni dei quali inediti), il critico esplora il percorso effettuato dal romanzo, passato dall’essere strumento “dalla parte del Diavolo” a prodotto di consumo.
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Autore di libri come Troppi paradisi, Il contagio, Scuola di nudo, I figli sono finiti e Bruciare tutto, per citarne alcuni, Siti procede in un viaggio che passa dalla precisione di Dante e Gadda alla forza visionaria di Genet e Campana, fino ai versi di Penna e Montale, per arrivare alle liriche dei trapper e alle narrazioni ibride dall’Intelligenza Artificiale.
Il testo (arricchito da una sessantina di pagine inedite) vuole ragionare sullo stato attuale del romanzo – che, come scrive Siti nella prefazione, “nella sua storia moderna, si caratterizza per essere il genere che scrive ciò che è proibito e per questo si mette nei guai“, ma che adesso “si pone come compito il progresso dell’individuo e della società, che della speranza si è fatto un emblema […] un luogo sicuro, inclusivo, che si autocensura” – e chiedersi: gli scrittori possono esistere opponendosi alle retoriche mainstream, sorprendendo sé stessi […]?
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Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, proponiamo un estratto:
Il romanzo sotto tutela?
L’ora della Trivialliteratur
Nel saggio eponimo di questo libro, scritto venticinque anni fa, parlavo di quante volte il romanzo sia stato messo sotto processo, o querelato, o condannato pubblicamente. Le accuse che di solito gli venivano rivolte erano di oscenità, blasfemia, antipatriottismo (l’oltraggio alla bandiera), diffamazione privata, pessimismo e induzione al suicidio.
Nonostante tutti gli sforzi di lieto fine (i buoni vengono premiati e i cattivi puniti, gli amanti si ritrovano, i figli conoscono finalmente i loro veri genitori), nessuno toglie dalla testa dei censori che il romanzo, quasi per suo destino, stia dalla parte del Diavolo. Nel processo a Madame Bovary, quando il difensore di Flaubert fa notare che lei comunque alla fine si uccide, l’accusatore Pinard, uomo intelligente, gli oppone che «in tutto il libro non c’è un solo personaggio che possa farle abbassare la testa».
Il romanzo ci porta a visitare i luoghi ostinati e oscuri dell’individuo e della comunità. Di contro è sorto il romanzo civile, quello che può essere usato come educazione dei ragazzi e del popolo, e che è un aiuto alle lotte di liberazione. I regimi autoritari hanno fatto largo uso del romanzo come propaganda positiva, dai romanzi fascisti di formazione editi da Salani a quelli del ‘realismo sovietico’. Ma anche i regimi democratici (il libro Cuore di De Amicis per la formazione del nuovo cittadino dell’Italia unita) hanno arruolato i romanzi come modello pedagogico. Si racconta che il presidente Lincoln, incontrando Harriet Beecher Stowe (l’autrice della Capanna dello zio Tom), l’abbia omaggiata dicendo: «ecco la piccola donna da cui è nato questo grande incendio», cioè la guerra contro la schiavitù dei neri in America. Ora però, se dai a un nero americano dello ‘zio Tom’, la prende giustamente come un’offesa.
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Il romanzo è ambiguo, chi ha ragione in un momento ha torto in un altro, su questo il Diavolo sorride. Per evitare i pelaghi più pericolosi il romanzo ha preteso talvolta di non essere altro che puro intrattenimento, piacere infantile dell’ascoltare storie, ‘piacere preliminare’ in senso psicanalitico (o già in senso tassiano, lo zucchero da mettere all’orlo del bicchiere per far bere l’amara medicina della verità). Sia come sia, col sedimentarsi dei secoli la cultura occidentale ha funzionato come un setaccio, si è creato più o meno consapevolmente un ‘canone’, una lista di romanzi classici indiscutibili: Don Chisciotte, La principessa di Clèves, Le relazioni pericolose, I viaggi di Gulliver eccetera, fino a Austen, Emily Brontë, Stendhal, Balzac, Melville, i russi, e Kafka e Céline e Proust e quelle che Fortini chiamava «le dame della buona morte», Woolf, Blixen, Yourcenar e via andando, ciascuno può arrivare fino a ora coi vari Kundera e Oates e Carrère e Grossman e Cercas.
La buona critica otto-novecentesca sul romanzo ha messo in luce le caratteristiche imprescindibili del canone: l’ambivalenza appunto, poi la dialogicità plausibile e carnevalesca dei parlati, lo spessore e la coerenza dei livelli, la quota di realismo alleato alla visionarietà – ma soprattutto l’idea del romanzo come forma non surrogabile di conoscenza, l’unica (o la principale) che esprime ciò che non sapevamo di sapere: il romanziere non è padrone del proprio romanzo, senza volerlo lascia affiorare i nessi inconsci che ossessionano lui e il mondo che lo circonda. L’ombra è luce e la luce è ombra: il romanzo sta dalla parte del Diavolo quando Dio si fa istituzione, dalla parte di Dio quando il Diavolo trionfa nei suoi peggiori travestimenti. Il romanzo è la forma più adatta che l’uomo ha inventato per imprigionare la realtà nella rete dei desideri e per demistificare i desideri confrontandoli alla frustrante realtà.
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Nel frattempo, morti il padre epos e la madre tragedia, il romanzo si era conquistato il ruolo di fratello maggiore nella allargata e variopinta famiglia dei generi e sottogeneri letterari: più disponibile e onnivoro della lirica, più libero del teatro e del cinema (e delle serie televisive) rispetto all’industria e alle necessità di finanziamento, più rispettabile della satira, del comico e dell’epigramma. Come tutti i fratelli maggiori, aveva sentito il dovere di assumersi delle responsabilità: si era fatto serioso, si era montato la testa come se potesse diventare la coscienza onirica del mondo – lo Scrittore di Romanzi Seri era uno status sociale, uno che sta alla scrivania da solo tutto il giorno, che non si mischia al chiacchiericcio e al frastuono, che riflette sui tempi lunghi e sul destino generale. Perfino le discussioni degli anni Sessanta del secolo scorso, sulla scomparsa dell’autore, non facevano che accrescere l’illusione che lo spirito del Tempo parlasse attraverso di lui. Compreso nel proprio ruolo, considerava con benevolo o infastidito paternalismo gli ‘scrittori di consumo’ che si occupavano di intrattenimento: quelli dei polar, della science fiction, dell’horror, dei legal thriller e spy story, dei romanzi rosa. Gli scompartimenti erano stagni, lo strutturalismo aveva scavato come una vecchia talpa ma i suoi avvertimenti non arrivarono subito. Sì, pian piano si dovette ammettere che Georges Simenon e Stephen King e Philip Dick erano degni del canone e delle collane editoriali vestite a lusso, ma il leggero terremoto era compensato dal fatto che tutto il concerto culturale parlava ormai in termini di ‘narrazioni’.
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Il giornalismo, la politica, la storia, l’antropologia, la psicanalisi, perfino la scienza ‘dura’ avevano tutti il proprio romanzo da raccontare. Così lo Scrittore di Romanzi Seri si è potuto adagiare (in quell’Occidente dove i conflitti collettivi sembravano andati in vacanza) nel racconto del proprio disagio familiare e intimo, da tinello o da bordello, senza più preoccuparsi dei trucchi del mestiere, degli elementi ritardanti, della trama serrata e coinvolgente, della suspense, insomma del lettore. Una distrazione di qualche anno che è risultata fatale. I generi considerati minori hanno cominciato a riprendersi, pezzo per pezzo, quel che era loro: il giornalismo ha rivendicato a sé una cronaca che stava diventando sempre più urgente e terribile, la scienza si è stufata di metafore approssimative, le starlette dello spettacolo scrivono libri pensosi, le serie televisive hanno differenziato i prodotti adattandoli a spettatori di ogni livello, la poesia ha dimostrato di poter fare a meno dei versi. Il canone occidentale è andato in frantumi sotto la pressione delle donne, del queer e della mondializzazione. Mentre la Storia ricominciava a correre, il Romanzo Serio si è ritrovato in una riserva indiana, o in una trincea, o forse in una bolla da cui partono sporadici lampi (che so, La vegetariana di Han Kang) che vanno a perdersi in un mercato ormai alieno – degradato da fratello maggiore a vecchio zio rincoglionito. Tenuto in vita dagli eroici ‘lettori forti’: adolescenti inquiete, intellettuali organici, professoresse in pensione.
(continua in libreria…)
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