Alternando testimonianze filtrate, ricostruzioni contraddittorie e sinistri flashback ambientati nella Romagna degli anni ’80, “Qualcuno ammazzi Dorothea” di Gaia Giovagnoli racconta la storia di Dorothea D’Amico, una prostituta che sostiene di poter accogliere nel proprio corpo la coscienza di un morto quando raggiunge l’orgasmo, e che in questo modo avrebbe appena smascherato un caso di omicidio. Intorno a lei si moltiplicano a quel punto le voci di chi pretende di conoscerla, sminuirla o giudicarla, mentre osserviamo la cronaca nera farsi infotainment, l’amore aggrovigliarsi al lato oscuro della libido e le forme più perverse di perbenismo congiurare contro la libertà di espressione della protagonista…

Avere quattordici anni nel 1986, vivere in un paesino come Santarcangelo di Romagna e confrontarsi con le prime pulsioni dell’adolescenza può essere complesso già di suo.

Figuriamoci poi se si scopre che, provando un intenso piacere o dolore carnale, si può “uscire” per qualche minuto da sé, accogliendo nel proprio corpo la coscienza di un defunto legato al proprio partner sessuale.

Necromanzia estatica, la chiamano: un’abilità che nel 1999 Dorothea D’Amico sosterrà di possedere da quand’era appunto ragazzina, e che le avrebbe permesso di scoprire che il ricco e suadente Rolando Marconi ha tolto la vita a una giovane prostituta…

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Porta a porta col mistero

[17:33] @Prof_Limbooze: A Haiti la danza che porta allo stato di trance è spesso accompagnata a gesti di natura sessuale. Alcuni dicono ci siano simil orgasmi pure nei riti marocchini dove è lo spirito di Āʾisha Qandīsha (Lalla Aisha) a impossessarsi delle persone.
[17:33] @Roibois66: A me pare che tanti discorsi siano sprecati, abbi pazienza
[17:36] @Prof_Limbooze: @Roibois66 @Rinomina_00 E a me pare vogliate solo qualcuno da lapidare.

Copertina del libro Qualcuno ammazzi Dorothea di Gaia Giovagnoli

L’ammogliato imprenditore della Torino “bene”, tuttavia, nega ogni cosa e scredita la donnaccia con cui fino ad allora era stato tanto goloso di confidenze e provocazioni.

Ed è da qui che prende le mosse Qualcuno ammazzi Dorothea (nottetempo) di Gaia Giovagnoli, opera di finzione che unisce l’attrazione per il sovrannaturale a una critica al voyeurismo mediatico, in cui l’insolita accusa di omicidio della protagonista si trasforma in una fungaia nella quale proliferano per anni interviste tv, trafiletti di giornale, discussioni su forum online, statistiche, lettere, podcast e testimonianze oculari.

Il tutto per dare forma al plastico 4.0 di una nuova villetta di Cogne, costruito intorno a un’unica curiosità: Dorothea aveva ragione o era una mera arrivista invasata?

Qualcuno ammazzi Dorothea, o per lo meno le sue visioni

Credo che un leone sia un leone, e non ti dovresti stupire se ti divora. Soprattutto se pensi di poterlo abbracciare. Soprattutto se hai ancora addosso l’odore del sangue.

L'autrice Gaia Giovagnoli

Gaia Giovagnoli (Rimini, 1992) è cartomante e scrittrice. Ha scritto alcuni libri di poesia, tra cui Teratophobia (’round midnight, 2018) e Babajaga (Industria & Letteratura, 2023, vincitore del Premio Genova-Valéry 2025). Nel 2022 nottetempo ha pubblicato il suo primo romanzo, Cos’hai nel sangue (vincitore del Premio Dante Arfelli), e nel 2023 Chiedi se vive o se muore.

Giovagnoli alterna gli stralci di questi materiali a un lungo flashback dai saturi contorni sensoriali, che getta una luce sulla fase della pubertà in cui il fascino di Dorothea aveva catalizzato l’eccitazione e l’invidia dei coetanei.

Un periodo segnato soprattutto dal rapporto di miele e fiele con il padre, un ex poliziotto incapace di accettare che la figlia potesse aver ereditato le “allucinazioni” della madre, suicidatasi anni addietro, e disposto a tutto pur di trattenerla al di qua delle sue luride tendenze al libertinaggio.

Con la conseguenza che già all’epoca il potere medianico della protagonista era passato dall’essere un “dono di Dio“, come lasciava presagire l’etimo del nome di Dorothea, a un flagello che l’avrebbe esposta a ogni sorta di crudeltà.

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Il distacco come phàrmakon

ROLANDO MARCONI: È intelligente e colta. Sa parlare benissimo.
GIORNALISTA: Quindi recita.
RM: Credo di sì. Certo.

Ciononostante, sarebbe un errore considerare la protagonista come la semplice succube di una bigotta misoginia, così come ridurla al ruolo di capro espiatorio significherebbe ignorare l’intraprendenza e l’orgoglio che la contraddistinguono dall’inizio alla fine.

È lei a valutare sempre come porsi, lei che seleziona o scarta con cura vestiti, parole e interlocutori, e non sarà poi che sua la scelta di chiudere per anni sotto chiave ogni centimetro del suo cuore, barricandosi dietro un’infilata di candele, statuette indiane e regole ferree nell’appartamento in cui un morto la “indosserà” ogni volta che un vivo la pagherà per prostituirsi.

Ma cos’è più probabile che accada, nel momento in cui un personaggio conturbante, scomodo e glaciale come lei continua a godere di un’esuberanza fuori dal normale, che tutti fremono per svilire o controllare?

Qualcuno ammazzi Dorothea, con la parola o con la spada

DOROTHEA: Se fosse stato davvero lì, e avesse vissuto quello che ho vissuto io, tutto, da quando sono venuta al mondo a ora, e l’avesse vista, capirebbe perché sono qui che le parlo. Non avrebbe dubbi che sia la verità. Ma lei non può capire.
GIORNALISTA: Abbia pazienza, Dorothea… ma chi può capirla?

Quando Dorothea si sbottona per la seconda volta in vita sua, denunciando Marconi per provare a vendicare quella che immagina sia stata l’ennesima vittima di un impietoso patriarcato, la risposta non tarda ad arrivare.

Una ragnatela di manipolazioni pubbliche e private torna infatti a cibarsi della sua identità, negandole autorevolezza e fiducia e non mettendola nelle condizioni di parlare come si deve di sé stessa.

Motivo per cui, se la costruzione del testo richiamava già alla mente l’Argomentazione di Linès-Fellow di Jean-Marc Aubert e L’assassino è tra le righe di Janice Hallett, ben presto viene da chiedersi se la sorte della protagonista, dal canto suo, non stia invece per ricalcare quella di Carrie di Stephen King.

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“E non gettate le vostre perle ai porci”

[…] i fantasmi non esistono, va bene? La vita vera è questa e soltanto questa qui, e il resto sono solo sogni e fesserie.

Giovagnoli, però, è più figlia di Angela Carter che del re dell’horror, e ci tiene a scandagliare il rapporto fra eros e thanatos, fra sesso e potere e fra misticismo e libero arbitrio, più che la vendetta di un soggetto che oscilla tra metamorfosi e sopraffazioni colpose.

Il che spiega come mai Dorothea riservi meno attenzione ai suoi aguzzini di turno che agli spettri con cui entra in contatto: è a loro e solo a loro che concede tutto e che tutta si concede, non perché siano più innocui della gente con cui ha a che fare, quanto perché con loro sfiora dei picchi di intensità e reciprocità emotiva che nel mondo le sono preclusi.

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Certo: andare in cerca di empatia votandosi allo spiritismo, vero o immaginario che sia, rimane pericoloso, come constateremo – ma se non altro, di tanto in tanto, permetterà a Dorothea di abbandonarsi a uno stato di grazia che molte altre donne non hanno un canale protetto per sperimentare.

Quello dell’intimità che non scade nel possesso, della compenetrazione che va oltre l’atto della penetrazione. E della lucida tenerezza con cui accettiamo di guardare qualcuno lasciando che ci dis-veli ogni sua più scomoda verità, senza azzardarci a sostituirle nemmeno l’ombra di un’altra voce in capitolo.

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