Uno studio pubblicato da alcuni ricercatori della Northeastern University, tra cui Albert-László Barabási, ha quantificato il valore e il prestigio nel mercato dell'arte contemporanea. Sono state analizzate le carriere di quasi mezzo milione di artisti in tutto il mondo, dal 1980 al 2016. I risultati archiviano il mito dell'artista alla Van Gogh, che lavora nell'oscurità per poi ottenere il meritato riconoscimento: tutto dipende dall'accesso iniziale alla rete di istituzioni più prestigiose, con tutti i limiti derivanti dalla diverse condizioni di ingresso. Le eccezioni sono praticamente nulle: solo lo 0.048% degli artisti che ha esposto all'inizio della propria carriera in istituzioni di minor prestigio poi raggiunge il centro della rete e un riconoscimento equivalente... - L'approfondimento

Tra i personaggi più importanti originari della Transilvania è una lotta a due: il conte Dracula, classe 1431, vampiro, e Albert-László Barabási, classe 1967, fisico.

Dracula lo conoscono tutti, Barabási meno. Fisico è un’etichetta che gli va stretta: Barabási è considerato uno dei più importanti studiosi delle reti al mondo.

Studiare le reti, oggi, significa potersi occupare più o meno di tutto. Infatti, Barabási è un docente universitario di computer science and engineering a Notre Dame, alla Northeastern University, dove coordina anche il Centre for complex network research e insegna anche nel dipartimento di medicina dell’Università di Harvard; inoltre, è membro del Center for Cancer Systems Biology del Dana Faber Cancer Institute.

Albert-László Barabási

Tanta varietà dipende dal fatto che l’introduzione di una nuova tecnologia non solo fa sì che si sviluppino nuovi modi di pensare, ma dà luogo a nuove interpretazioni dell’esistente che sono sempre state vere (le reti per Fritjof Capra sono un “modello comune a tutta la vita”).

La figura di Barabási coincide con quella del genio prometeico. A lui, per esempio, si deve il concetto di reti a invarianza di scala, capace di descrivere la struttura e i meccanismi di “potere” di cose diverse ma con aspetti simili: Internet, la società, alcuni sistemi biologici, il sistema economico (“il ricco” – di connessioni – “diventa sempre più ricco”).

Metodologicamente, Barabási tratta i comportamenti umani come i fenomeni naturali: possono essere descritti, capiti, quantificati e predetti. Naturalmente è conscio delle differenze ma, se proprio vogliamo trovargli un difetto, spesso usa dei toni sensazionalistici quando si tratta di divulgare; per esempio, Lampi (Einaudi, trad. Simonetta Frediani), sottotitolo: la trama nascosta che guida la nostra vita, non individua nessuna trama nascosta, ma appunto lampi di imprevedibilità, tanto da attirarsi i rimproveri di Marco Belpoliti su Doppiozero.

lampi

Imprevedibilmente prevedibile, Barabási si è occupato dei meccanismi che governano il mercato dell’arte contemporanea concludendone che “sì, possiamo prevedere le carriere artistiche, dopo aver mappato la rete invisibile che governa il valore e il prestigio nell’arte”. I risultati di uno studio condotto con S. P. Fraiberger – primo autore – R. Sinatra, M. Resch e C. Riedl sono stati pubblicati prima su Science mag (pdf) e poi sono confluiti a far parte del suo nuovo libro, The Formula: The universal laws of success (Little Brown and Co.).

The Formula The universal laws of success

Si presenta come libro di auto-aiuto. Uno di quei manuali pieni di il cielo è il limite!, credi in te stesso!, persevera!, ce la farai!, ma per quanto titolo e sottotitolo possano fuorviare, spesso è all’incirca il contrario. Nello studio pubblicato su Science Mag il quadro è desolante: dimostra con il linguaggio sexy dei dati (ogni azienda innovativa è data driven) che le condizioni socioeconomiche in cui versa sono semplicemente ingiuste.

Gli studiosi sono riusciti a ricostruire la rete di istituzioni al centro dell’arte contemporanea. I cluster di nodi più ricchi di connessioni tra di loro e con le periferie della rete si raggruppano in un nucleo composto da alcune delle gallerie più importanti del mondo: il MoMa, la Tate Gallery, il Centre Pompidou (“il peso delle connessioni tra il MoMa e il Guggenheim è 33 volte più alto di quanto ci si aspetterebbe se gli artisti si muovessero casualmente tra le istituzioni, riflettendo un movimento concentrato di alcuni artisti selezionati tra alcune istituzioni prominenti”).

La logica è la stessa dell’algoritmo di Google: la quantità di interazioni crea una gerarchia e al maggior numero di connessioni corrisponde l’importanza dei nodi. Non solo, attraverso i dati, sono riusciti a ricostruire dal 1980 al 2016 la carriera di quasi mezzo milione di artisti (496.354) e il loro prestigio (“il riconoscimento e il valore sono formati da una rete di esperti, curatori, collezionisti, e storici dell’arte che esprimono giudizi e agiscono come gatekeepers per le istuzioni […] questo giudizio collettivo, dà luogo al prestigio artistico, determinando l’accesso alle istituzioni”).

barabasi

Niente di particolare, salvo che la correlazione tra istituzioni e carriere artistiche dimostra come gli artisti le cui prime cinque esibizioni siano state fatte al centro della rete hanno una facilità molto più alta di non esserne successivamente espulsi, mentre chi ha cominciato alla periferia della rete ha una percentuale di drop-out molto più alta e un accesso limitato al centro del sistema; e dunque del prestigio.

Se il tempo è un fattore così determinante, le condizioni di accesso all’interno della rete sono vincolanti: la correlazione più evidente riguarda il paese di origine degli artisti. In molti paesi gli artisti cominciano la propria carriera all’interno di circuiti meno prestigiosi, mentre chi è nato in posti con un accesso più facile al centro del sistema ha una probabilità più alta di raggiungerne il picco e rimanerci.

Certo, a chiunque vengono in mente storie di segno opposto, gente che ce l’ha fatta, ma il problema con dataset così ampi è che contemplano le eccezioni: sono lo 0,048% del totale.

Barabási parlandone ha dichiarato: “C’è questa credenza che prima o poi la comunità li scopra, ma sono fesserie. E i dati lo dimostrano”.

 

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(grab via) Fonte: “Quantifying reputation and succes in art”, visualizzazione Lia Petronio/Northeastern University

Il mercato dell’arte è particolare, va bene – infatti Barabási in The Formula sostiene che il successo può arrivare in qualsiasi momento, se si è ostinati. Ma già Castells in Comunicazione e Potere (Egea, trad. B. Amato, P. Conversano) considerava in termini generali il valore nelle reti come ciò che le istituzioni dominanti decidono sia valore e dava molta importanza ai loro punti di accesso (che chiama commutatori o switchers).

Così Barabási sostiene che non dipenda tanto dall’artista in sé, quanto dall’audience e dall’accesso che è “critico”. In particolare, la performance è quello che facciamo – afferma – mentre il successo è quanto la comunità o il nostro ambiente fa della nostra performance, apprezzata o ignorata. Critici, al netto del mercato artistico, sono i condizionamenti iniziali all’accesso, “sempre veri”, come per le reti: di classe, di genere, di etnia, provenienza, eccetera. Tutte cose che sappiamo già, certo, ma quello 0,048% resta un problema.

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