Dopo le polemiche della primavera scorsa a seguito di alcune sue dichiarazione su Israele e Palestina, Erri De Luca torna con “Sotto processo”, che raccoglie più testi, compresi alcuni “scritti civili”. Nella prima parte del libro l’autore, 76enne, immagina uno scrittore giudicato da un tribunale di giovani (“Mi posso dimettere da scrittore, smettere di aggiungere pagine o almeno, visto che è un vizio antico, di pubblicarle. Ma…”)… E in uno dei due brani che proponiamo scrive: “Solo i poteri riescono, insultando, ad aggiungere valore a una scrittura…”
Dopo le polemiche della primavera scorsa a seguito delle sue dichiarazione (con successiva precisazione) sul sionismo e sul genocidio a Gaza, Erri De Luca, 76 anni, torna in libreria per Feltrinelli con Sotto processo, volume – illustrato, nella prima parte, da Paolo Castaldi – che raccoglie la sezione omonima, inedita, oltre a La parola contraria e Altri scritti civili.
A questo proposito, ricordiamo infatti che La parola contraria è già uscito nel 2015, in occasione del processo in cui lo scrittore campano, dopo aver rifiutato il rito abbreviato (che si sarebbe svolto a porte chiuse), è stato chiamato a rispondere di istigazione al sabotaggio a favore della protesta No Tav in Val di Susa.
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“Far dimettere i vecchi dal potere”
Nella prima parte del nuovo libro, De Luca immagina un anziano scrittore che si ritrova, appunto, Sotto processo, giudicato da un gruppo di giovani, che spiegano (parlando degli anziani): “Sono involontari partecipi dell’oppressione. Nostro intento è far dimettere i vecchi dal potere. Crediamo nella nascita di un partito dei giovani che non saremo noi a fondare, ma del quale ci sentiamo ispiratori. Non dev’essere più normale che i vecchi votino alle elezioni dove si decide il futuro che non li riguarda”.
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Quello che va in scena nell’interrogatorio, è un dialogo in cui c’è spazio anche per riflessioni sulla lettura (e la letteratura).
“Questo processo a un vecchio scrittore”
Tra le altre cose, lo scrittore dichiara: “Mi posso dimettere da scrittore, smettere di aggiungere pagine o almeno, visto che è un vizio antico, di pubblicarle. Ma questa dimissione non apre nessuno spazio a chi è scrittore tra voi. Se ne esiste uno, si farà largo comunque tra gli scaffali dei vecchi. L’editoria ama i giovani scrittori, gli esordienti. Voi siete per me con questo vostro tribunale degli scrittori esordienti che hanno trovato la formula per pubblicare il primo libro. Ma dopo questo processo a un vecchio scrittore, un secondo tribunale non interesserà nessuno. Nessun editore vi pubblicherà gli atti di un secondo dibattimento contro la vecchiaia…”.
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Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, proponiamo due estratti dalla sezione Altri scritti civili:
Lo straniero nella Bibbia
“Con questa faccia da straniero,” cantava il greco-francese Moustaki negli anni sessanta. Chi è straniero nel Mediterraneo, il territorio più misto di epidermidi, altari e gruppi sanguigni? Certezza è che siamo meticci a dozzine di varianti. La pagina uno del Nuovo Testamento è un elenco di nomi maschili interrotti dall’intrusione festiva di cinque nomi di donne. Tre di loro non sono ebree ma appartenenti a popoli dell’area: la più preziosa dinastia, quella del messia e del ceppo di Davide, è meticcia. Perfino il messia respinge la purezza di sangue.
Chi è del Mediterraneo non può escludere dai suoi antenati nessuna stirpe, nessuna origine. Fenici, Ebrei, Greci, Normanni, Saraceni, Slavi e altri uccelli migratori ci hanno arricchito il patrimonio genetico attraverso invasioni, commerci, espulsioni, piraterie, rapimenti, epidemie, pellegrinaggi. C’entra la storia che ci ha rimestato nel suo calderone, ma di più c’entra la geografia che ci offre spalancati ai mari e non abbastanza recintati dalla cresta di gallo delle Alpi.
Chi è lo straniero? In principio tutti nella scrittura sacra, a partire da Abramo, raggiunto e afferrato dalla voce che gli ordina di andarsene dalla sua terra, dalla casa di suo padre, verso una destinazione ignota. Abramo deve farsi straniero per continuare a ascoltare la voce del suo mandante. Una notte gli arrivano parole che l’invitano all’aperto e sotto la più fitta carambola di stelle gli avvisano una discendenza innumerevole quanto lo scintillio che lo sovrasta.
Bisogna essere stati almeno per un poco stranieri per afferrare un bordo dell’entusiasmo di Abramo in una notte carica d’immenso. Bisogna riconoscere nel proprio sangue l’istinto di accamparsi e di spaesarsi per respirare con lui il gas piovuto dalle stelle. Abramo, capomastro di monoteismo, è lo straniero che ha battuto pista per tutti quelli che si sono messi in viaggio. Dopo di lui si è fatta comune l’esperienza di chi, per trovarsi, deve prima perdersi. Dopo di lui l’esilio volontario è diventato scuola.
Ogni persona che si incammina per una destinazione sconosciuta, su un percorso incerto, è sulla scia dello straniero Abramo suscitato dall’ordine: “Vai, vattene dalla tua terra”. È scritto che la divinità ama lo straniero.
In lui si deve riconoscere non il fratello, ma colui che è stato a lungo atteso.
L’imparo da una storia maledetta che è accaduta e perciò non smette di accadere.
Era settembre del 1941, giorni di capodanno ebraico, e quattromila ebrei di una cittadina lituana vengono condotti al cimitero per essere abbattuti sul bordo delle fosse comuni.
È una strage ben pianificata, efficiente: a gruppi di venti si devono spogliare nudi e ricevere la raffica. Uno di loro, un ragazzo di sedici anni, si spoglia insieme al padre. Si concentra sulla cadenza degli spari ascoltati prima del suo turno. Hanno una ripetizione regolare che lui cronometra a mente. Quando tocca a lui si butta nella fossa un istante prima degli spari. Cade vivo sul mucchio dei corpi nudi, morti o in agonia. Su di lui cadono altri uccisi. È buio quando tutto è finito. Si alza districandosi dai cadaveri, è ricoperto di sangue e di escrementi.
Va verso le case illuminate dei non ebrei. Bussa alle loro porte e ovunque si sente rispondere di tornarsene alla fossa da dove è uscito. Infine batte a un uscio isolato, dove vive una donna anziana, sola. Lo accoglie armata di un tizzone ardente, scacciafantasmi, per respingerlo. Allora il ragazzo le dice: “Donna, non mi riconosci? Sono il tuo salvatore sceso dalla croce”. La donna si butta in ginocchio, lo fa entrare, lo lava, lo veste, lo nutre. Dopo tre giorni il ragazzo si congeda ordinandole di non dire della sua venuta. Poi s’inoltra nei boschi, si unisce ai primi insorti, si batte, sopravvive.
Questa non è una parabola ma una storia accaduta a lui, che si chiama Zvi Michalovskij.
A me fa sapere che è lui lo straniero che bussa alla porta e che va accolto come chi è stato a lungo aspettato. Perché in lui si rinnova la storia e la figura del risorto.
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Un esordio
Non si chiamava più maestro, ma professore. Lasciato il casermone delle elementari, portavamo ancora i pantaloni corti, marchio dell’infanzia. Qualcuno con quelli lunghi sembrava più adulto e più goffo.
I temi in classe, alle medie, avevano per titolo le materie di studio, perquisivano il livello di apprendimento. Ci attenevamo a un italiano statale, rigido come un modulo. Senza potermelo spiegare, mi disgustava. La lingua imbalsamata faceva parte di una sottomissione generale al potere adulto. Nell’intervallo tra le ore ci sfogavamo col dialetto, una via di fuga. Ci sciacquavamo la bocca col napoletano.
Un giorno fu assegnato un tema libero, inventare una favola. Eravamo alle prime traduzioni di quelle di Esopo/Fedro. Molti di noi si preoccuparono, chiesero spiegazioni, una traccia, per timore di perdersi in quel largo improvviso. Bisognava inventare una storia di animali.
La licenza improvvisa mi pizzicava il cranio. Scrissi a filo continuo, stringendo la penna fino a indolenzire le dita, unica parte allenata di un corpo ancora mollusco. Scrissi in discesa, la pendenza del banco si inclinava verso di me con mandrie in corsa e nuvole di polvere. Le bestie amano alzarla, disturbare gli insetti che le assediano. La polvere da noi viene scacciata via ogni mattino, lì saliva al cielo spinta dal tamburo degli zoccoli.
La polvere era l’anima del mondo. Scrivevo e i pensieri scalpitavano per uscire e correre anche loro. Fu un precipizio di scrittura, ebbi il tempo anche di farne una copia da portare a casa.
Consegnai tra i primi. Di solito mi liberavo tardi, in cerca di prolunghe per arrivare alla misura minima assegnata.
A casa feci ascoltare il tema. Si sorpresero del mio slancio, più che dello scritto. Avevo saputo quel giorno la notizia certa che la scrittura era campo aperto, via d’uscita.
Poteva farmi correre dove non c’era un metro per i piedi, mi scaraventava al largo standomene schiacciato sopra un foglio.
Sono uno che si è messo a scrivere, da quel giorno, per forzare le chiusure intorno. Cedevano, mi lasciavano andare finché duravo a scrivere.
Tornò giorni dopo il professore coi compiti corretti, con il voto. Insufficiente il mio perché evidentemente, sfuggendo al suo controllo, avevo copiato da qualche prontuario di temi svolti.
Un’insolita liberazione di linguaggio e un abuso di fantasia mi accusavano. A indizio c’era che avevo consegnato presto uno svolgimento di lunghezza addirittura superiore.
Non fu uno schiaffo in faccia, piuttosto un colpo alla bocca dello stomaco, sferrato a freddo. L’accusa mi provocò la ribellione di tacere.
Non replicai.
Sperimentavo per la prima volta l’incompetenza dei poteri costituiti. Avevano bisogno di spazi stretti, il campo aperto li spiazzava. Da quel tema libero era scappata fuori un’ora d’aria e andava ridotta all’ordine.
Quei poteri avevano bisogno di spazi rinchiusi, di corpi anchilosati per imporre la loro versione del sapere. Già spiaceva loro che si arrivasse in aula un po’ accaldati dopo la rara ora di educazione fisica.
In quel punto di attrito tra la mia verità e la loro si formò nel mio corpo una noce di resistenza opposta al dominio, che per istinto abusa. Oggi so che i poteri con le loro false accuse possono rendere il più grande onore a uno che scrive. Fare della scrittura un corpo di reato che disturba la loro disciplina.
Solo i poteri riescono, insultando, ad aggiungere valore a una scrittura.
Oggi conosco l’inconsistenza delle autorità, delle gerarchie ufficiali. A quel tempo invece erano integre e indiscutibili. Dal torto di quel giorno spiccò la crepa, la lesione che le demolì dentro di me col tempo. In quel punto di affondo nello stomaco, il mio scheletro reagì. Chiesi con insistenza e ottenni i primi pantaloni lunghi.
(continua in libreria…)
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