Scrivere in una lingua adottiva come esperienza di trasformazione, come possibilità di imparare a “vedere il mondo” in modo diverso, e come forma di rinascita personale e artistica. La riflessione di Adrián N. Bravi, in libreria con “Trilogia delle ossessioni”. L’autore, che ha vissuto in Argentina fino all’età di 24 anni, si è poi trasferito nel nostro Paese: il passaggio all’italiano gli ha permesso di “fare i conti” con i suoi “tic” e di “ridefinire” il proprio approccio alla narrativa. Recuperando le esperienze di autrici come Jhumpa Lahiri e Agota Kristof, Bravi si interroga sul suo rapporto con la lingua italiana: “Mi sentivo nudo, spoglio di tutto”
Quando leggo i tre testi compresi nella Trilogia delle ossessioni, che sono stati tra i primi che ho scritto in italiano, non posso esimermi dal considerare che il cambio di lingua mi abbia portato a creare personaggi pieni di chiodi fissi.
Non so se questo sia dovuto al cambio di lingua o se io abbia semplicemente fatto i conti con i miei tic.
Sono propenso a pensare, come dico nella nota introduttiva al libro, che la nuova lingua, mai dominata del tutto, possa aver smascherato alcune fisime che la mia lingua madre riusciva a tenere a bada. Chissà.
“Non è semplice capire cosa le lingue andranno a scavare e a costruire dentro di noi”
Non è semplice capire cosa le lingue andranno a scavare e a costruire dentro di noi. Forse finiscono per disseppellire proprio quelle zone d’ombra che la nostra lingua madre, per troppa confidenza, aveva imparato a proteggere.
La nuova lingua agisce come uno specchio inclinato: non restituisce mai la figura a cui eravamo abituati, ma ci costringe a guardare le crepe e gli angoli inesplorati. E in quel vuoto che si crea tra la parola che manca e il senso, proviamo a rimetterci in gioco.
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“Uno sguardo nuovo nei confronti delle cose e dei sentimenti”
Scrivere in una lingua diversa rispetto alla lingua madre convoca dentro di noi uno sguardo nuovo nei confronti delle cose e dei sentimenti. Trasforma la nostra percezione, ci fa comprendere meglio le nostre debolezze e ci spinge a guardare il mondo da un’altra prospettiva. Siamo così indotti a considerare le cose in modo nuovo, quasi estraneo, perché la scarsa conoscenza della lingua costringe sempre lo straniero – e su questo Tommaso Landolfi ha scritto un racconto memorabile, Dialoghi sui massimi sistemi – a creare delle perifrasi e ad aprire il testo alla ricerca di nuove possibilità espressive.
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Dunque, senza una piena padronanza della lingua, l’autore è costretto a trovare da solo nuovi modi per esprimere le proprie idee, trasformando il limite in una risorsa stilistica. Dall’altra parte, però, ci accorgiamo che ci sono parole o costrutti sintattici, i famosi intraducibili, che appartengono solo ed esclusivamente a una determinata lingua e per i quali non esiste un equivalente perfetto o diretto in un’altra.
“Costretti a ricominciare da capo”
Scrivere in una lingua acquisita da adulti ci costringe a ricominciare da capo, forgiando dentro di noi uno sguardo diverso, magari depurato da automatismi e sovrastrutture. Jhumpa Lahiri ha parlato, usando una metafora ovidiana, di metamorfosi, nel senso che l’adozione di una nuova lingua ci garantisce una distanza critica, una maggiore vulnerabilità e, soprattutto, uno sguardo diverso.
Da un lato sperimentiamo la perdita temporanea della nostra forma e della nostra voce abituali per poterne assumere una nuova, trasformando la scrittura in un atto inedito, in continuo divenire.

Sono cresciuto in un mondo monolingue, dominato dallo spagnolo argentino, e l’italiano rappresenta per me una lingua scelta, un terreno in cui ho ridefinito la mia stessa identità e il mio senso di appartenenza.
Abbandonare lo spagnolo per adottare l’italiano ha significato spogliarmi di una certa sicurezza tecnica, che in patria mi permetteva anche di giocare con la lingua e di maltrattarla.
La scrittura presuppone, ovviamente, questa duplice istanza: attingere a una tradizione, intesa come patrimonio comune e continuità di saperi, ma implica anche la necessità di tradire e rielaborare autonomamente quell’eredità. La mancanza di un ampio vocabolario mi ha costretto a ridefinire il mio modo di approcciarmi alla narrativa.
“Mi sentivo nudo, spoglio di tutto”
Da un lato mi sentivo nudo, spoglio di tutto; dall’altro, questo “analfabetismo”, come l’ha definito Agota Kristof, mi ha costretto a rapportarmi in modo più autentico e sincero nei confronti della lingua. In fondo, abitare una lingua straniera significa proprio questo: accettare di smarrirsi tra le parole per scoprire che, spogliati di ogni difesa, è ancora possibile trovare una voce originale. Una voce magari imperfetta, ma finalmente nostra.
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L’AUTORE E IL LIBRO – Adrián N. Bravi è nato a Buenos Aires, ha vissuto in Argentina fino all’età di 24 anni, e poi si è trasferito in Italia, per proseguire i suoi studi di filosofia. Vive a Recanati e fa il bibliotecario all’Università di Macerata.
Tra i suoi libri, Restituiscimi il cappotto (2004), La pelusa (2007), Sud 1982 (2008), Il riporto (2011), L’albero e la vacca (2013), L’inondazione (2015); La gelosia delle lingue (2017); L’idioma di Casilda Moreira (2019) e Il levitatore (2020).
Con Nutrimenti, lo scrittore ha pubblicato Verde Eldorado (2022), Adelaida (2024, selezionato nella dozzina del Premio Strega) e La nuotatrice notturna (2025), vincitore del Premio Comisso, del Premio letterario Basilicata, menzione speciale del Premio Napoli e finalista del Premio Procida Isola di Arturo Elsa Morante.
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Quest’anno, l’Università argentina di Villa Maria lo ha insignito del titolo di Professore onorario. Intanto, sempre per Nutrimenti, esce Trilogia delle ossessioni, che raccoglie tre romanzi brevi, fra i primi pubblicati da Bravi in italiano: Restituiscimi il cappotto (Fernandel), La Pelusa (nottetempo) e Il riporto (nottetempo), con piccole modifiche e l’aggiunta di una nota dell’autore. Tre testi che vanno a comporre un romanzo sulla fuga dalla vita quotidiana, tra commedia esistenziale e satira delle piccole vergogne di ogni giorno.
Tra i personaggi, un ricercatore universitario alle prese con una calvizie implacabile, fratelli nemici per genetica (e per dispetto), e una sfilata di personaggi solitari che fanno a gara a chi si incastra meglio ai margini della normalità…
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Fotografia header: Adrián N. Bravi nella foto di Andrea Pompei