In continuità con l’opera saggistica e poetica, “Della stessa sostanza dei sogni – Monologhi del mito” di Giuseppe Conte riporta in vita dei ed eroi dell’antichità che, su una spiaggia siciliana battuta dal mare, si presentano attraverso una serie di monologhi teatrali. Un viaggio nel mito che interroga il presente e il significato delle storie che continuano a plasmarci…

“Della stessa sostanza dei sogni” è parte di un verso celeberrimo, pronunciato dal saggio mago Prospero nella Tempesta (atto IV, scena I) di Shakespeare: “Noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni; e nello spazio e nel tempo d’un sogno è raccolta la nostra breve vita”. Ovvero, la vita è aleatoria, va e viene, svanisce, ci illude ma in fondo racchiude bellezza e felicità, come appunto i sogni, la più aerea e impalpabile delle nostre attività, eppure imprescindibile. O come i miti antichi.

Giuseppe Conte ne ha ricavato il titolo del suo nuovo libro dove, in continuità con l’opera saggistica e poetica, gli eroi del mito, anzi gli dei e gli eroi prendono la parola in una serie di brevi monologhi dove, teatralmente, si presentano: come nel melodramma il personaggio si fa avanti sulla scena con la “cavatina” (ma chiamiamola pure aria di sortita, se il termine suona troppo leggero e persino vagamente riduttivo), così nel libro di Conte le figure del mito greco si manifestano a gruppi su una spiaggia siciliana battuta dalle onde, e ogni mattina raccontano la propria storia a un ascoltatore chino nella rena, un senzatetto, un personaggio emarginato, solo e febbrile (metafora del poeta?) che annota e conserva fino a quando tutto sparirà, il mare divorerà il litorale, bisognerà andarsene, risalire la costa – nella tempesta.

Della stessa sostanza dei sogni. Monologhi del mito Giuseppe Conte

Che cosa resta dei sogni, allora? La risposta è: tutto. Resta l’insegnamento non cancellabile del mito, che ci racconta il nostro essere profondo e ci lascia misurare forse gli errori di una civiltà, la nostra, che in nome del denaro e del dominio sta distruggendo il mondo. Ma Afrodite o Atena, Persefone o Eracle, Pentesilea o Circe, Achille e Patroclo sono ancora lì, nella scrittura del senzatetto (o è un demone?) che il narratore infine raccoglie, si direbbe quasi religiosamente.

Sono da sempre e per sempre nello spazio del sacro. Conte, qui più che in altri libri, è sì risentito nei confronti del proprio tempo (e il suo senzatetto è persino aggressivo, almeno talvolta, come quando intercala la sua febbrile scrittura con un greve: credici o crepa. Forse però rivolto a sé stesso), ma sa anche che i miti sono ambigui, contradditori, contengono in sé il bene e il male anzi neppure li distinguono, sono una mappa del mondo o della nostra mente, da capire. Sono uno strumento di conoscenza e non necessariamente, diremmo, un articolo di fede.

Protagonisti del mito, se seguiamo Platone, sono (stati) gli dei e gli eroi. Il mondo cristiano ha creato una discontinuità, in nome di un nuovo mito, e nell’età moderna è cambiato tutto; solo alcuni grandi artisti hanno saputo creare figure davvero archetipiche – uno di questi è appunto Shakespeare. E tuttavia, gli eroi e gli dei greci sono rimasti come in un “antico forziere” (l’espressione è di Paolo Bertinetti, a proposito del Bardo) che tuttavia sta alla base della nostra civiltà. L’antropologia, la psicoanalisi, le scienze umane li hanno studiati e interrogati, magari tradotti; ma qualche volta, come accade in Conte, tornano a parlarci con la loro voce: o quella che riteniamo sia la loro voce.

Conte non condanna né contesta né razionalizza, considerato che al vaglio della ragione, non proprio lo strumento ideale per affrontarle, le favole diventano inerti, talvolta persino irritanti: ci propone invece quel “dono ermeneutico” di cui parlava James Hillmann, ovvero la capacità di immaginare in modo mitologico che, sosteneva lo psicoanalista-filosofo, è un’arte “simile” a quella del poeta.

Questo libro, che si fonda su una vasta base anche erudita, dai testi antichi alle Metamorofosi ovidiane, non è di conseguenza un catalogo – come ce ne sono tanti – semmai una nuova narrazione. Le antiche storie non sono mai univoche e coerenti, si ribellano alla sistemazione, ruotano intorno a un nocciolo potente e diremmo irradiante. Quel che conta, qui, sembra essere anche il loro ordine, che è poi la struttura narrativa.

I monologhi del mito sono organizzati in sette giornate, dove i temi si rincorrono. Si comincia con Gea, la dea madre in una sorta di misteriosa nascita dell’Universo e del mondo e si culmina con il dio Pan, cui è dedicato più che un monologo un vero inno, dove la forze della vita, dell’amore, della libertà, dell’eros ricordano molto da vicino, anzi convocano nell’arco voltaico dei millenni un poeta amato da Conte come Walt Whitman: e l’inno prende in qualche modo la piega di uno dei suoi componimenti, per esempio il Canto di me stesso (che entusiasmò il giovane Pavese, citato del resto con i Dialoghi con Leucò nella costellazione ideale di questo libro).

Il percorso non è privo di costanti tematiche: ci sono innanzi tutto gli dei della trasformazione come Ermes o l’indovino Tiresia (inevitabile il riferimento a T. S. Eliot) che visse due vite, una da maschio e una da femmina, poi le dee impavide della terza mattina, da Atena che crede alla ragione a Persefone, la sposa di Ade che torna a Primavera ed è la primavera stessa e la vita risorgente, poi ancora gli eroi costruttori da Prometeo a Dedalo e così via, fino alla settima mattina, quella dove in qualche modo tutto si compie: e nel cielo brilla la stella della sera.

Dove sono gli dei oggi, si chiedeva Calvino presentando l’edizione francese di L’Oceano e il ragazzo, la raccolta dell’83′ che rivelò a pieno la voce poetica di Conte. Qui gli dei ancora una volta sono venuti dal mare; e proprio a questo proposito può essere utile ricordare la definizione da un critico come Giorgio Ficara nella prefazione a quella stessa raccolta di versi: “Nel paesaggio della nostra anima, a volte si aprono varchi improvvisi di mare, dopo infinite reticenze, nel dolore stesso noi sappiamo qualcosa; il mare, la cui voce fragorosa è a un passo dal silenzio assoluto, è come un orizzonte dell’anima, oltre l’apparire e il riprodursi degli eventi; è una forza inerme, interna ed esterna a noi, da cui a volte ci sentiamo toccati: i versi di Conte hanno qualcosa di questa forza, ne sono formati, come da un’intensa e amorosa reminiscenza”. Sostanziati dai sogni.

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