Nel romanzo “Le sussurratrici”, Giulia Paganelli mescola generi diversi, come il realismo magico, il racconto storico, l’horror e l’autofiction. In questa cornice, l’autrice pone cinque generazioni di donne, protagoniste di una storia che sembra ripetersi all’infinito, tra l’arcano del concepimento, il sesso come obbedienza, la diagnosi di follia per sedare la fame… Costruisce così un viaggio “matrilineare”…
ZUPPA INGLESE o Controdono dei morti
Per chi ha bisogno di sentire una storia che non c’è più.
Evoca la presenza che ti serve in quel momento.
Il dolce riapre la bocca ai morti, ma solo per una frase. Sta a te non sprecarla.
QUANDO CUCINARLA:
La notte prima di una festa o di un incontro.
Mai quando si è in lutto recente o per vendetta.
INGREDIENTI:
– pan di spagna (ricetta di Augusta)
– crema pasticcera e cacao amaro per fare la crema bruna
– alchermes (se cade una goccia fuori dalla coppa, devi ricominciare da capo) e sassolino da bere alla Vigilia
– acqua con idrolitina, da servire a parte per mandare giù l’amore
PROCEDIMENTO:
Prepara la crema con calma e in silenzio.
Nel mentre racconta la storia di un morto.
Mescola in senso antiorario e a ogni giro fai un inchino.
Ripeti fino a sette. Se il cucchiaio vibra alla settima, puoi fermarti. Se non vibra, ripeti da capo. La crema è pronta solo quando diventa lucida.
Nel frattempo taglia il pan di spagna del giorno prima in strisce lunghe e strette. Bagnale una a una col sassolino sciolto nell’alchermes. Non devono piangere.
Alterna gli strati: zuppa, crema gialla, zuppa, crema al cioccolato. Tre strati, mai due. L’ultimo strato dev’essere a chiusura.
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SUSSURRO DA PRONUNCIARE:
Appena terminata, prima che raffreddi, avvicinati con il viso al piatto e sussurra:
“Vieni se hai da dire. Restami accanto finché puoi”.
Poi copri e lascia riposare. I morti non hanno fretta.
Quando servi, fatti raccontare la storia.
Quando beve, pronuncia la frase di commiato.
SEGNI DA OSSERVARE:
– Se la crema si spacca in cottura, la voce sarà spezzata.
– Se il dolce non rassoda, c’è qualcosa che non vuoi sapere.
– Se l’alchermes cola dai bordi, qualcuno da là sta chiamando te.
AVVERTENZE:
– Non servire mai a chi è in collera. La voce che sentirà sarà solo la sua.
– Non cucinarla per ricevere risposte. Cucinala per accogliere domande.
– Dopo averla mangiata, l’ospite non potrà parlare per un’ora. Chi parla subito, dimentica in fretta.

Chi conosce Giulia Paganelli, autrice del romanzo Le sussurratrici, in libreria per e/o, o anche chi si appresta a conoscerla ora, deve leggere con attenzione questa frase: “Tutti i corpi sono case infestate”.
Questo semplice concetto, che può essere letto in modo approfondito da un punto di vista semiotico, fa da perno a tutta la sua concezione di ricerca, in ogni ambito del sapere che le interessa scandagliare: storia, medicina, antropologia, gastronomia, storia del femminismo, o studi di genere in senso lato, e ora anche la forma romanzo.
Un libro dalla trama corposa, ma non intricata
Paganelli, che di formazione è antropologa, ha scritto un libro che ha una trama corposa, ma non intricata. Cinque generazioni di donne si trovano a vivere in una villa nella campagna modenese, la Villa delle Buonedonne.
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Il libro inizia nel 1930. Adelasia, nipote di Caterina, nel giorno del suo matrimonio sente acuirsi un sussurro, una voce insistente dentro l’orecchio sinistro. È troppo giovane per capirne il significato, non sa se sia un presagio funesto, un semplice segno premonitore, ma sa che il sussurro viene proprio dalla voce di Caterina, e che il tempo della nonna sta per finire.
E infatti, poco dopo aver dato alla luce la sua prima bambina, Bianca, Caterina si spegne, lasciandole in eredità un quaderno dalla copertina di pelle rossa. Tutta la vita di Adelasia sarà spesa alla ricerca del significato delle ricette contenute dentro il quaderno, pieno di appunti, riscritture, note a margine, e frasi sibilline che sembrano dischiudere il significato stesso dell’esistenza.
Altre generazioni di donne
Presto arriva anche Fenicia, secondo frutto dell’unione con Teobaldo Martinelli, un uomo che esercita il suo dominio in casa con una violenza estrema.
Ma Adelasia, creduta pazza dalla famiglia di Teobaldo, ha dalla sua un’arma, che è insieme un destino. Scelta inizialmente come il suo confino e per la sua antica tradizione di sanatorio dove venivano rinchiuse donne emarginate dalla società, la Villa delle Buonedonne diventa casa per Adelasia, e per tutte le donne che negli anni accoglie. Bianca e Fenicia, le due figlie, e poi Bruna, Clara, Laura, Ebe, Miriam.
Con il passare del tempo anche Fenicia, figlia minore di Adelasia, accoglierà altre generazioni di donne. E avrà una figlia, Amelia, e una nipote, Luce. Sarà lei a tentare di chiudere il cerchio dei sussurri, risolvendo l’enigma che lega la Villa delle Buonedonne al taccuino di Caterina, e contemporaneamente anche a un misterioso arazzo e a una merla, che sembra scegliere come tutrice una delle abitanti della casa, a ogni generazione che passa.
Nell’arco di tutto questo tempo si dipana la Storia. Il fascismo, poi il secondo conflitto mondiale, l’orrore dei campi di concentramento, gli anni del boom economico, gli anni ’80 e ’90, poi il nuovo millennio, la recessione, la pandemia.
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Uomini violenti che esercitano la forza
Gli uomini del romanzo sono quasi sempre violenti, esercitano la forza che poggia su secoli di convenzioni e regole non scritte, qualche volta sono co – motore dell’azione, ma inconsapevoli.
La storia che racconta Paganelli è Matrilineare.
Scritto così, in maiuscolo, non solo perché si avvicendano figlie di madri senza padri riconosciuti, ma anche proprio nel senso che fu della canzone dei C.S.I.:
Matrilineare
Dote primordiale
Distanza siderale potere
Potenza nucleare
O in quello dell’epifania che colse Roberto Vecchioni quando scrisse il testo della canzone Figlia:
Sapeva tutta la verità
Il vecchio che vendeva carte e numeri
Però tua madre è stata dura da raggiungere
Lo so che senza me non c’era differenza
Saresti comunque nata
Ti avrebbe comunque avuta
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Una storia che sembra ripetersi allo stesso modo
Il filo di senso che lega questo sangue è la storia delle donne. Cambiano le tecnologie, ma essa sembra ripetersi nello stesso modo: l’arcano del concepimento, che è carne, sangue e straniamento, partorire da sé un altro da sé, l’intuizione che precede il ragionamento, il ritorno a una Storia che non è, appunto, solo successione di eventi. Tutta questa conoscenza, prodotta nei secoli dalle donne, e che non è mai entrata nei libri se non in epoche recentissime, è anche la storia di una opposizione a chi l’ha voluta normare.
Il sesso come obbedienza, la magrezza come ascetismo e quindi come purga spirituale, la diagnosi di follia per sedare la fame di vita. Questi e molti altri temi sono affrontati magistralmente nelle Sussurratrici, in un incedere linguistico che non è mai brusco e che fa percepire anche il cambio di mentalità attraverso diverse epoche, senza mai strattonare il lettore.
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Abbiamo detto all’inizio della necessità, per capire la scrittura di Paganelli, di domandarci quale sia il significato della frase “Tutti i corpi sono case infestate”. Infestate dalla presenza di chi ci ha preceduto, infestate dalla Storia, infestate dalle case stesse, la Villa delle Buonedonne ha anch’essa una volontà.
E, sorpresa, persino la forma del romanzo diventa qui una casa infestata.
La forma del romanzo diventa una casa infestata
Quando Umberto Eco si mise in testa di scrivere Il nome della rosa, ebbe anche un’intuizione geniale, come spesso gli accadeva. Voleva scrivere il bestseller perfetto, mescolando tutti gli ingredienti che, separatamente, si trovavano allora nei romanzi da classifica.
Allo stesso modo, Paganelli, che infatti di Eco è stata allieva, riesce a mescolare, con una successione precisa e molto sensata, generi molto diversi tra loro: il romanzo storico, che fa da contenitore, il realismo magico (reso più appetibile e comprensibile per il pubblico italiano perché approfondisce una cultura materiale e immateriale regionale), il romanzo d’indagine, l’horror e verso il finale anche l’autofiction.
Le sussurratrici è un romanzo mondo davvero riuscito. Noi ci auguriamo, come crediamo l’autrice stessa, che possa avere successo, per un motivo solo: tutte le storie belle, le storie di senso, devono raggiungere il più ampio numero di persone possibile. E questo libro ha tutte le carte in regola per farlo.
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Fotografia header: Giulia Paganelli nella foto di Aldo Giarelli