Con “La Zolfatara”, Irene Di Liberto racconta una Sicilia segnata dalla fatica delle miniere e dai sogni di chi cerca un futuro diverso. Una saga familiare (di cui proponiamo un estratto) che intreccia memoria, amore e riscatto, ispirata anche alla storia del nonno dell’autrice
Nelle saghe familiari c’è sempre un luogo che diventa destino: una terra, una casa, una miniera. In La Zolfatara di Irene Di Liberto, è la grande zolfara che domina Castellatani, “un dio crudele” che decide chi può sognare e chi è condannato a respirare polvere di zolfo fino alla fine dei suoi giorni.
Il romanzo arriva per Piemme dopo che l’autrice – già segnalata al Premio Strega Poesia 2024 con la raccolta Post poesia – si è fatta conoscere come voce della poesia e della scrittura per l’infanzia. Con questo libro, Di Liberto torna alle proprie radici siciliane e al ricordo del nonno paterno, caruso nella zolfara di Casteltermini, una delle più grandi d’Europa, per costruire una storia che intreccia memoria familiare e finzione.
Può interessarti anche
Al centro della vicenda, ambientata nella Sicilia di inizio ‘900, ci sono Teresa, che sogna di diventare maestra in un mondo che non lascia spazio ai desideri delle donne, e Giovanni, zolfataro fin da bambino, che conosce i cunicoli della miniera come le stanze di casa. Il loro matrimonio nasce dalla necessità, ma diventa il terreno su cui cresce un amore fatto di piccoli gesti e resistenza quotidiana, capace di sfidare le regole di una comunità chiusa su sé stessa – anche se non basterà a proteggerli per sempre dalla miseria.
Una saga di donne e uomini, di madri e figlie, di sogni che non si spengono nemmeno quando tutto sembra negarli: La Zolfatara si inserisce nel filone delle grandi narrazioni familiari del Sud, restituendo a chi legge una Sicilia ruvida e un amore luminoso.
Può interessarti anche

Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, proponiamo un estratto:
«Te lo devi maritare!»
Teresa arrivò a Castellatani per convolare a nozze. Davanti alla chiesina con il tetto di tegole rosse alla periferia del paese, il volto contratto come la crocchia attorcigliata sulla nuca, sentiva nelle orecchie la voce ostinata di Pina, sua madre.
«Lo devi sposare! Un gran lavoratore è, un surfararu!» aveva detto convinta, senza lasciare spazio ad alcun dubbio.
Giovanni si guadagnava da vivere come operaio nella miniera di zolfo.
«Quannu vinni so matri e tu impastavi il pane, restò a bocca aperta… Ma quando ci ricapita?»
La mamma dello sposo si era recata in visita da Teresa, sua futura nuora, per combinare il fidanzamento. Era accaduto pochi giorni prima. Aveva trovato la giovane intenta nelle faccende domestiche, così aveva dichiarato apertamente lo scopo della sua presenza. Una moglie non poteva essere lagnusa, si doveva sempre dar da fare. Cucinare, lavare i panni, cucire: non importava fosse bella, ma onorevole e di buona volontà. Un brazzu di mari, come una porzione di mare generosa di
pesci, alghe, molluschi.
Può interessarti anche
«Mannaggia a me e a quando metto le mani nella farina! Mamà, io vorrei…» Teresa aveva provato a ribellarsi, ma ogni tentativo era stato vano.
«Ma con quali soldi? Tuo padre uno scansafatiche è! Puzzolente di vino. Quando torna, la sera, non si riconosce, sembra un lupo quannu avi fami. E io… io che posso fare? Lavo le lenzuola della baronessa alla fontana, vendo qualche uovo, ma non basta.»
«A me Giovanni non piace, come te lo devo spiegare? Non so neanche che voce ha. Mai l’ho sentito parlare. Sempre serio è, pare che da un momento all’altro deve scoppiare a piangere. Così mi intristisco pure io.»
«Fa’ una cosa, tu maritati. Poi vedrai che lui un modo per accontentarti lo trova, un bravo ragazzo è! Non l’hai visto come ti guarda? Sposalo e basta!»
Le madri tacciono molte cose e ne sanno sempre altrettante, quando non le conoscono le intuiscono. Pina aveva già deciso, non c’era da discutere.
«Meglio scegliere il male minore» borbottava tra sé «che stare con uno che ama solo il rosso dentro al bicchiere.»
Scopri la nostra pagina Linkedin
Notizie, approfondimenti, retroscena e anteprime sul mondo dell’editoria e della lettura: ogni giorno con ilLibraio.it
Teresa era corsa nel pollaio.
«Per colpa vostra» strillò alle galline «io non posso realizzare il mio sogno. Fate poche uova, siete delle sfaticate, proprio come papà.»
Dopo qualche minuto, anche Pina era entrata nel recinto e aveva accarezzato i capelli della figlia. Somigliavano ai suoi di un tempo. Le ripeté, all’orecchio: «Sposatelo o farai la fine mia, senza soldi e con due peli in testa».
«Io Giovanni lo odio. Lo odierò sempre! Sempre!»
Come da usanza, il giorno seguente il futuro sposo dedicò alla futura moglie una serenata per impegnarsi nel fidanzamento. Se il padre di Teresa avesse aperto le imposte, Giovanni avrebbe colto il segno: la famiglia approvava il matrimonio. Fu però Pina a spalancarle. Pasquale, d’altronde, non c’era. Si era addormentato per terra dopo aver sfogato tutta la collera sulla moglie.
«Mamà, pensaci, ancora in tempo siamo.»
Pina sapeva di non averne molto, invece. Aprì gli scuri, che si reggevano a malapena, spinse la figlia per metterla in bella mostra davanti ai parenti di Giovanni e si abbassò per non farsi vedere. Voleva evitare occhiate indagatrici sui lividi freschi di giornata.
Scopri il nostro canale Telegram
Ogni giorno dalla redazione de ilLibraio.it notizie, interviste, storie, approfondimenti e interventi d’autore per rimanere sempre aggiornati
«Cori di mamma, ’sto bel ragazzo è la salvezza tua» bisbigliò da terra.
Per comprare la stoffa per l’abito e per il corredo, Pina aveva venduto il canterano di legno con quattro cassetti e altri oggetti appartenuti alla sua famiglia. Per racimolare altro guadagno, in più, si recava tutte le mattine da donna Assunta, nobildonna palermitana venuta a vivere a Castellatani dopo aver sposato il barone del paese, per preparare colazione e pranzo.
La notte rammendava gli abiti delle signore del circondario con lo scialle di lana ben calzato addosso. Non avendo più olio per il lume, se ne stava seduta davanti alla porta, dove arrivava un po’ di luna a rischiarare i vestiti da cucire. Il gelo le penetrava nelle ossa, ma non si fermava. Tra un punto e l’altro, tirava fuori il fazzoletto pieno di buchi che custodiva all’interno della manica sinistra, vicino al polsino, per asciugare le lacrime versate in solitudine. Dopo qualche ora di lavoro in silenzio, era costretta a smettere perché le dita non rispondevano più ai comandi.
Giovanni attendeva il corteo nuziale col completo nero ereditato dal padre. Aveva le maniche e l’orlo dei pantaloni un po’ corti per via della stazza.
Girava e rigirava nella mano destra una moneta ossidata con un buco nel mezzo, che aveva appeso a una collana. Ogni tanto si fermava, portava la mano al petto e stringeva quello spicciolino stretto stretto, come se, da un momento all’altro, si dovesse animare.
«Scusaci, Giovà» si preoccupò di giustificarsi Pina, andandogli incontro. «A mio marito ci duliva forti a panza.»
Non era il mal di pancia ad aver fatto ritardare la processione, ma la solita bottiglia scolata in fretta da Pasquale, evasione momentanea dal morso della miseria.
Può interessarti anche
Marzo, mite mese di passaggio, accolse la sposa con un sole che parlava il linguaggio della primavera. Teresa, somigliante a un giglio di campo, pareva confondersi con i fiori raccolti da parenti e amici che adornavano le sedie e, qua e là, le pareti. Indossava un vestito écru di cotone ricamato dalla madre. Era un po’ largo, ma la scelta era stata ponderata: se fosse ingrassata col tempo, avrebbe comunque potuto riutilizzarlo in altre occasioni.
Giovanni si era innamorato subito di quei riccioli ben acconciati e degli occhi neri neri ereditati dal padre. Le avrebbe dato tutto ciò che poteva, se l’era promesso. La sua bellezza non avrebbe dovuto conoscere né stanchezza né dispiaceri; quelle dita, morbide come la pelle di un neonato, dovevano restare così, intatte, e servirle solo per pregare e accarezzare il marito.
Quando Teresa entrò in chiesa a braccetto del padre, claudicante a causa dell’alcol, anche il sole primaverile fece capolino. La luce si insinuò dall’unico rosone situato nella parte finale della navata, illuminando la sposa che, seriosa, procedeva a passi incerti verso l’altare.
«Non voglio fare la fine di mamma. Per lei lo faccio» si ripeteva sottovoce per convincersi.
(continua in libreria…)
Scopri le nostre Newsletter
Notizie, approfondimenti e curiosità su libri, autori ed editori, selezionate dalla redazione de ilLibraio.it