“Come si parla di chi non parla?”: questa è la domanda che attraversa il nuovo libro di Marta Cai “Quasi una robinia”, l’albero che ha fatto da testimone silenzioso degli ultimi giorni di vita del padre della scrittrice. “Sono tornata all’elemento vegetale su cui si affacciava la stanza dell’hospice dove mio padre è arrivato sui suoi piedi e n’è uscito com’è facile immaginare”, racconta l’autrice in questa riflessione sulla ricerca di una chiave per comprendere la morte: “Gli alberi non si perdono in chiacchiere e, impegnati a esistere in muta abbondanza, invitano a fare altrettanto. I fiori recisi emanano un altro tipo di silenzio, i fiori nei vasi riflettono uno stato di shock…”
Il mondo vegetale mi attira per il suo esatto mutismo. Non parlerei mai a una pianta, così come non infiocchetterei un cane né profumerei il mio gatto: sopperirei a una mancanza che non c’è, il più crudele dei gesti d’amore (attenzione quando si ama, attenzione). Tuttavia, al termine di Quasi una robinia insceno un brevissimo dialogo tra me e una pseudo-acacia: non è una contraddizione? Ci arrivo.
Gli alberi non si perdono in chiacchiere
Quando scrivo mi piace avere dei fiori a portata di sguardo; in questi giorni ho la fortuna di avere sott’occhio anche le chiome di una buona varietà di alberi e lascio volentieri che mi distraggano.
Ma è distrazione? Non è piuttosto “concentrazione”? Gli alberi non si perdono in chiacchiere e, impegnati a esistere in muta abbondanza, invitano a fare altrettanto. I fiori recisi emanano un altro tipo di silenzio, i fiori nei vasi riflettono uno stato di shock e per quanto colorati e indizio di festa confessano una nostalgia, una delusione, una tonalità euforica forzata, di compensazione. Ma sono capaci di fermare il tempo e questo li rende insieme preziosi e spaventosi, affini ai ricordi, ai meccanismi della memoria.
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La pianta è un rifugio, noi ne siamo letteralmente discesi per diventare bipedi e nei miti all’albero torniamo: Dafne si fa alloro per sottrarsi alla violenza senza dover per forza morire, Enea brandisce un ramo biforcuto per visitare i morti senza dover per forza morire. Nella nostra vita depurata dalle risorse magiche, andiamo in cucina a prepararci un tè o un caffè, pozioni vestigiali.
Ricorrere all’elemento vegetale
Per farla breve, quando essere umani si rivela inappropriato, insufficiente, pericoloso, noioso, una postura primordiale ci porta a ricorrere all’elemento vegetale. Non dubito che le piante possano beneficiare delle nostre ciarle, ma se ciò avviene è solo perché non le distinguono dagli aliti dei venti o dai versi di una bestia qualsiasi.
Le piante non sanno di noi, delle nostre manie, dei nostri vezzi sentimentali e per carità non priviamoci di questo privilegio di occultamento attribuendo loro chissà quale coscienza, quale compita attenzione nei nostri confronti. Per quanto riguarda gli animali, temo che ci abbiano smascherati e ci tollerino con sovraumana pazienza.
“Come si parla di chi non parla?” è la domanda-mantra-linfa che attraversa il racconto del morire in Quasi una robinia. La morte, l’evento ovvio ed eccezionale della nostra vita. Come sempre, e soprattutto nel teorizzare più astratto, gli elementi contingenti vengono in soccorso.
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“Uomini capovolti”
Io sono tornata all’elemento vegetale su cui si affacciava la stanza dell’hospice dove mio padre è arrivato sui suoi piedi e n’è uscito com’è facile immaginare (se un romanzo è fatto di trama, la mia è presto detta), dove da uomo vivo e comunicativo si è fatto dapprima muto (Aristotele definisce gli alberi “uomini capovolti”, perché l’organo da cui si nutrono è interrato e non pronuncia parole), infine uomo morto.
Mi sono affezionata a quella robinia e ne ho osservato la complessità, l’apparente disordine. La robinia è infestante come il cancro, proliferante come la vita, ovvia nel paesaggio come in un hospice la morte di un malato terminale, ha spine e fiori melliferi (il miele è un ricordo tornato vivo?), il suo nome deriva da un cognome (è una figlia), assomiglia a una mimosa senza arrivare a esserlo (è infatti una pseudo-acacia), è ornamentale ma tutt’altro che sofisticata e se capita in certi acclivi sabbiosi sa comportarsi da rude pioniera (è nata negli Appalachi e in Francia ha assistito alla nascita del dadaismo): quanti contrasti tenuti insieme con agilità, come nei veri simboli.
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Solo lì sono riuscita a trovare una chiave che mi aiutasse a vivere la morte, a vedere nella perdita un’aggiunta e nel dramma individuale la tragedia della specie.
Trovatami a mio agio in questo mescolarsi di opposti, di “quasi” saltellanti su una medesima linea infinitesimale, mi sono concessa la libertà di immaginare la breve e apertamente maldestra ciarla umano-vegetale di cui dicevo all’inizio, un gesto di stizza rispetto a quel che “si dice”, “si fa”, “si sa” della perdita, del lutto, una linguaccia all’ipotetico cartello “Vietato giuocare” che ancora si vede sui muri di vecchi ospedali. D’altronde, come scrive Stefano Dal Bianco: Delle volte nel bosco è obbligatorio/ pensare alla scrittura e dunque immedesimarsi/ in una voce non tua/ che su di te decide di sostare. E immediatamente lasciarla libera.

L’AUTRICE E IL LIBRO – Marta Cai, classe 1980, è autrice e traduttrice. Ha esordito nel 2019 con la raccolta Enti di ragione (Edizioni SuiGeneris), mentre nel 2023 sono poi usciti il romanzo Centomilioni (Einaudi) finalista al Premio Campiello, il racconto Tipo psicanalisi (Tetra edizioni) e le cronache Brasilampi (hopefulmonster editore). Nel 2026 ha firmato il reportage narrativo Radura (Oglio editore).
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Il suo ultimo romanzo, intitolato Quasi una robinia ed edito da Aboca, pone al centro della narrazione un albero di Robinia, simbolo della vita, da cui prende il via una meditazione sulla perdita. La pianta è stata il testimone silenzioso degli ultimi giorni di vita di un padre, un testimone contraddittorio e paradossale come solo i legami più profondi e misteriosi possono essere. È così che la Robinia si presenta come una figlia, con un nome che è un cognome, e come una pseudo acacia, una quasi mimosa, una quasi femmina, qualcosa che non arriva a essere ciò che sembra.
Il racconto di Marta Cai – che ha anche pubblicato su diverse riviste (tra cui inutile, Il reportage, Kaiserpanorama, Malgrado le mosche) e partecipato ad antologie – si sviluppa su più capitoli, scanditi dalle azioni da cui prendono il titolo, in un susseguirsi di confessioni e ricordi, gesti mancati e parole pronunciate in silenzio, riflessioni sulla malattia e sulla precaria comunità che nasce tra le mura di un hospice, nel tentativo di formulare un “quasi” equilibrio tra lo spegnersi e il germogliare.
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Fotografia header: Marta Cai nella foto di Marco Bergamaschi