Alexandra Kleeman, autrice statunitense nelle librerie italiane con "Il corpo che vuoi", racconta a ilLibraio.it come "una donna non è mai davvero padrona del proprio corpo", a partire dai cosmetici che promettono di cambiare "dall'interno". Nel corso dell'intervista tra le altre cose parla di Trump e della minaccia che rappresenta in un'America sempre più divisa, in cui la tv è l'unica compagnia della società suburbana, chiusa in se stessa e alienata...

Alexandra Kleeman, autrice statunitense in libreria con Il corpo che voi, primo volume edito della noeonata Black Coffee, racconta i temi del suo libro (e se stessa) in un’intervista a ilLibraio.it. A partire dal corpo e dai cosmetici: il suo romanzo, infatti, ruota attorno ad A, una ragazza con un lavoro precario, tanto tempo libero da passare davanti alla tv e una coinquilina che le assomiglia sempre di più. Come se non bastasse, la vicenda si svolge in un’anonima cittadina in cui si sta facendo largo una setta che mira alla purificazione del corpo attraverso un regime alimentare strettissimo e l’isolamento.

IL CORPO CHE VUOI

Perché ha deciso, con il suo primo romanzo (pubblicato negli USA nel 2015), di raccontare una storia che ruota attorno al corpo e ai trattamenti a cui lo sottoponiamo, dai cosmetici alla dieta?
“Il tema del rapporto con il corpo è ancora poco esplorato in letteratura. Mi è capitato di leggere un libro con una pin up per protagonista: il suo corpo era visto dall’esterno, come qualcosa che la caratterizzava e con cui i lettori si potevano immedesimare, certo, ma solo da fuori. In questo momento storico il nostro corpo ci definisce e addirittura lo coltiviamo, lo modifichiamo perfino, con prodotti e trattamenti”.

Nel testo molto spazio è dedicato proprio ai prodotti di cosmesi, che però sono volti a modificare i connotati di chi li utilizza. Secondo lei, l’industria cosmetica si sta davvero muovendo verso questa direzione?
“Alcuni dei cosmetici che ho inventato nel libro, potrebbero diventare reali, tra poco. Ho scritto di una crema commestibile, per rendere più belli da dentro, e nella realtà ci sono sono sempre più cosmetici arricchiti con integratori. Nel libro c’è anche una maschera per il viso che toglie gli strati superficiali della pelle: un giorno ho visto un siero che dovrebbe penetrare fino agli strati più profondi dell’epidermide. Non è del tutto negativo però che si stia iniziando a comprendere che c’è una connessione tra l’interno e l’esterno del nostro corpo”.

Author Louise O'Neill for Written Word
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Quindi crede che in futuro la pressione esercitata sul corpo delle donne possa in qualche modo aumentare e spostarsi anche al lato interiore?
“Ultimamente ho pensato parecchio a come si svilupperà nei prossimi anni, in particolare pensando a come si sta tecnologizzando la cura del corpo e a come si trovano difetti in quelli che fino a poco tempo fa erano soltanto caratteristiche anatomiche. I pori, ad esempio, sono inestetismi da cancellare, mentre in realtà servono per far traspirare la pelle”.

Dall’altro lato, però, si sta anche puntando l’attenzione su possibili approcci più gentili…
“Esattamente, infatti credo ci si possa prendere cura della superficie del nostro corpo in modo non invasivo. Ci sono degli esempi di prodotti che spiegano come fanno sentire la pelle e il corpo dopo l’utilizzo: così cambia proprio l’approccio che abbiamo anche con la pelle, che per molti di noi è solo una superficie, mentre in realtà si tratta di un organo elastico, protettivo… In questo modo prendersi cura del proprio aspetto esteriore diventa più profondo, più connesso con il resto di noi”.

emma cline

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Spostiamoci all’attualità: secondo lei sotto il governo Trump, le donne devono prepararsi a ulteriori pressioni, anche sul loro corpo?
“Queste elezioni sono state abbastanza spaventose per noi donne. In campagna elettorale avevamo capito che si trattava di un personaggio misogino e in tutti gli Stati Uniti le donne si sono riunite contro di lui. Quando però sono arrivati i risultati del voto, è stato scioccante scoprire che oltre la metà delle donne bianche ha votato per lui. Al momento quello che mi preoccupa di più è la sua posizione sui diritti delle donne, a partire dalla riproduzione. Si tratta anche di questo il libro che ho scritto: una donna non è mai davvero padrona del proprio corpo”.

Le donne non sono padrone del corpo, ma nemmeno hanno un controllo sulle loro relazioni, sia amicali che amorose. Almeno così sembra nel suo libro, dove i protagonisti non hanno nemmeno un vero nome…
“Le relazioni umane possono essere semplificate al rapporto tra la lavatrice e i detersivi per il bucato. Ci sono degli spazi dedicati al detersivo, ma ognuno di noi può decidere che marca usare. Lo stesso avviene tra le persone, almeno nel mio libro. Ognuno di loro ha degli spazi in cui ha bisogno di avere altri esseri umani, che però sono intercambiabili. I miei sono personaggi molto nebulosi, poco definiti e questo li rende ancora più sostituibili”.


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Come lettrice, invece, quali sono le scrittrici che l’hanno influenzata di più?
“Mi piace molto Margaret Atwood e il modo in cui passa da un genere all’altro sempre con ottimi risultati. Un suo libro che mi ha colpita molto è La donna da mangiare. L’ho trovato da bambina nello studio di mia madre, che è insegnante di letteratura giapponese, e ho letto solo le ultime pagine. La la protagonista trova il fidanzato e i colleghi che stanno facendo una festa, sul tavolo c’è una torta a forma di donna e tutti la spingono a prenderne un pezzo. La storia si chiude con la protagonista che si infila una forchettata di torta in bocca. Quella scena mi ha talmente spaventata che non ho letto l’intero libro fino ai 25 anni”.

Una scena quasi horror che però fa pensare a tante opere di autrici donne di questo periodo, a partire da Han Kang, fino ad Emma Cline. Secondo lei si può parlare di un ritorno del body horror?
“Emma Cline, che è una mia cara amica, nel suo libro unisce il body horror a una storia che è totalmente verosimile e realistica. Fino a poco tempo fa c’era una corrente di body horror molto maschile per cui il corpo conteneva qualcosa di sconosciuto che usciva e sottometteva il resto. Ora invece si è sviluppata una corrente più femminile, in cui l’orrore sta in quello che il mondo esterno si aspetta dal corpo. Rifiutarsi di sottostare a queste regole è un atto di resistenza molto difficile”.


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Le aspettative pressanti e oppressive sul corpo femminile non sono una novità, perché però solo oggi si sta sviluppando questa corrente?
“Per molto tempo l’urgenza è stata creare personaggi femminili che fossero completi, che potessero reggersi in piedi da soli. A questo punto, quando ormai ci sono personaggi femminili così, è possibile anche indagare la stranezza che si nasconde dentro”.

Ha scritto anche molti racconti, alcuni dei quali confluiti in una raccolta pubblicata da poco negli Usa. Ha continuato a indagare anche in queste opere il tema del corpo?
“In parte il tema del corpo è ancora centrale, ma ho riflettuto anche sulle relazioni tra persone, sul nostro legame con gli animali e con le cose inanimate. E pure sul rapporto con l’ambiente e su come ci influenza”.

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Ambiente che anche nel romanzo ha un ruolo centrale: la periferia asettica e ripetitiva in cui si svolge la vicenda non fa che ampliare il senso di solitudine. In che modo influenza la vita di chi ci vive?
“In America c’è una grande differenza tra lo spazio urbano e quello suburbano. Sono cresciuta fuori Boulder, in Colorado, e sono sempre stata colpita da come nei sobborghi, grazie alla quantità di spazio disponibile, le persone costruiscano pattern che si ripetono all’infinito. Nonostante la ripetitività, sono emblemi della ‘bella vita’ basata sui valori delle privacy e dello spazio personale, anche se questo modello è molto alienante”.

E infatti, la protagonista del romanzo è spesso sola, e anche in compagnia sembra non sapersi relazionare con gli altri se non tramite la tv…
“Molti mi hanno chiesto del ruolo della tv nel romanzo. Al momento non conosco così tante persone che guardano la tv, ma quando abitavo in Colorado, ricordo che alla sera, camminando per strada, vedevo la luce blu del televisore uscire dalle finestre. Per un breve periodo ho abitato da sola e mi ricordo che alcune volte accendevo la tv solo per avere qualcuno, sentire una voce. Ecco, un’altra grande differenza tra città e periferia è proprio questa, che dimostra anche quanto la società americana sia divisa. In particolare ora, dopo le elezioni, la differenza tra la città e la periferia si sente tantissimo”.


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