Da Sherlock Holmes a Edgar Allan Poe, passando per il romanzo storico e d’avventura: lo scrittore Marcello Simoni riflette sulle influenze che hanno contribuito a creare Vitale Federici, protagonista della serie di gialli storici tornata ora in libreria con “Delitto di mezzanotte”

Non indossa l’iconico deerstalker con paraorecchie e visiera, ma un tricorno di feltro. Non si avviluppa in una mantella di tweed, ma in una redingote di lana tipica dei viaggiatori del tardo Settecento. Non fuma la pipa e, all’uso della cocaina, preferisce fare il cascamorto. Eppure, nel mio Vitale Federici c’è molto di Sherlock Holmes. Acuto, intelligente, amante dell’azione e sicuro di sé al limite della saccenteria, il “filosofo del delitto” (come viene chiamato in Delitto di mezzanotte) è in tutto e per tutto un protagonista da romanzo giallo appartenente a un’epoca in cui non esiste ancora il mestiere del detective.

Proprio in questa differente collocazione cronologica stanno i suoi tratti più originali. Se Holmes è una creatura dell’età vittoriana, Federici è quel che potremmo definire un libertino illuminista in eterno conflitto con un mondo che sta cambiando. Giovane nobile diseredato, senza famiglia e con pochi quattrini in tasca, serba un po’ della melanconia dell’Auguste Dupin di Egdar Allan Poe. Una melanconia, però, pungolata da un orgoglio rancoroso verso i flaccidi e inutili aristocratici, uomini senza qualità ai quali il nostro eroe si contrappone di continuo nel corso delle sue indagini.

Romanzo dopo romanzo (a oggi siamo al quarto), questo atteggiamento è andato definendosi sempre di più, rendendo Vitale Federici un portavoce di quel complesso sentimento italiano vissuto ai tempi della Rivoluzione Francese, anzi del cosiddetto Terrore. I tempi della ghigliottina che precedono l’avvento di Napoleone, e durante i quali a sud delle Alpi si paventa – o si auspica – un imminente rovesciamento dell’ordine sociale.

Nelle trame del Federici, questa vibe attraversa le atmosfere del giallo come una leggera sonata per clavicembalo. Appena un soffio quasi mozartiano, sul quale la fanno da padrona gli omicidi, spesso seriali e dai tratti marcatamente macabri, con i quali Vitale deve giocoforza vedersela anche se, come dicevo, non sarebbe il suo mestiere.

Per vivere, questo farfallone mezzo filosofo sballottato dalla malasorte fa il precettore. In altre parole, per guadagnarsi il pane e assicurarsi un tetto sopra la testa educa proprio i rampolli della nobiltà che tanto detesta. Un brutto scherzo del destino, o meglio dello scrivente, che ha fatto incrociare la strada del Federici con una spalla inaspettatamente perfetta: Bernardo della Vipera.

Imberbe, ingenuo e grassoccio, questo giovane gentiluomo dell’alta società toscana non potrebbe essere più distante dal navigato dottor Watson. Il nome della sua casata nasce circa cinque anni fa, a Firenze, quando mi trovai di fronte a una bottiglia di Conte della Vipera della cantina Antinori. Mi appuntai quel nome su un taccuino (ne ho sempre uno con me) e lo portai a casa, pensando a quale personaggio affibbiarlo fino a quando non decisi di affiancare al mio filosofo del delitto il tenero Bernardo, per l’appunto, figlio del conte della Vipera.

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In questo personaggio ho voluto infondere un po’ della purezza del Jim Hawkins dell’Isola del tesoro. Quel genere di purezza, intendo, che consente di osservare le cose attraverso un’angolazione diametralmente opposta rispetto a quella del classico indagatore. Se Vitale, infatti, è portato a cogliere gli elementi più sospetti ed enigmatici di una situazione, Bernardo si perde davanti a particolari in grado di farlo viaggiare con la fantasia. Se il precettore-detective intravede il marcio dentro ogni persona, il suo discepolo è solito prestare più attenzione al lato umano dei suoi interlocutori.

Questa strana coppia sembra fatta apposta per affrontare pericoli e misteri, emergendo come due volti da serial tv in scenari gotici di ogni genere, dai vetusti castelli alle taverne sperdute nei boschi, dalle quinte ombrose di un teatro alla cupa navata di una cattedrale. Anche se, nelle loro indagini, l’atmosfera è nulla a confronto dello scandaglio dell’anima dei personaggi in cui si imbattono.

Alludo alla ricostruzione del labirinto che trasforma un uomo comune in un assassino. Al filo di Arianna sotteso tra eroe e criminale, destinato ad accorciarsi pagina dopo pagina fino a quando non sarà più possibile distinguere il bianco dal nero.

Ecco cosa è possibile cogliere attraverso lo specchio prismatico offerto dalle ottiche incrociate di Vitale e Bernardo.

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Ed è proprio quando tutto inizia ad andare al proprio posto, quando ogni indizio acquisisce un senso, che giunge il momento tanto temuto da entrambi. Il momento in cui la verità manifesta il proprio volto.

Verità è bellezza”, scriveva John Keats. Ma non per il filosofo del delitto e per il suo discepolo.
Per loro, la verità è una delle cose più spaventose in cui ci si possa imbattere. Ed ecco perché, nei romanzi gialli, viene tenuta nascosta fino alla fine.

Delitto di mezzanotte di Marcello Simoni

L’AUTORE E IL ROMANZOMarcello Simoni è nato a Comacchio nel 1975 ed è laureato in lettere. Ex archeologo e bibliotecario, autore di diversi saggi storici, con il suo romanzo d’esordio Il mercante di libri maledetti,  ha vinto il 60esimo Premio Bancarella. Sempre con Newton Compton ha pubblicato diversi thriller storici, tra cui La taverna degli assassini, Il teatro dei delitti, la trilogia Codice Millenarius Saga, e La torre segreta delle aquile.

Adesso lo scrittore bestseller, vincitore di diversi riconoscimenti (e che ha scritto diverse riflessioni per il nostro sito), torna in libreria con Delitto di mezzanotte.

Il romanzo ci porta nella Garfagnana del 1794, dove il maestro di cappella del duomo di San Pietro di Castelnuovo viene trovato assassinato in circostanze inquietanti: legato all’interno di un confessionale, con il volto segnato da un simbolo misterioso.

A occuparsi del caso sono Vitale Federici e il giovane Bernardo della Vipera, che ben presto scoprono come dietro l’omicidio si nasconda una rete di misteri molto più ampia. Tra un presunto manoscritto eretico attribuito a Ludovico Ariosto, rituali segreti, logge massoniche e figure enigmatiche come la giornalista e tipografa Elisabetta Caminer Turra, l’indagine conduce i due protagonisti in un labirinto di fede, potere e verità nascoste, dove ogni risposta sembra aprire nuove domande.

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Fotografia header: Nella foto Marcello Simoni (credit Yuma Martellanz)

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