Nel 1972 viene pubblicato “La donna della domenica”, un giallo letterario firmato dalla “ditta” composta da Carlo Fruttero (1926-2015, di cui ricorre il centenario dalla nascita) e Franco Lucentini (1920-2002), ambientato in una Torino (la “città meno nota d’Italia”) scottata da un’estate precoce. Tra omaggio e parodia del genere poliziesco, le pagine del romanzo scorrono in un ritmo frenetico, fatto di piste da seguire, tracce da analizzare e interrogatori da condurre, per scoprire la verità sul caso Garrone, un avvocato da quattro soldi ucciso con un arma decisamente particolare. E, come indiziati, una carrellata infinita di tipi umani…
La donna della domenica: una signora in giallo torinese
Prendete la Torino degli anni ’70, riservata e con un po’ di puzza sotto il naso. Prendete un avvocato fanfarone, un po’ marpione e con il pallino per gli affari loschi. E poi un gruppo di persone della Torino bene, che l’avvocato proprio non lo possono sopportare, eppure non riescono a non avercelo intorno: una macchietta che un po’ li fa sorridere è un po’ riesce a farli sentire meglio con loro stessi.
E poi prendete, ecco, come dire, un fallo di pietra, copia di chissà quale manufatto religioso di arte antica, usato come arma del delitto per il già citato avvocato e avrete un giallo perfetto, pieno di piste da seguire, tracce da analizzare, interrogatori da condurre…
Un sodalizio letterario nato tra le stanze di Einaudi
Tutto questo è La donna della domenica, giallo letterario pubblicato per la prima volta nel 1972 da Mondadori e firmato dalla coppia Carlo Fruttero (1926-2015, di cui ricorre il centenario della nascita) e Franco Lucentini (1920-2002), un sodalizio letterario nato nel dopoguerra, tra le stanze di Einaudi, in via Biancamano, proprio nel capoluogo piemontese.

Redattori, romanzieri, traduttori (tra i primi in Italia ad occuparsi di autori dal calibro di Jorge Luis Borges, Samuel Beckett e J.D. Salinger, tra gli altri), la “ditta” F&L – così erano soliti farsi chiamare – avanzerà nella seconda metà del ‘900 su binari anche molto diversi, arrivando ad occuparsi di fumetti, teatro e radioteatro, tv, fantascienza (diressero la celebre collana Urania di Mondadori, portando in Italia autori legati al genere come H.P. Lovecraft, ma anche l’irriverente Douglas Adams) e, ovviamente, di gialli.
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Uno straordinario “oggetto narrativo”
La donna della domenica è il primo romanzo a portare la firma F&L: è il ‘65 e i due stanno curando un’antologia di racconti, quando a uno di questi vengono meno i diritti; Fruttero abbozza su un foglietto l’incipit di un litigio di coppia, ambientato a Parigi.
Ma poi l’inghippo viene risolto, e si insinua l’idea del romanzo, che cambia ambientazione spostandosi a Torino: “Avevamo sottomano uno straordinario ‘oggetto narrativo’, Torino, la città meno nota d’Italia […]. Adottammo lo schema poliziesco perché, […] ci sembrò il più funzionale (un poliziotto indaga per definizione tutti gli strati sociali) e anche il più divertente, o stimolante, per noi, vecchi amatori del genere”. [La citazione è tratta da Gli assassini della domenica, La lettura, 23-03-25, a cura di Domenico Scarpa].
Ed è proprio quella città in cui Lucentini “scorgeva in ogni angolo un quadro di de Chirico”, a essere protagonista assoluta durante la caccia all’assassino.
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Non è un azzardo il riferimento al pittore. La Torino che ci viene presentata è una città fumosa, accaldata da un’estate precoce, imbottigliata dal traffico e da una carrellata infinita di tipi umani.
“Una doppia immagine di ordinata noia, come se […] la dinastia dei Savoia, costruendo le sue piazze geometriche e i suoi viali ripetitivi, avesse intuito la dinastia degli Agnelli e presagito, con la tipica clairvoyance dei poveri di spirito, la continuità delle catene di montaggio Fiat: la grande tradizione del prevedibile”.
L’ironia come cifra stilistica
Come si può notare, la cifra stilistica di questa storia è l’ironia, a cui nessuno sembra sfuggire, nemmeno i personaggi principali della vicenda.
Primo tra tutti il siciliano commissario Santamaria – un po’ caricatura parodistica, un po’ innovazione – che “attraverso i suoi incontri mondani, […] il suo ‘orecchio’ infallibile per le ironiche ambiguità torinesi”, permette al romanzo “di allargarsi a ventaglio in un complesso e ambizioso ‘intreccio di costume’”. [Dalla sinossi firmata da F&L, sempre presente nell’articolo a cura di Domenico Scarpa].
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Gli interrogatori del commissario – all’ingegnere che ha trovato per primo il cadavere, all’affascinante e insospettabile signora dell’alta società (invischiata nell’omicidio per colpa di una lettera trovata in un cestino dalla signora delle pulizie), al gallerista (che vive nella paura di poter essere trovato al Ballon, il mercato dell’usato più famoso della città, per paura di essere accusato di vedere falsi), al ricco ereditiere (che ha una relazione nascosta con un impiegato comunale) fino ad arrivare alle prostituite catturate durante una retata in collina – restituiscono un quadro a tutto tondo della società della capitale Sabauda, facendo (consapevolmente) l’occhiolino a un mucchio di cliché del genere, che rendono la lettura ancora più spassosa.

Un fotogramma dell’omonimo film del ’75, diretto da Luigi Comencini. La foto ritrae il commissario Santamaria (Marcello Mastroianni) e Anna Carla Dosio (Jacqueline Bisset)
Un omaggio-parodia
Ecco che La donna della domenica appare quasi come una parodia di giallo, una parodia di un genere che però i due autori amano molto (e lo si nota dai sapienti colpi di scena, dall’uso puntuale di termini legati al poliziesco e da espedienti classici, come la giovane donna annoiata che si butta a capofitto nell’indagine per stare più vicina al commissario, per fare solo un esempio).
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Una parodia, ancor più che il lettore è messo al corrente di tutto, mentre chi cerca non sa quasi nulla. Il che mette chi legge in una posizione di vantaggio assolutamente irresistibile: verrebbe voglia di prendere il commissario Santamaria, scuoterlo per le spalle e dirgli “guardi che si sta complicando la vita, la soluzione è proprio lì”.
Una menzione speciale va fatta alla costellazione di dialoghi, fatti di botta e risposta sagaci, talmente veloci che sembra inevitabile non sentirseli nelle orecchie, un brusio di sottofondo che si evolve nel chiacchiericcio dei passanti per strada, nei costanti lavori nella città piemontese, nei clacson delle macchine, sempre più immersi in un mistero che non sembrerebbe avere voglia di svelare le sue carte.
Il giallo si fa letteratura
Arrivati a metà libro quasi ci si dimentica dell’avvocato, delle piste, degli indizi, si vuole solo continuare a girare per la città accaldata sulle volanti della polizia, spiare i dialoghi dei personaggi, avere ancora più dettagli sulle loro vite.
“Che ne poteva, lui, se dietro ogni parola detta da un torinese era legittimo vedere il balenio di uno specchietto allusivo, beffardo?”.
È a questo punto che il giallo si fa letterario: un espediente per raccontare un “ricchissimo, sfaccettato, inedito urbano”.
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Fotografia header: Fruttero&Lucentini nel 1991, Getty Editorial 08-06-2026