"Pietra nera è un’utopia avventurosa, perché a ogni crollo succede sempre una nuova fondazione e perché l’immaginario distopico è oramai prevedibile e troppo abusato". Alessandro Bertante torna con il romanzo "Pietra nera", secondo capitolo (dopo "Nina dei lupi") della "Trilogia del mondo nuovo". E nell'intervista a ilLibraio.it affronta diversi temi (dalla politica culturale a Milano all'editoria, passando per l'influenza delle serie tv)

Un viaggio avventuroso, ambientato in un futuro prossimo, vent’anni dopo che la Sciagura ha decimato la popolazione e messo drammaticamente fine all’avanzata di una modernità malata di consumismo e benessere. Tutto è avvenuto in pochi mesi. Una tempesta perfetta, che ha portato morte e orde di barbari.

Protagonisti della missione, in un’estenuante lotta per la sopravvivenza, lotta che non conosce regole e in cui non mancano sangue e ferocia, Alessio (figlio di Nina, “regina dei lupi”, e del Fondatore, “l’uomo dei lupi”, che si è sacrificato perché lui potesse nascere) e l’affascinante compagna Zara, incontrata e salvata durante il percorso.

Una storia ambientata nel Nord Italia, ormai spopolato e marcito, e in cui la natura ha preso il sopravvento, mentre il cielo è infestato da macchie inquietanti e il sole è imprigionato in una gabbia brunita.

Un romanzo di battaglie, leggende, leggi antiche, incontri e nuovi immaginari mitici, in cui l’autore sembra andare in cerca di una primordiale saggezza perduta, di un nuovo equilibrio. Parliamo Pietra nera (Nottetempo), in cui lo scrittore Alessandro Bertante torna alle atmosfere e ad alcuni personaggi di Nina dei lupi (2011).

ilLibraio.it ne ha parlato con l’autore di Al Diavul (2008, Marsilio), Estate crudele (2013, Rizzoli) e Gli ultimi ragazzi del secolo (2016, Giunti, in cinquina al premio Campiello).

alessandro bertante pietra nera

Bertante, negli ultimi anni sono numerose le opere letterarie (e non solo) in cui non mancano elementi distopici: nonostante la storia si svolga in un futuro non certo roseo, lei però definisce Pietra nera un’utopia. Perché?
Pietra nera è un’utopia avventurosa, perché a ogni crollo succede sempre una nuova fondazione e perché l’immaginario distopico è oramai prevedibile e troppo abusato. E poi nel romanzo non compare nessuna delle classiche componenti della distopia contemporanea”.

Ad esempio?
“Non ci sono macchine o tecnologie che limitano la libertà dell’uomo, non ci sono megalopoli, non c’è sovrappopolazione, non c’è inquinamento, né tantomeno il riscaldamento globale. E soprattutto non c’è il controllo totalitario della società. Cangiare in inno l’elegia, per citare Montale: ovvero trasformare la distruzione naturale consumistica in una nuova possibilità per la razza umana”.

A proposito di immaginari distopici, nel romanzo colpisce la descrizione di Milano, ricoperta dalla foresta e circondata da paludi, abitata da topi, cinghiali e bande di predoni, e in cui però resiste una piccola comunità all’interno del Castello Sforzesco, che prova a dar vita a un mondo nuovo, con il supporto di colonie situate fuori dalla Grande Città. Viene da pensare a una riflessione politica sul presente e il futuro prossimo della città…
“In realtà nel romanzo non c’è nessun riferimento esplicito alla situazione politica attuale. Certo Milano sta vivendo una fase aurorale, specie se paragonata alla crisi depressiva degli anni Novanta e del primo decennio del secolo. Ma anche Milano, con tutta questa sua nuova virtù di opportunità e baldanza, dovrà presto fare i conti con l’angosciante paradosso di un sistema economico mondiale basato sulla crescita e sull’aumento di produzione, che inevitabilmente porterà a un collasso della civiltà, bisogna solo prevedere quando questo avverrà”.

Restando a Milano, come giudica la politica culturale della città?
“Milano è una città abituata ad andare avanti da sola percorrendo strade proprie, le giunte che la governano possono tutt’al più essere dannose, e il centro destra lo è stato per circa un ventennio, mentre Sala sta dimostrandosi un buon sindaco. Per quanto riguarda la vita culturale, credo che il Comune abbia il dovere di procedere, senza indugiare oltre, a un netto ricambio generazionale, riguardante la dirigenza di prestigiose quanto ammuffite istituzioni culturali cittadine. Può farlo e deve farlo”.

Torniamo Pietra nera, in cui protagonista è la natura: la Grande pianura, le montagne, le paludi attorno all’ex metropoli. Come nasce il suo interesse per questi temi, queste ambientazioni e, più in generale, per il romanzo d’avventura? 
“Nascono letterariamente con Nina dei lupi, ma sono la mia passione da sempre. La natura primordiale nasconde miti ancestrali che non sono mai stati veramente annichiliti dal Cristianesimo, miti che emergono per stratificazioni dal neolitico, un linguaggio magico e primordiale. Come il Lago Gerundo, dove si nascondeva il mefitico drago Tarantasio che è diventato nel Medioevo il simbolo di Milano. L’avventura, invece, credo sia la componente fondamentale della forma romanzo”.

Non sono però tanti gli scrittori italiani che si cimentano.
“In Italia spesso viene vista con sospetto, dimenticando Manzoni, Nievo e anche lo stesso Dante. E poi ho le miei ossessioni: sono esperto di indoeuropeistica, di mitologia e mi interessano le migrazioni di massa, le invasioni, le sovrapposizioni culturali, il sincretismo fra le credenze. E mi piacciono gli inganni della memoria e della percezione. Il linguaggio magico si basa soprattutto su questo”.

In autunno Nottetempo ripubblicherà Nina dei lupi, romanzo inizialmente uscito per Marsilio in cui erano presenti alcuni personaggi ed elementi narrativi che si ritrovano in Pietra nera: sta pensando a un terzo libro, che chiuda la trilogia?
“Il progetto è la Trilogia del mondo nuovo: Nina dei lupi è un romanzo di attese, di magie, montagne e maledizioni; Pietra nera è il viaggio iniziatico dell’eroe in un mondo sconosciuto e meraviglioso; il terzo romanzo s’intitolerà L’armata a cavallo, ma per ora esiste solo come idea. Sono affascinato dalle orde. Moltitudini di uomini che spezzano le civiltà”.

Nel nuovo romanzo c’è un omaggio ad Alan D. Altieri (1952 – 2017), scrittore, traduttore e sceneggiatore, autore di numerosi libri che spaziano dalla fantascienza al romanzo storico, dal thriller d’azione al romanzo di guerra.
“Alan e io eravamo molto amici, ci stimavamo e ci capivamo subito senza troppe parole. Ed è un maestro per quanto riguarda il romanzo di avventura. Il personaggio che porta il suo nome non poteva che essere lui. Fin dal primo momento”.

A differenza di altre opere contemporanee, Pietra nera è un libro che si fa leggere, e in cui il ritmo narrativo è sempre sostenuto. Da autore e docente (alla NABA e allo IULM), quanto è importante tenere costantemente alta l’attenzione del lettore e utilizzare uno stile scorrevole? 
“Sono un narratore che cerca sempre di mantenere un ritmo sostenuto. Ma è un fatto strumentale, perché mi permette poi degli improvvisi rallentamenti, nei quali posso cercare l’evocazione e l’incanto. Non sono però particolarmente interessato all’attenzione del lettore, non inserisco piccoli conflitti in ogni capitolo, come insegnano in alcune scuole di scrittura. I miei riferimenti culturali sono altri e sono più alti. In questo libro cito apertamente Cormac McCarthy e Jack London, ma mentre lo scrivevo avevo in mente anche la colonna sonora di Conan il barbaro, composta da Basil Poledouris. Oggi spesso si cerca di imporre una lingua media, senza strappi, né vette, né tantomeno cadute, che sono altrettanto importanti nell’economia stilistica di un romanzo. Una lingua rassicurante, come i temi trattati, che accompagna il lettore e non lo inquieta mai, cullandolo nell’illusione di avere a che fare con la letteratura. Ma siamo quasi sempre da un’altra parte”.

Parlava di influenze letterarie. E le serie tv?
“Credo sia una contaminazione inevitabile, come lo è stato in precedenza per la fotografia e poi per il cinema. La forma romanzo è duttile e onnivora”.

Come ha visto cambiare il mondo dell’editoria dai suoi esordi a oggi?
“Siamo testimoni della fase crepuscolare dell’editoria di massa, che ha raggiunto il suo vertice commerciale alla fine del secolo scorso. Prima o poi ci sarà una crisi strutturale, che ridimensionerà il settore. Non è possibile che, nonostante i lettori non aumentino, continuino ad aumentare i titoli pubblicati. Questa sensazione di crisi porta a uno scoraggiamento, evidente per chiunque frequenti il mondo dei libri. C’è spaesamento. E, in alcuni casi, poca progettualità riguardante il futuro, ma maldestri tentativi estemporanei. Dopo che avverrà il collasso ci potrà essere una rifondazione, nel quale in libro tornerà a essere un oggetto destinato a una minoranza consapevole. Come è sempre stato. Come un bel romanzo”.

L’APPUNTAMENTO A MILANO – Alessandro Bertante, con Claudia Bonsi e Daniele Giglioli, presenta Pietra Nera alla libreria Piazza Piemonte l’11 aprile alle 18:30 (qui le informazioni sulle successive presentazioni)

 

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